Progetto 2030

Capitale della cultura, tra Lugano e Bellinzona è derby ma con fair play

Il direttore generale del LAC, Andrea Amarante, parla della promozione di un «modello che sia esempio per gli altri» – La Turrita ambisce al riconoscimento per rafforzare il turismo ed impreziosire il percorso di sviluppo urbano iniziato dopo l’aggregazione di otto anni fa
Il LAC, che ha festeggiato i primi 10 anni di vita, è inevitabilmente al centro di ogni possibile progetto di Lugano capitale svizzera della cultura. ©Gabriele Putzu

Che cosa significa, in concreto, diventare «Città capitale svizzera della cultura»? È davvero così importante? E perché? La candidatura di Lugano in vista dell’assegnazione del 2030, rilanciata e confermata dal Municipio, apre inevitabilmente una serie di questioni sulle quali saranno chiamati a confrontarsi tutti gli attori direttamente o indirettamente interessati al possibile successo della città sul Ceresio.

Intervistato dalla Domenica, il vicesindaco di Lugano Roberto Badaracco ha parlato ieri di «segnale positivo di dinamismo e fiducia nella cultura come volano per il territorio». Lasciando chiaramente intendere che un’eventuale vittoria di Lugano potrebbe essere, in realtà, un’affermazione di tutto il Ticino.

Ed è proprio in questa chiave che Andrea Amarante - da poco più di un mese direttore generale del LAC dopo esserne stato per quasi due anni direttore artistico del settore musica - legge la proposta luganese.

«Nella nostra realtà sta succedendo molto in termini di cultura - dice Amarante al Corriere del Ticino - pensiamo soltanto ai 10 anni del LAC, alla futura nuova direzione del MASI, al progetto Gemmo in fase di predisposizione, alla città della musica di Besso. Diventare capitale della cultura 2030 significherebbe, quindi, riuscire innanzitutto a valorizzare il nostro modello come esempio per altri».

Una sorta di «sfida», la definisce Amarante, chiamata non soltanto a confermare quanto di buono già realizzato, ma anche a costruire un «sistema» più ampio. «Ho lavorato e lavoro benissimo con Mendrisio, Bellinzona, Locarno, Ascona - dice ancora Amarante - penso veramente che il progetto 2030 potrebbe accelerare la riflessione su un “sistema Ticino della cultura” nel quale ci si parla e si fa programmazione insieme».

Maggiore cooperazione

Domani e dopodomani, il Municipio di Lugano sarà impegnato in una prima serie di incontri con associazioni, gruppi, strutture e singoli professionisti che lavorano nel campo della cultura. L’obiettivo dichiarato è «entrare nel merito» del progetto 2030, la cui versione definitiva dovrà essere depositata per la valutazione della giuria nazionale entro la fine di quest’anno.

Carlo Repetto, direttore della Repetto Gallery e tra i più noti organizzatori di eventi e mostre d’arte contemporanea, non soltanto in Ticino, parla di «iniziativa giusta e utile, che non riguarda direttamente solto chi lavora nel settore - dice Repetto al Corriere del Ticino - È ormai assodato che nelle città, proprio attraverso la cultura, si alzano i profili dei turisti. In Italia l’assegnazione del titolo di capitale della cultura è molto sentita, e ogni anno i Comuni fanno grandi sforzi per vincere il concorso».

Nel campo delle arti visive, Lugano è già «molto vivace - dice ancora Repetto - sia le istituzioni pubbliche sia gli enti privati organizzano manifestazioni premiate da successo di pubblico e d’immagine, anche se non sempre le due cose vanno di pari passo. Credo allora che diventare capitale della cultura potrebbe rafforzare, nell’immaginario collettivo, questa capacità di Lugano di essere attrattiva. Dare, cioè, alla città maggiore visibilità, ad esempio nella Svizzera interna, dove talvolta fatichiamo a comunicare nel modo migliore le nostre iniziative».

Un vantaggio derivante dall’assegnazione del titolo di capitale svizzera della cultura potrebbe, inoltre, essere il rafforzamento della «parte infrastrutturale, che è comunque molto solida. Lugano ha già sedi conosciute e personale competente, motivo per cui lavorerei anche su un paio di mostre di altissimo profilo - dice ancora Repetto - non parlo dei grandi nomi ma della qualità della proposta».

Un ultimo punto, che il direttore della Repetto Gallery giudica essenziale, è pure la «cooperazione tra pubblico e privato, una maggiore collaborazione, cosa che in questo momento manca. Spesso non c’è gioco di squadra, si sovrappongono date, manca continuità, non c’è coordinamento tra spettacoli e mostre. Se non si cambia, è impossibile fare sistema. Dobbiamo quindi lavorare per accrescere la capacità di condividere progetti, magari ottimizzando l’aspetto della comunicazione, che oggi è determinante».

Valorizzare i giovani

Anche Tecla Riva, direttrice di Kromya Art Gallery e presidente dell’Associazione Gallerie d’Arte di Lugano (GAL), si dice convinta che diventare capitale svizzera della cultura possa permettere, a Lugano, di «essere percepita sempre di più come una città in cui la cultura è al centro. Anche se, nel settore delle arti visive, già adesso - dice Riva al Corriere del Ticino - le proposte sono molto valide e interessanti: penso al lavoro dei musei e delle gallerie, ma anche della collezione Olgiati o della Fondazione Braglia».

Da un punto di vista operativo, Riva immagina il polo culturale LAC come un perno attorno al quale, a raggiera, si diffondano le varie iniziative.

«I cambiamenti - sottolinea - non possono mai affermarsi nell’immediato, serve tempo e serve un lavoro d’insieme. Per questo, credo nella necessità di un rapporto ben coordinato tra pubblico e privato. Senza tuttavia alcuna subordinazione». La presidente del GAL fa l’esempio della promozione dei giovani artisti: «le gallerie, che pure hanno un’inevitabile vocazione commerciale, partecipano alla crescita e alla diffusione dell’arte così come i musei o le fondazioni. Attorno a Lugano capitale svizzera della cultura potrebbe così crescere un modello di collaborazione che aiuti e sostenga lo sviluppo di una nuova generazione di pittori o scultori. Noi, per esempio, puntiamo molto sulla valorizzazione dei giovani ticinesi e svizzeri. Il nostro è anche, se non soprattutto, un obiettivo culturale».

Qui Bellinzona

La salamandra di Giorgio Orelli, il crocchio di Aurelio Buletti, il teatro Sociale, la Fortezza conosciuta ed apprezzata a livello internazionale, il museo di Villa dei Cedri, il polo biomedico, i festival come «Sconfinare» e «Territori». E tanto altro. Non è un derby, quello con Lugano (affiancato da Locarno e da Mendrisio), perché Bellinzona sa che sfidarsi non ha nessun senso e tutti ci perderebbero.

La Turrita vuole fregiarsi del titolo di «Capitale culturale svizzera» nel 2030 in quanto è consapevole che ciò potrebbe garantirle quello slancio che dall’aggregazione, di otto anni fa, ancora manca. Ecco quindi che ha coinvolto fin da subito gli enti autonomi e gli operatori del settore ed in seguito pure la popolazione, si è affidata ad un’agenzia di consulenza che coordina la Direzione di progetto interna all’Amministrazione comunale ed ha creato un logo dinamico. L’obiettivo è quello di dare voce a tutti coloro che desiderano contribuire al raggiungimento del traguardo, mentre il Legislativo si esprimerà in merito al budget e agli indirizzi strategici. Optare per Bellinzona significa «scegliere una città con un patrimonio storico e monumentale per molti aspetti unico, un polo dinamico e in crescita e una realtà strategicamente collocata al centro geografico e politico di una regione culturalmente ricca come il Canton Ticino». Vorrebbe inoltre dire, ha ribadito di recente il Municipio, come dicevamo poc’anzi, «suggellare il percorso di sviluppo urbano, coesione sociale e valorizzazione storico-monumentale attualmente in atto, che grazie a questo titolo potrebbe completarsi in modo più efficace, coerente e duraturo, aprendo un nuovo capitolo» all’ombra dei castelli. E per l’intero cantone.

Servono idee. Che nella decisione (che verrà presa nel giugno 2026 dall’Associazione capitale culturale svizzera: il dossier di candidatura va trasmesso entro il prossimo dicembre) conteranno più di quello che si ha e si offre a livello culturale, artistico, sociale ed educativo. Siamo onesti: il label consentirebbe di rafforzare il turismo che, lo sappiamo, ha nella Fortezza il suo fiore all’occhiello. L’attesa valorizzazione da 23 milioni dei castelli e della murata Unesco, nel 2030, entrerà nel vivo. Poter abbinare le due cose sarebbe il massimo. A cascata aumenterebbe l’indotto e si creerebbero delle opportunità per le realtà economiche cittadine. Una Turrita un po’ immobile e dalle finanze ballerine non potrebbe chiedere di meglio. «La dimensione sovralocale è conditio sine qua non della candidatura. Le proposte dovranno avere una dimensione quanto meno nazionale, pur dovendo rappresentare l’identità passata, presente e futura della Città di Bellinzona», ha puntualizzato l’Esecutivo. Tutti per uno, uno per tutti (Lugano permettendo).