C’è anche un po’ di Lugano nella confisca di una villa da 700 mila euro nelle Langhe

C’è anche un po’ di Lugano nella confisca di una villa da circa 700 mila euro nelle Langhe a un imprenditore italiano. Se il sequestro è stato possibile, infatti, è soprattutto grazie alle carte di un processo ticinese che vede coinvolto quest’ultimo e un fiduciario con sede in città. È in quest'ambito, infatti, che l'imprenditore ha affermato di aver portato villa e denaro sotto il cappello di una società creata ad hoc a Lugano allo scopo di nasconderle al fisco e alla giustizia italiani.
A disporre la confisca della proprietà a Mango, nel Cuneese, e di un conto bancario, per un valore complessivo superiore a 700 mila euro è stato il Tribunale delle misure di prevenzione di Torino, su proposta della Procura di Asti. La sola villa ha un valore stimato tra circa 560 mila e 700 mila euro. Secondo il Tribunale, pur risultando formalmente intestata a una società, era nella piena disponibilità dell’imprenditore italiano. Il decreto è impugnabile e non è quindi definitivo.
I soldi trasferiti in Svizzera
Il decreto italiano riporta una dichiarazione attribuita all’imprenditore durante un dibattimento nell’ambito del suddetto procedimento penale ticinese. Secondo questa ricostruzione, avrebbe ammesso di aver creato una società con sede a Lugano per sottrarre al fisco italiano somme ingenti, trasferite anche in contanti tramite uno «spallone», cioè un corriere di denaro. Somme che sarebbero peraltro anche frutto di reato. La villa sarebbe invece stata intestata alla società per evitare che potesse essere sequestrata. Il decreto riporta le parole attribuite all’uomo: «Volevo sottrarla da possibili confische a seguito del procedimento per riciclaggio che avevo commesso nel 2007». La società in questione fu costituita a Lugano nel 2009 e venne sciolta nel 2014, ma lo scioglimento fu poi revocato dalla Pretura di Lugano nel 2020.
Il decreto di confisca ricostruisce versamenti per 1,05 milioni di euro, in contanti e assegni, sul conto della società tra il 2009 e il 2014. Riporta anche 106 mila euro versati per costituirla e 150 mila impiegati nel 2010 per estinguere il mutuo che gravava sull’immobile. Una parte della proprietà risultava intestata alla società svizzera, un’altra a una società italiana. Gli investimenti collegati alla villa sono stimati dal Tribunale in circa 680 mila euro. Nella motivazione, i giudici definiscono la società svizzera «uno schermo dietro il quale veniva nascosta la provenienza illecita dei denari colà portati (anche a mezzo “spallone”)».
Il procedimento ticinese coinvolge anche un fiduciario
Il processo in Ticino è come detto distinto dalla procedura italiana sulla villa e riguarda l’ipotesi di reato di amministrazione infedele. In sostanza, il cittadino italiano aveva denunciato il fiduciario luganese al quale si era affidato per aver messo in liquidazione la sua società. Ne era nato un procedimento penale, dapprima affidato alla procuratrice pubblica Francesca Piffaretti-Lanz e in seguito «ereditato» dal collega Daniele Galliano. Il quale, conclusi gli accertamenti, aveva stabilito che entrambi si erano resi colpevoli di amministrazione infedele. La vicenda era approdata in Pretura penale, dove l’imprenditore e il fiduciario erano stati condannati nel 2024. Proprio in questi giorni, il 22 ottobre scorso, davanti alla Corte di appello e di revisione penale si è celebrato il processo di secondo grado, per il quale è attesa la sentenza. Nei confronti delle persone coinvolte vale la presunzione di innocenza.
Il contesto giudiziario italiano
L’imprenditore è un volto noto alla giustizia italiana. Tanto che il decreto richiama una valutazione di «elevatissima pericolosità sociale manifestatasi a partire dal 2005 e sino al 2024 attraverso la realizzazione di numerosi delitti lucrogenetici (reati commessi con l'obiettivo di produrre un profitto o un vantaggio economico, ndr.) di vario tipo, ben organizzati e in danno anche di soggetti a lui vicini». Viene inoltre ricordata a carico dell'uomo una misura di sorveglianza speciale per tre anni, con obbligo di soggiorno, divenuta irrevocabile nel 2023.
Il decreto passa in rassegna 38 voci tra segnalazioni, procedimenti e decisioni con esiti diversi, tra cui prescrizioni, archiviazioni, assoluzioni e indagini ancora aperte in Italia. Nel quadro tracciato dai giudici, il filo conduttore è il modo in cui l’uomo avrebbe sfruttato situazioni e relazioni molto diverse. Si sarebbe presentato come avvocato pur non avendone il titolo e avrebbe avuto un ruolo in pratiche, basate su documenti falsi, per regolarizzare oltre 200 cittadini stranieri. La ricostruzione si allarga poi a vicende di bancarotta e banconote false, fino a coinvolgere anche la sfera familiare, con contestazioni riguardanti la madre e l’ex moglie. Un dettaglio: la madre dell’imprenditore, creditrice nei suoi confronti per oltre 390 mila euro, aveva già contestato in tribunale la vendita della villa alla società luganese.
Insomma, il filo che collega la villa nelle Langhe – di cui la Procura di Asti ha diffuso una fotografia – al Ticino passa dalla società con sede a Lugano e dagli atti raccolti nell’ambito del procedimento penale ticinese ancora aperto, a carico dell’imprenditore e del fiduciario. È attraverso quella documentazione che gli inquirenti italiani hanno ricostruito i trasferimenti di denaro legati all’immobile. La confisca, come detto, può ancora essere impugnata.

