Truffe COVID

«C'e chi cercava in tutti i modi di salvare l'attività e chi se ne approfittava»

Secondo giorno del maxi processo che vede alla sbarra otto persone: è stato il turno dell'accusa (ma per le richieste di pena bisogna attendere domani)
Fra le accuse anche due truffe relative alle indennità di lavoro ridotto. ©CdT/Gabriele Putzu
Federico Storni
31.05.2022 19:42

Come comincia un’inchiesta che finirà con il coinvolgere una dozzina di persone? Con un esposto dell’Ufficio di fallimenti al Ministero pubblico. Parafrasiamo: «Guardate che questa società ha ottenuto crediti COVID affermando di avere un giro d’affari da 1,8 milioni di franchi ma non ha contabilità: qualcosa non quaglia». Sta finendo la primavera del 2021, e la società è amministrata da un italiano cinquantenne in Ticino dal 2017 che si spaccia per avvocato (lo è, ma non può operare come tale in Svizzera). Italiano che - passano poche settimane – si ritrova in carcere. Gli inquirenti – l’inchiesta è coordinata dalla procuratrice pubblica Raffaella Rigamonti – hanno scoperto che era organo di altre società. E che aveva richiesto altri crediti COVID. Indebitamente. Al primo verbale non fa nomi, minimizza il suo ruolo. Poi, interrogatorio dopo interrogatorio, «all’emergere di prove inequivocabili, di fronte alle quali non poteva più negare», iniziano le prime ammissioni, emergono i primi nomi. Un amico avvocato, un gerente di discoteca e di un’agenzia di sicurezza. Altri imprenditori. Il che ci porta a oggi, al processo in corso da lunedì a carico di otto persone per una serie di reati finanziari, in particolare truffe COVID per circa 750.000 franchi e truffe relativi ai sussidi per il lavoro ridotto per altrettanti. A latere, un’altra serie di reati finanziari – in particolare in ambito fallimentare – emersi nel corso dell’inchiesta.

«Senza alcuna remora»

Oggi in aula penale – di fronte alla Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Siro Quadri – è stato il giorno dell’accusa. «Durante il periodo pandemico c’era chi provava in tutti i modi a portare avanti la propria attività senza pesare sullo Stato, ma purtroppo c’era anche chi ne ha approfittato senza alcun tipo di remora – ha detto la procuratrice Rigamonti in una necessariamente lunga requisitoria (e non terminata: le richieste di pena cadranno domattina). – Alla sbarra ci sono persone che pensavano che era buona cosa approfittare di soldi facili. Soldi che sono stati utilizzati per migliorare la propria situazione personale, acquisendo un locale erotico a Zurigo o comprando un appartamento in Spagna, e di certo non per aiutare le società che ne avrebbero dovuto beneficiare». In generale gli imputati riconoscono i fatti, ma non la loro qualifica giuridica. Ritengono, in altre parole, che il loro agire non abbia rilevanza penale. Una posizione che verrà meglio chiarita da domani, quando inizieranno a parlare le difese. La sentenza è invece attesa per settimana prossima, probabilmente giovedì.

Faciloneria e approssimazione

Quello che emerge è una certa faciloneria e approssimazione nel fare le cose. Lo si vede bene nel filone processuale che riguarda alcune auto prese in leasing. Filone che coinvolge in particolare il finto avvocato e un impiegato di un’agenzia immobiliare del Mendrisiotto. In sostanza – ma la questione è piuttosto fumosa – i due avrebbero avuto l’intenzione di fare attività di autonoleggio usando auto comprate in leasing ottenute tramite documenti falsi. Auto che poi venivano date a noleggio ad altre persone. Auto poi sparite (alcune sono state ritrovate in giro per l’Europa) con le fatture leasing originali per qualche motivo non saldate. Addirittura i due avevano rilevato una società che aveva in pancia tre auto e un magazzino a Muzzano che doveva essere trasformato nella sede l’autonoleggio. Un acquisto che è avvenuto – come ha ricordato in aula l’agente immobiliare ancora un po’ stizzito – a condizioni insolite e, forse con l’inganno: “Mi hanno fatto pagare dodicimila franchi per farmi rilevare la merce che avevano in magazzino. Pasta, tonno, eccetera. Ci avevano detto che potevamo farci un autonoleggio, ma in realtà serviva un cambio di destinazione”. Emerge quindi, al netto dell'effettiva rilevanza penale, anche una certa ingenuità.

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