Giudiziaria

Colluttazione nell'autosilo: «È stato massacrato di botte»

Quattro persone in aula per una presunta rissa al parcheggio Genzana di Lugano nel 2024 in cui hanno avuto la peggio due ticinesi - Due italoalbanesi accusati di tentato omicidio: rischiano sei e cinque anni e mezzo di carcere
© CdT / Chiara Zocchetti
Federico Storni
09.02.2026 18:15

«Se i due ticinesi non avessero preso a pugni la vettura la collutazione si sarebbe probabilmente fermata». Invece l’hanno fatto, i due italoalbanesi sono scesi dall’auto e uno dei due ticinesi «è stato letteralmente massacrato di botte» tanto da dover essere posto in coma farmacologico per alcuni giorni (anche l’altro ha riportato un trauma cranico). È in fondo tutto qui il processo che vede alla sbarra i quattro protagonisti di quella notte fra il 22 e il 23 giugno 2024 nell’autosilo Genzana di Lugano. Una vicenda per cui i due italoalbanesi residenti ad Alessandria, di 26 e di 25 anni, devono rispondere in via principale di tentato omicidio oltre che di rissa - il procuratore pubblico Luca Losa, sue le citazioni iniziali, chiede che vengano condannati a sei e a cinque anni e mezzo di carcere - e i due ticinesi residenti nel Luganese, di 28 e di 23 anni di rissa e ingiuria. Per il 23enne l’accusa prospetta una pena pecuniaria sospesa, per il 28enne si è rimessa al giudizio della Corte: in passato aveva proposto che andasse esente da pena viste le gravi conseguenze fisiche patite (che fortunatamente non hanno lasciato particolarsi strascichi), ma tale decisione è stata impugnata con successo dai legali dei due italoalbanesi: gli avvocati Olivier Ferrari e Rosa Maria Cappa. I due ticinesi sono invece difesi dagli avvocati Marisa Alfier e Felice Dafond. Le difese, che sono al contempo accusatori privati, in quanto ambo le coppie di amici avanzano pretese nei confronti dell’altra fazione, prenderanno la parola domani. I due italoalbanesi contestano le accuse di tentato omicidio e sostengono di essersi soltanto difesi. I due ticinesi di quella sera ricordano poco o nulla, vuoi per i colpi subiti, vuoi per lo choc: «La scena rimane - ha detto il 23enne. - Non la scorderò di certo».

La dinamica

La scena in effetti, nel suo atto conclusivo, presentava il 28enne esanime in una pozza di sangue. Sono sei, secondo una contestata perizia giudiziaria, i colpi potenzialmente letali da lui incassati (anche se concretamente non è mai stato in pericolo di vita). Quattro a opera del 26.enne, con una mazza da baseball in alluminio, due a opera del 25.enne (calci alla testa).

Il tutto per futilissimi motivi. Il diverbio è nato dopo che i ticinesi hanno chiesto delle droghe leggere agli italoalbanesi, che si trovavano quella sera di passaggio a Lugano. Da lì si è ben presto passati agli insulti (ci sono accuse incrociate su chi abbia cominciato; di certo, perché lo ha ammesso, il 23.enne ha detto: «Albanesi di merda») e a una prima colluttazione, al termine della quale i due italoalbanesi sono saliti in auto e hanno fatto per andarsene, ma i due ticinesi hanno colpito con pugni e calci la loro vettura (da cui l’accusa riconosciuta di danneggiamento). Gli italoalbanesi sono allora scesi dall’auto e hanno «massacrato di botte» il 28enne. Risaliti in auto, se ne sono poi andati, non prima che il 23enne gli rompesse con un pugno il vetro posteriore dell’auto. Il tutto è stato ripreso dalle videocamere della sorveglianza del parcheggio privato. «Bastava che qualcuno decidesse di lasciare l’autosilo - ha constatato amaramente Losa - e la colluttazione sarebbe terminata. Purtroppo non è successo».

La «coltre di fumo»

Le immagini della videosorveglianza sono state in generale di grande aiuto per l’inchiesta, ma non aiutano a fare chiarezza su dove il 28enne sia stato esattamente colpito (da cui la perizia giuridica e una di parte delle difese) e, soprattutto, non sono dotate di audio. Lo fossero state, avrebbero potuto avallare la versione degli italoalbanesi, che hanno sostenuto di aver agito non per ferire, bensì per difendersi. A loro dire, infatti, i due ticinesi li avrebbero minacciati più volte di estrarre un coltello (che in realtà non avevano), mettendo loro paura. «Volevamo solo difenderci - ha detto il 26enne, quello che impugnava la mazza. - Io volevo solo far smettere il 28enne di colpire il mio amico, non volevo fargli male». «Ci hanno provocato e abbiamo reagito per autodifesa - ha rincarato il 25enne. - Perché dovrei rovinarmi la vita per persone che non conosco? Non ha senso». Si tratta di versioni che, complici le dichiarazioni di altri testimoni, non hanno convinto l’accusa. Ad esempio, in prima battuta nessun testimone ha parlato del coltello. «I due italoalbanesi hanno tentato di far calare una coltre di fumo su quanto avvenuto con delle versioni, gliene dò atto, ben congegnate», ha detto Losa.

L’ultima parola in merito sarà della Corte. La sentenza è attesa non prima di mercoledì.

In questo articolo:
Correlati
Botte nell'autosilo, versioni contrastanti
I due italo-albanesi accusati di tentato omicidio affermano di aver agito per difendersi, i due ticinesi che hanno avuto la peggio (ma comunque accusati di rissa) ricordano poco o nulla per i colpi e lo choc