L'intervista

«Con questi tagli, sull'USI si abbatte la tempesta perfetta»

Parla il rettore ad interim dell'ateneo luganese: «Questa decisione, senza ombra di dubbio, mette a rischio alcune delle nostre attività. Dovremo ridurre la spesa e, probabilmente, aumentare anche le entrate»
Gabriele Balbi, rettore ad interim dell'Università della Svizzera Italiana. ©Gabriele Putzu
Dario Campione
16.04.2026 21:32

Gabriele Balbi, ordinario di Storia dei media, è il rettore ad interim dell’Università della Svizzera italiana (USI). Il CdT lo ha intervistato per commentare il taglio di 5,5 milioni di franchi del contributo cantonale deciso nell’àmbito delle misure di finanziamento per l’attuazione delle iniziative popolari sulle casse malati.

Professor Balbi, si aspettava una notizia così negativa?
«Inutile dire che siamo di fronte a un intervento doloroso per la nostra università. Il taglio cantonale ci era stato in parte annunciato, ma non nella sua entità, che è di dimensioni importanti: 5,5 milioni per il 2027 e il 2028. Attenzione, però. Se andiamo a vedere il messaggio del dicembre 2025, c’era già stato un altro taglio di quasi un milione di franchi. Parliamo, quindi, di circa sei milioni e mezzo su un budget totale di 130 milioni. Il 5%».

Perché, secondo lei, il Governo ha deciso in questo senso? Che cosa dice questa misura, al di là dei numeri?
«Evidentemente, l’USI farà la sua parte per andare a colmare un vuoto finanziario dato dalle iniziative sulle casse malati. Siamo consapevoli di dover fare la nostra parte. Questi livelli, però, senza ombra di dubbio mettono a rischio alcune delle nostre attività. Dovremo ridurre la spesa e, probabilmente, aumentare anche le entrate».

Ritoccando magari le tasse di iscrizione all’università?
«La decisione sarà presa dal rettorato e dal consiglio dell’Università, probabilmente entro maggio. In realtà, da oltre un anno un gruppo di lavoro sta lavorando sulla tempesta perfetta che ci sembrava all’orizzonte, perché oltre alla riduzione del contributo cantonale dobbiamo affrontare i tagli federali e la parificazione delle tasse. Berna ha ridotto il sostegno ai progetti del fondo nazionale: meno 10% - forse meno 5%, stanno discutendo, la decisione definitiva arriverà tra poco -. Quindi, meno introiti dalla ricerca, cui si unisce il problema della parificazione delle tasse per gli studenti svizzeri e per gli studenti UE, così come previsto dagli accordi bilaterali».

Una decisione, questa, che penalizza in modo particolare l’USI.
«Purtroppo, sì. Noi abbiamo già un livello di tasse più alto di tutti gli altri atenei elvetici e, sin dalla fondazione, nel 1996, differenziamo le rette: 4.000 franchi per gli svizzeri e 8.000 per gli stranieri. Non sarà facile scegliere. Dovendo fare fronte ad altri 6,5 milioni di tagli, dobbiamo ragionare sulla pianificazione strategica e individuare nuove priorità. Certo è che se dovessimo decidere di ritoccare verso l’alto le tasse, in questa fase non si toccheranno quelle degli studenti svizzeri».

Ma questa parificazione, a che cifra sarà compiuta?
«Ogni Università potrà decidere, e dovrà farlo. Dico solo che siamo in un momento storico in cui l’USI, in tutta la Svizzera, è l’ateneo meno finanziato dai Cantoni. Possiamo vedere i dati. La media è del 51%, noi siamo al 29% e, con questi tagli, arriveremo al 24%, tenendo fisso il livello di spese. Siamo finanziati dal Cantone meno della metà di quanto lo siano le altre Università svizzere e quindi le tasse universitarie così alte sono una necessità».

Ma questo, a suo parere, perché accade? Il Ticino ha voluto l’Università senza porsi il problema del sostegno futuro o c’è una sottovalutazione del ruolo sociale dell’Università?
«Mi lasci sgombrare il campo da dubbi: il Ticino ha finanziato e sostenuto l’Università nel corso del tempo e continuerà a farlo. Parte delle tasse dei contribuenti ticinesi è andata al progetto universitario e di questo siamo molto grati. L’USI non ha mai aumentato le proprie rette. Come dicevo, sono sempre state 4.000 franchi per gli svizzeri e 8.000 per gli stranieri. E lo saranno anche per l’anno accademico 2026-2027. Negli ultimi anni, ci sono stati restringimenti finanziari del Cantone. Questi tagli non hanno colpito soltanto l’USI, anche se abbiamo visto che l’USI è l’istituzione più penalizzata. La decisione popolare sulle casse malati è assolutamente legittima e condivisibile, e sappiamo che il Cantone è in difficoltà. Ma tagli di questo tipo ci fanno interrogare su che tipo di Università vogliamo per il futuro in Canton Ticino. Che tipo di università vuole la Svizzera Italiana?».

Ma, infatti, il punto sembra essere questo. Che cos’è, secondo lei, l’università per il Canton Ticino? È un gioiello un po’ troppo costoso, che il Ticino non si può più permettere, oppure dovrebbe essere qualcosa su cui investire realmente?
«Le do qualche dato su cui riflettere. Nell’ultimo studio di impatto fatto dall’USI - uno studio datato che, assieme alla SUPSI, abbiamo chiesto ufficialmente al DECS di aggiornare - si diceva che per ogni franco investito nell’università ne arrivavano sul territorio 3,2. Un indotto, quindi, abbastanza rilevante. Se questi numeri non bastassero, guardiamoci attorno. Come affermano i dati della Città di Lugano, l’università è in qualche modo la protagonista di una sorta di ringiovanimento cantonale. Uno dei pochi quartieri in cui si è invertita la tendenza all’invecchiamento della popolazione è Viganello, dove vivono i nostri studenti. Parliamo anche dei ranking internazionali, pure se vanno presi con cautela. Siamo, a questo punto, la nona giovane migliore università nel mondo, e nei ranking generali siamo in una fascia che ci pone davanti ad atenei svizzeri storici come Friborgo, San Gallo e Neuchâtel. Abbiamo creato, in 30 anni, un vero gioiello internazionale, in cui docenti di ogni parte aspirano a venire a lavorare. Non credo che questo gioiello sia troppo costoso rispetto ad altre università paragonabili alla nostra, Lucerna ad esempio. Se mi permette, però, vorrei aggiungere una cosa».

Prego.
«È ovvio che 6,5 milioni di tagli mettono in crisi alcune delle nostre attività. Ma nei prossimi mesi ci impegneremo a mantenere l’USI così come la conosciamo. Non so se sia il momento di fare un appello, ma chi ha a cuore l’università nel territorio della Svizzera italiana, chi vuole che l’USI resti protagonista a livello nazionale e internazionale e rimanga il fiore all’occhiello che conosciamo, si faccia avanti».

Anche i privati, quindi?
«Ripeto: chi ha a cuore questo progetto si faccia avanti, e parliamo. Siamo qui per ascoltare. C’è una cosa, sicuramente, che non faremo: nonostante i tagli, non diminuiremo la qualità dell’insegnamento. Sui nostri studenti non transigiamo. Non vogliamo ingenerare alcun equivoco nelle famiglie. L’USI non diventerà una università minore, non ci saranno disinvestimenti sull’esperienza formativa e cercheremo anche di salvaguardare le attività di ricerca dei nostri professori che hanno costruito reti di ricerca in tutto il mondo di altissimo livello».

Oltre all’USI, anche la SUPSI è stata colpita dalle misure di risparmio. La riduzione del contratto di prestazione con il Cantone sarà di 1,3 milioni. Il Governo suggerisce una strada per limitare l’impatto finanziario. «Ci invita ad aumentare le tasse degli studenti stranieri, che ricordo essere già il doppio di quelle previste per gli studenti residenti», ha spiegato a Teleticino il direttore generale Franco Gervasoni. «Quindi, è un elemento su cui dovremo chinarci nelle prossime settimane per capire se rimettere mano e in che modo alle tasse studentesche». Per Gervasoni, la SUPSI non ha molti margini di manovra «considerato che il 75% dei costi deriva dalle risorse umane. Dovremo quindi andare a fondo e valutare bene per evitare di perdere competitività e attrattività in un paesaggio accademico sempre più dinamico e sempre più competitivo». Si potrebbe andare verso una riduzione dei posti di lavoro? «Sarà proprio l’ultima ratio». 
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