Crans-Montana: «Una scelta tattica per distogliere gli italiani dai loro veri problemi»

La tragedia di Crans-Montana ha fatto scorrere fiumi di inchiostro e ha creato forti tensioni con il governo italiano. A distanza di cinque mesi i toni della querelle sembrano essersi attenuati, anche grazie alle indagini condotte dalla magistratura vallesana. È quindi forse giunto il momento di stilare un bilancio delle polemiche provocate dall’incidente. Lo facciamo con Renato Martinoni, un accademico che ama l’Italia e la considera la sua seconda patria. Un intellettuale che ha dedicato la sua vita allo studio e all’insegnamento universitario della cultura italiana: dalla letteratura alla storia politica, sociale e culturale, cercando sempre di spiegare quelle che potevano sembrare apparenti contraddizioni. Ha insomma combattuto ogni forma di stereotipo, «ma questo – afferma amareggiato – non vuol dire avere le fette di salame sugli occhi».
Significa che ha vissuto male le polemiche di questi ultimi mesi…
«È stato qualcosa di disgustoso, che può essere spiegato solo guardando le derive della politica e di certi modi distorti di comunicare da parte dei mezzi di informazione. Le parole grosse che sono volate mi sono parse più consone al palcoscenico di un mercato rionale che a un dialogo fra Stati civili».
A cosa si riferisce in particolare?
«La presidente del Consiglio Meloni si è detta “indignata”. Il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Tajani ha parlato di “oltraggio”. Ognuno ha aggiunto il suo boccone avvelenato. È stata attaccata la “disumana burocrazia” elvetica. Il Governo italiano, volendo mettere pressione, ha persino richiamato in patria l’ambasciatore, cosa rarissima e molto grave. Se pensiamo che non lo ha fatto neanche con la Russia, quando il Cremlino ha offeso più volte il presidente Mattarella…».
Anche l’ambasciatore d’Italia a Berna ha parlato sopra le righe.
«Ha scelto la via della presenza o, a seconda dei punti di vista, del presenzialismo, con dichiarazioni pubbliche davvero inusitate per un diplomatico. Più che del proprio Paese si è fatto portavoce del governo e del suo modo di intendere la diplomazia. Difficile condividere questo modo di agire, che rischia di screditarsi da solo».
Anche al di fuori della politica e della diplomazia le dichiarazioni sono state molto irruenti.
«È stata una valvola collettiva di sfogo. Sennò non mi saprei spiegare il livore e il veleno anche di persone altrimenti misurate nei giudizi. Da parte loro alcuni mass media hanno cavalcato toni sensazionalistici e fuorvianti. In uno dei tanti chiassosi talk shows televisivi, urlando come un forsennato, il direttore di un quotidiano della Penisola si è detto fiero di non essere svizzero. Perché altrimenti, ha spiegato, avrebbe avuto soltanto di che vergognarsi. Ma dove siamo finiti? Su Marte? È accettabile che si parli in questa maniera, in un paese civile, riferendosi a un paese altrettanto civile? Esprimersi in modi tanto rozzi e superficiali vuol dire offendere una nazione e infangarne un’altra, la propria. Certo, anche da noi, purtroppo, c’è gente che disprezza gli italiani. E c’è chi in politica getta benzina sul fuoco, per interessi di calcolo elettorale. Sappiamo però da che parte stanno, costoro, e c’è da augurarsi che non debbano diventare i giannizzeri di un governo simile a quello meloniano, dei suoi amici, degli amici degli amici e dei suoi portaborse».
Ma non è un po’ naturale che tra «vicini» si creino degli stereotipi?
«Tra paesi confinanti è normale che nascano stereotipi, luoghi comuni, pregiudizi, e anche momenti di attrito, che devono però essere superati da visioni aperte e disincantate riflessioni. Basterebbe pensare all’importanza delle relazioni commerciali, storiche e culturali fra i due paesi. Certo, la Svizzera, specie quella riformata, è più fredda e razionale, mentre l’Italia pecca a volte di enfasi. Ma c’è una storia secolare che parla di rapporti intensi, amichevoli e costruttivi. L’atteggiamento post Crans-Montana, e tutto il teatro mediatico che gli è stato montato intorno, fa pensare che dietro alle polemiche ci sia dell’altro».
E cioè?
«Quello del governo italiano mi è sembrato un comportamento denigratorio e colpevolista, irrispettoso e a volte vicino a metodi inquisitori. Una strategia che in realtà aveva ben poco a che vedere con la difesa dei poveri ragazzi e delle povere ragazze vittime innocenti di una tragedia che, su questo nessuno dovrebbe avere da ridire, si doveva e si poteva evitare».
E quindi come spiega i toni duri?
«È stata una scelta tattica per distogliere gli italiani, giocando sul tasto emotivo, dai loro veri problemi, cioè da questioni economiche, sociali e politiche interne. La tragedia di Crans-Montana ha coinvolto anche cittadini di altri Stati, ma nessun governo ha reagito come quello di Roma. La questione non riguarda la storia dei rapporti fra i nostri due paesi, ma l’asservimento di una parte dei politici italiani e di chi li sostiene a interessi che, nel caso del dramma di Crans-Montana, con il desiderio legittimo di verità e di giustizia hanno poco a che vedere. C’era da discutere, certo, e non mancavano i mezzi per farlo in modo serio, sereno e civile (si parla tanto del bisogno di costruire una nuova Europa…). E invece si è assistito a un’arlecchinata vergognosa, che ha portato danno a tutti».
Non pensa che molti italiani covino un risentimento nei confronti della Svizzera per i nostri atteggiamenti, storicamente ostili, verso gli immigrati e i frontalieri?
«Ho letto articoli che, tornando sulla storia dell’emigrazione, hanno rivangato fatti di cronaca deprecabili di cui il nostro paese è stato responsabile. Le critiche sono però state espresse in base a luoghi comuni, senza mai scendere a un esame serio del fenomeno migratorio. Insomma: gli emigranti italiani tutte vittime e i padroni svizzerotti tutti xenofobi. Questa narrazione è falsa e tendenziosa. Sono sempre stato vicino alle comunità italiane in Svizzera e non dico nulla di nuovo se affermo che l’apporto degli italiani immigrati è stato fondamentale per la nostra economia, ma anche che il nostro paese si è dato da fare per per aprire ai nostri amici italiani le strade della promozione sociale, economica e della dignità umana. Sapendo poi quanto il fenomeno migratorio è stato seriamente studiato, mi viene il dubbio che alcuni giornalisti e certi politici di parte parlino troppe volte senza essersi minimamente documentati. Peggio però sarebbe, e non posso escluderlo, se tutta questa montagna di disinformazione fosse il frutto velenoso di un disegno».
Mi sembra molto critico nei confronti dell’attuale governo di Roma.
«Guardando certi telegiornali, leggendo alcuni quotidiani e ascoltando le dichiarazioni dei politici al governo in Italia, considerando un accanimento pari soltanto all’ignoranza storica, e di fronte a un’invadenza giornalistica mai vista prima, non posso che esprimere un giudizio negativo o continuare a pensare che il teatrino mediatico, figlio di una pericolosa alleanza fra politici e media, abbia una regia. Il dialogo sembra ridursi all’esasperazione di un noioso canovaccio che esalta i meriti del proprio lavoro (che lo si faccia o no) e mira alla denigrazione di quello degli avversari: si tratta di una deriva, frutto di uno scadimento dei valori etici e dei cattivi esempi, quello del presidente statunitense in primo luogo, dalla quale, temo, non sarà facile liberarsi.».
L’Italia è un caso particolare?
«Nei miei corsi all’Università di San Gallo ho sempre esortato a non guardare quello che succede in Italia con le lenti dei pregiudizi che pesano sul Belpaese. E a non rallegrarsi dei mali altrui, pensando erroneamente che noi ne siamo immuni. Poi c’è un altro discorso da non sottovalutare: l’Italia è un caso (o un “pre-caso”) molto interessante. Perché quello che si osserva sulla sua scena politica arriverà presto o tardi anche altrove. Berlusconi è comparso sul palcoscenico ben prima di Trump».
Non le pare che anche la Svizzera debba assumersi le sue responsabilità se i toni sono degenerati?
«Nel caso di Crans-Montana emergono responsabilità e leggerezze gravissime da parte elvetica. La magistratura vallesana sembra però fare il suo dovere e la giustizia merita rispetto, non ingerenze, tantomeno da parte di paesi terzi. Quella di pretendere di esportare, imponendoli, le proprie leggi e i propri sistemi giudiziari, per esempio, è una mentalità post-colonialista. Non mi disturbano le critiche, sono però inaccettabili il modo e i toni con cui le critiche sono state formulate. Non a caso i francesi sostengono che “c’est le ton qui fait la musique”».
Come giudica la prudenza mantenuta dal governo elvetico in questa vicenda?
«Nonostante tutto il chiasso mediatico, l’Italia resta un paese amico e, mi si permetta di aggiungere (almeno nella Svizzera di lingua tedesca), anche amato. Ma c’è un limite a tutto e, dato che ci sono modi differenti per alzare la voce, forse sarebbe stato necessario, anche ufficialmente, di fronte alle chiassose bordate italiane, mandare a Roma qualche segnale più deciso. Perché il silenzio può essere inteso come il riconoscimento di responsabilità che sarà comunque la giustizia a mettere in luce. La sceneggiata messa in piedi dal governo meloniano e dai suoi supporters ha oltrepassato ogni limite di decenza. Far sentire la propria voce da Berna, pur con ferma diplomazia, sarebbe stato, oltre che opportuno, anche necessario».

