Votazione

Dai ticinesi un altro no all’iniziativa anti-dumping

La proposta dell’MpS che mirava a rafforzare le verifiche sul mondo del lavoro è stata respinta alle urne dal 56% dei votanti – Cristina Maderni: «Avrebbe portato a controlli spropositati» – Matteo Pronzini: «Continueremo a combattere in favore dei salariati»
©Gabriele Putzu
Paolo Gianinazzi
08.03.2026 19:30

A dieci anni di distanza dalla prima votazione, avvenuta nel settembre del 2016, i ticinesi hanno nuovamente bocciato alle urne, con un risultato piuttosto secco, una proposta targata Movimento per il socialismo (MpS) riguardante il fenomeno del dumping salariale. Se in quell’occasione a prevalere alle urne fu il controprogetto di compromesso, a questo giro – senza controproposte sul tavolo – a farla da padrone sono stati i «no» espressi da ben oltre la metà dei votanti.

Con il 56,17% dei contrari, i votanti hanno affossato l’iniziativa popolare (denominata «Rispetto per i diritti di chi lavora!») che, in estrema sintesi, chiedeva maggiori controlli nel mondo del lavoro ticinese. La ricetta dell’MpS per combattere il dumping, insomma, non ha convinto i ticinesi, che hanno sostanzialmente approvato lo status quo. La cartina del Cantone, oggi pomeriggio, è infatti stata quasi interamente dipinta di rosso: solo 8 Comuni su 100 si sono espressi a favore. Un risultato, come detto, parecchio netto.

Una ricetta sbagliata

Soddisfatti, va da sé, i contrari all’iniziativa, tra i quali figura la granconsigliera del PLR, nonché vicepresidente della Camera di commercio ticinese (Cc-Ti), Cristina Maderni. «Sì, sicuramente siamo soddisfatti del risultato, che ci sembra chiaro», afferma contattata dal Corriere del Ticino. «Come detto durante la campagna, questa iniziativa avrebbe portato a controlli spropositati, minando al contempo il partenariato sociale». Insomma, a mente dei contrari la ricetta dell’MpS era semplicemente sbagliata. E i ticinesi lo hanno confermato alle urne, scegliendo lo status quo. «Sì, riteniamo che i controlli che già oggi ci sono in Ticino sono importanti. E che i casi limite o scorretti di non rispetto legge lavoro o della parità salariale vadano sì combattuti e sanzionati, ma non era questo il metodo corretto per farlo».

Sulla stessa linea, ovviamente, si è espresso il PLR cantonale, che in una nota ufficiale ha parlato di ampio no all’iniziativa che evita al Ticino «un pericoloso irrigidimento normativo che avrebbe danneggiato innanzitutto le imprese che lavorano in modo corretto, ossia la stragrande maggioranza». Il risultato, dunque, a dimostrazione che «queste iniziative temerarie ed estreme, sebbene sempre più numerose e declamatorie, non ingannano la popolazione». Anche la Lega dei ticinesi, dal canto suo, ha espresso soddisfazione per la bocciatura di un’iniziativa che, «a dispetto del nome, non avrebbe in alcun modo giovato ai salari dei ticinesi», bensì «avrebbe provocato l’ennesima ondata di burocrazia, e quindi di controlli e di costi, sia a carico dell’ente pubblico sia delle imprese, con un effetto boomerang sull’occupazione».

Un segnale importante

Diametralmente opposta, va da sé, la lettura del voto da parte dell’MpS, che in un comunicato stampa ha parlato di un’iniziativa che, «pur non essendo stata accolta, ha raccolto un consenso importante (assai simile a quello dell’iniziativa sullo stesso tema sconfitta nel 2016), segnale evidente di una persistenza del fenomeno». Ciò, afferma il movimento, «oltre al fatto che una parte significativa delle cittadine e dei cittadini di questo cantone, delle lavoratrici e dei lavoratori, considera il rispetto dei diritti di chi lavora e la lotta al dumping salariale e sociale una questione tutt’altro che marginale.

Da noi contattato, il deputato Matteo Pronzini ha messo anch’esso l’accento sugli aspetti positivi della votazione. «È chiaro che quando si fa una battaglia di questo tipo l’obiettivo è vincere. Ma, detto ciò, con l’iniziativa volevamo mettere al centro del dibattito politico due temi (le discriminazioni di genere e la diminuzione degli stipendi in questo cantone) e penso che ci siamo riusciti». E in ogni caso, assicura il granconsigliere, la battaglia dell’MpS non si fermerà certo qui. «Fa parte del nostro DNA batterci in difesa dei salari. E quindi continueremo a cercare di utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione, dentro e fuori dal Parlamento, per avanzare proposte che vadano nella direzione di tutelare chi lavora».

Sulla stessa linea, oggi, si sono espressi anche i Verdi del Ticino. In una nota, infatti, il partito ha parlato di «una mancata occasione per intervenire concretamente in un mercato del lavoro segnato da salari da fame e precarietà», assicurando che gli ecologisti continueranno a battersi «in Gran Consiglio per ottenere controlli più severi e trasparenza», perché il no alle urne «non deve diventare un lasciapassare per lo sfruttamento e la concorrenza sleale sulla pelle di chi lavora».

Un sì allo status quo

A esprimere soddisfazione per il risultato scaturito dalle urne è stato anche il Consiglio di Stato. In una nota, infatti, l’Esecutivo ha fatto sapere di aver «accolto con soddisfazione la decisione della cittadinanza ticinese che – seguendo l’indicazione di Governo e Parlamento – ha respinto l’iniziativa popolare». E questo perché, ha rilevato il Governo, «l’applicazione di quanto proposto avrebbe comportato un aumento sensibile della burocrazia e importanti costi per l’ente pubblico, in un periodo in cui le finanze cantonali sono già particolarmente sotto pressione, senza reali benefici per il nostro mercato del lavoro». A mente del Consiglio di Stato si è dunque tratta di un voto che ha confermato che «secondo la popolazione ticinese gli strumenti attuali a tutela dei diritti di chi lavora in Ticino e i meccanismi del partenariato sociale sono adeguati e funzionano». In tal senso, il direttore del DFE, Christian Vitta, ha infatti parlato di un voto che rappresenta anche «un riconoscimento per tutti coloro che si occupano dei controlli sul mercato del lavoro, ossia l’ispettorato del Cantone e le commissioni paritetiche, con uno sforzo importante già oggi messo in campo, che in termini di controlli pone il Ticino al di sopra degli altri Cantoni svizzeri». A testimonianza del fatto che, ha chiosato Vitta, «il tema del controllo del mercato del lavoro è già oggi prioritario in Ticino, anche per via delle particolarità che contraddistinguono la nostra regione». 

L’iniziativa popolare formulava quattro richieste: l’introduzione dell’obbligo di notifica per ogni contratto (nuovo o concluso) di lavoro; il potenziamento dell’ispettorato del lavoro (con un ispettore ogni 5 mila lavoratori); la creazione di una sezione dedicata alle discriminazioni di genere (con un ispettore ogni 2.500 lavoratrici); la pubblicazione di una statistica aggiornata dei salari e delle condizioni di lavoro in Ticino.
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