Dal Governo un’analisi tecnica per rilanciare la riforma elettorale

Il passaggio al sistema maggioritario; un quorum del 4% per accedere ai Legislativi; l’ipotesi (scartata) di tornare alla congiunzione delle liste; l’ipotesi di allungare la Legislatura da quattro a cinque anni e, infine, l’idea di limitare a 12 anni la durata della carica di consigliere di Stato.
C’è tanta carne al fuoco nel rapporto (qui trovate il documento completo) che il Consiglio di Stato ha messo oggi in consultazione fino al 12 marzo 2027. Un rapporto che era atteso da tempo, perlomeno dal dicembre del 2024, quando lo stesso Governo annunciò via comunicato che si sarebbe espresso «prossimamente in merito all’ipotesi di una riforma delle modalità di elezione di Governo e Parlamento». E un rapporto che, lo avrete capito, mira proprio ad approfondire un’ipotetica riforma del sistema elettorale ticinese. Un corposo documento di una cinquantina di pagine – redatto dalla Cancelleria dello Stato – che, ripercorrendo la genesi dell’attuale sistema, ha analizzato le possibili piste da seguire da un punto di vista tecnico. È lo stesso Governo, d’altronde, a precisare che «il documento si astiene volutamente dal formulare considerazioni di natura politica, in favore di una valutazione tecnica». E questo, appunto, per poter prima raccogliere il parere degli attori interessati e, solo in un secondo momento, alla luce della consultazione, esprimersi su una vera e propria riforma.
Niente più proporzionale
Detto delle premesse, veniamo al succo del documento, alle proposte vere e proprie. Partendo dal tema più scottante: il passaggio, per l’elezione degli Esecutivi, al sistema maggioritario. Il Ticino, infatti, è rimasto l’unico Cantone a eleggere il Governo con il proporzionale. Su questo fronte nel rapporto ci si orienta su un sistema a due turni. E viene ricordato che essenzialmente in Svizzera i Cantoni adottano due modelli. Senza entrare nei tecnicismi delle formule, il primo sistema (utilizzato anche in tutta la Romandia, più simile a noi sul piano delle dinamiche culturali ed elettorali) richiede sovente un secondo turno per eleggere i candidati. Basti pensare che nei Cantoni romandi, tra il 2012 e il 2026, solo il 16,2% dei candidati è stato eletto al primo turno. In Svizzera tedesca, nei Cantoni che adottano lo stesso sistema, i candidati sono invece stati eletti al primo turno nel 71,9% dei casi. Tradotto in soldoni: in Ticino un simile sistema, per via della nostra vicinanza culturale alla Romandia, porterebbe ad avere un primo turno pressoché inutile, con poca scrematura, utilizzato molto probabilmente dai partiti come «vetrina» per l’elezione in Gran Consiglio, vanificando l’effetto maggioritario.
Il secondo sistema (quello ad esempio usato a Zurigo o nei Grigioni) prevede invece una soglia più bassa per essere eletti già al primo turno. Nei Cantoni che lo utilizzano, negli ultimi 14 anni il 99,2% dei candidati è stato eletto al primo turno. E, per i motivi illustrati prima, è proprio questo sistema che viene indicato dal rapporto come «più adatto» per il Ticino, «perché semplifica l’elezione nel Governo senza tuttavia abbassare in modo eccessivo il sostegno popolare necessario per ottenere l’elezione al primo turno».
Vale la pena ricordare (ne avevamo parlato qui) che lo studio redatto nel 2020 dall’Osservatorio della vita politica regionale dell’Università di Losanna, proprio con questo sistema aveva simulato i seguenti risultati (da prendere assolutamente con le pinze proprio perché simulazioni teoriche): nel 2015 sarebbero stati eletti in Governo due leghisti (Zali e Gobbi) e tre PLR (Vitta, Bertini e Ferrara); nel 2019 sarebbero invece stati eletti due leghisti (Gobbi e Zali), due PLR (Vitta e Farinelli) e un centrista (De Rosa). Il PS, in entrambi i casi, sarebbe rimasto fuori dal Governo. D’altronde, contrariamente al proporzionale il sistema maggioritario per sua natura tende proprio a diminuire il numero di partiti eletti.
Una soglia d’accesso
Veniamo ora alla seconda proposta, riguardante l’introduzione di una soglia per accedere ai Legislativi. Nel rapporto viene in primis ricordato che nessun Cantone (ad eccezione di Svitto) ha una soglia d’entrata bassa come quella ticinese (pari all’1,1%). In Ticino sono infatti sufficienti poco più di mille schede per accedere al Parlamento. Il rapporto indica dunque un quorum del 4% come «adeguato alla realtà ticinese» (sia per il Gran Consiglio sia per i Consigli comunali) poiché «non è troppo elevato da ostacolare eccessivamente l’entrata in Parlamento (...) e si inserisce nella fascia dei valori fissati negli altri Cantoni (ndr. solitamente tra il 3% e il 5%)». Su questo fronte val la pena ricordare che l’introduzione di un quorum è già stata bocciata più volte dal Gran Consiglio: nel 2006, nel 2008, nel 2010 e, più recentemente, nel 2025. Il Governo, conscio di questo fatto, ha comunque voluto inserire il capitolo nel rapporto «per disporre di una visione più ampia delle opinioni e dare l’opportunità a tutti gli interessati di formulare osservazioni».
L’ipotesi scartata
Un’altra ipotesi analizzata è quella del ritorno alle congiunzioni di lista (eliminate in Ticino nel 2002). Un’ipotesi però sconsigliata nel rapporto onde evitare «un ulteriore incremento del numero di liste e di candidature». Ossia per evitare (come accade per l’elezione del Nazionale, dove questa possibilità esiste ancora) che siano presentate numerosissime sotto liste per portare acqua alla lista principale.
Due tecnicismi
Il rapporto propone poi altre due modifiche «minori» di natura tecnica. Sul fronte dell’elezione dei legislativi viene suggerito di passare dall’attuale formula «Hare/Niemeyer» a quella «Hagenbach-Bischoff». E questo, in sintesi, per evitare una distorsione che oggi favorisce i partiti più piccoli. I quali, ad esempio, può capitare ottengano più seggi di quanti ne abbiano effettivamente e matematicamente vinti.
L’altra modifica riguarda il valore delle schede. Oggi, nel voto per Parlamento e Governo i cittadini possono esprimere rispettivamente 180 voti e 10 voti: il doppio rispetto ai posti disponibili; uno per il candidato e uno per la lista che rappresenta. Ciò, però, implica un problema per il voto senza intestazione: chi sceglie questa scheda si vede così costretto a fornire indirettamente un voto anche a una lista. Un controsenso rispetto alla nozione stessa di «scheda senza intestazione». Viene dunque proposto di dare agli elettori tanti voti quanti sono i seggi da assegnare, ossia 90 e 5.
Le due ultime idee
Il rapporto, infine, analizza brevemente (senza esprimersi nel merito) due recentissime proposte. La prima, del settembre di quest’anno e proposta dal deputato Paolo Ortelli (PLR), prevede di allungare da 4 a 5 anni la Legislatura. La seconda, della deputata Sabrina Gendotti (Centro), chiede invece di limitare a tre legislature i mandati dei consiglieri di Stato.

