Territorio

Dalpe, difficoltà emblematiche nonostante tutte le potenzialità

Il paese leventinese fatica a trovare una figura che si occupi del punto di ritrovo – Frapolli: «Queste regioni offrono grandi opportunità, ma non è facile dare avvio a un’attività»
© Ti-Press / Pablo Gianinazzi

«Non è facile selezionare una figura che si occupi della conduzione di un albergo situato in una zona periferica, ma questo è un problema noto». Il rilancio dell’Hotel Des Alpes di Dalpe dovrà attendere ancora. Secondo quanto appreso dal Corriere del Ticino, il bando pubblicato dal Comune lo scorso marzo per individuare un nuovo gestore non ha infatti prodotto i risultati sperati, e la riapertura, inizialmente prevista per il 1. giugno, slitta. «Al momento stiamo analizzando due candidature, quelle ricevute non erano moltissime e i tempi, inevitabilmente, si sono allungati», continua il consulente turistico Elia Frapolli. «Stiamo pensando di rivedere il bando entro fine mese, qualora non riuscissimo a individuare un profilo idoneo», gli fa eco il sindaco Mauro Fransioli. Lo scopo, infatti, non è quello di accelerare i tempi a tutti i costi, bensì di trovare qualcuno che sia disposto a credere nell’iniziativa e a garantirne a lungo la continuità.

L’iter del Des Alpes

Nonostante il ritardo, il progetto che intende rivalorizzare la struttura prosegue. «Sono stati completati il bar e una camera campione, per una spesa di circa trentamila franchi», afferma il sindaco. «Le altre stanze verranno rinnovate successivamente, tenendo conto anche delle indicazioni del futuro gerente. A breve è inoltre previsto un incontro con il Consiglio di amministrazione della CEL Dalpe SA per stabilire i prossimi passi». L’obiettivo resta quello di arrivare alla riapertura al più presto, possibilmente in vista del periodo invernale. L’albergo, acquistato dalla CEL Dalpe SA nel 2013, era già stato interessato da un’importante riqualificazione da oltre tre milioni di franchi, conclusasi nel 2015. Oggi, dopo dieci anni di attività, la proprietà ha promosso una revisione indipendente del progetto per ridefinirne le finalità e rintracciare nuove opportunità di sviluppo.

Le logiche dei Comuni

La ricerca del nuovo affidatario mette però in evidenza una difficoltà che interessa molte località di montagna. Trovare imprenditori disposti a prendersi carico di un complesso situato lontano dai principali poli turistici è, infatti, sempre più impegnativo. «Personalmente, credo che queste regioni abbiano grandi potenzialità, ma è evidente che sia più difficile dare avvio a un albergo in un paese altoleventinese che non ad Ascona, per fare un paragone semplice», osserva ancora Frapolli. A incidere sono soprattutto la forte stagionalità e la necessità di garantire l’apertura durante tutto l’anno, anche nei periodi in cui l’afflusso di ospiti diminuisce sensibilmente.

Per Dalpe, infatti, l’albergo non rappresenta soltanto un presidio economico, ma un autentico fulcro di «coesione sociale», nonché un raro esempio di ritrovo per i residenti. Uno dei motivi per i quali l’affitto è calcolato in modo «congruo». «Il Comune non persegue logiche speculative: la priorità è garantire ai cittadini un luogo di aggregazione. Il canone di locazione è stato quindi calibrato in modo equilibrato e sostenibile, ponderandolo sul reale rendimento della struttura ricettiva», precisa il consulente. Dopo alcune gestioni di breve durata, l’imperativo attuale rimane la stabilità: «È preferibile concedersi qualche settimana in più per individuare il profilo ideale, piuttosto che cedere alla fretta e compromettere la continuità del progetto».

La strategia punta, inoltre, a promuovere maggiormente la gastronomia, i soggiorni dedicati al benessere nonché lo sport, dall’escursionismo alla bicicletta, facendo leva sul patrimonio naturalistico della regione. «I mesi più frequentati possono risultare interessanti per molti operatori, ma poi bisogna confrontarsi con lunghi periodi di stasi in cui il pubblico turistico diminuisce sensibilmente e i pernottamenti si riducono. Serve un’organizzazione molto solida per sopravvivere anche in autunno, inverno e primavera», afferma Frapolli, che guarda comunque con fiducia alle opportunità della Leventina.

I vantaggi della Leventina

«Dopo il Covid molti viaggiatori cercano località autentiche e non necessariamente legate al turismo di massa. Tutto ciò che riguarda la realtà rurale in Svizzera può risultare particolarmente interessante per questo tipo di visitatore», osserva il consulente. Tra gli elementi che possono giocare a favore della Leventina c’è la sua accessibilità. «Rispetto ad altre valli è facilmente raggiungibile, sia con i mezzi pubblici sia facendo capo all’autostrada», spiega Frapolli. Quest’ultima, pur avendo un impatto sul paesaggio del fondovalle, rappresenta dunque un vantaggio. «Se pensiamo a Dalpe, in circa quindici minuti si raggiunge l’asse viario, ma allo stesso tempo si trova immerso in una dimensione più raccolta. Al paesaggio naturale, infatti, si aggiungono l’eredità culturale e quella romanica. Per convincere gli ospiti a fermarsi più a lungo, invece, è fondamentale «raccontare delle storie e proporre delle esperienze». Costruire, così, un’offerta capace di mettere insieme i diversi elementi presenti sul territorio, dalla funivia alle passeggiate, passando per la ristorazione e le altre attrazioni.

«Occorre ripensare le politiche di sviluppo delle valli»

L’intervista a Luigi Lorenzetti, professore USI, coordinatore del Laboratorio di storia delle Alpi 

Quanto il caso dell’Hotel des Alpes riflette le difficoltà di fare impresa nelle valli ticinesi? Quali sono oggi i principali ostacoli e le opportunità di sviluppo?
«La difficoltà di promuovere attività imprenditoriali è una costante storica delle valli ticinesi. A eccezione di pochi esempi di iniziative economiche nate tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, come la Cima Norma di Dongio, le forze imprenditoriali locali hanno in generale preferito guardare fuori dal Cantone, dove il mercato sembrava offrire maggiori opportunità. Oggi, al di là degli ostacoli noti - una geografia complessa, la fuga di cervelli, una struttura industriale ancora orientata a produzioni a basso valore aggiunto, la dipendenza dal lavoro frontaliero e salari poco competitivi rispetto al resto della Svizzera - lo sviluppo economico delle valli continua a soffrire di una limitata fiducia nelle proprie potenzialità. Una prospettiva di rilancio passa dal recupero della loro vocazione produttiva, creando occupazione e valorizzando la qualità della vita che possono offrire, anche grazie alle condizioni climatiche».

Il calo della popolazione e l’invecchiamento rischiano di compromettere il futuro delle valli? Meno residenti, meno servizi e territori sempre meno attrattivi?
«Molte realtà periferiche soffrono di un circolo vizioso in cui il calo demografico e la perdita dei servizi di prossimità si alimentano reciprocamente. Questa dinamica si è affermata a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, con lo sviluppo del modello economico neoliberale. Si differenzia però dalle precedenti fasi di spopolamento, come quella che ha interessato il Ticino tra la metà del XIX e la metà del XX secolo, quando la rete dei servizi di prossimità rimase stabile e, in alcuni casi, si ampliò nonostante il calo della popolazione».

Nel caso di Dalpe la proprietà è della CEL, che reinveste sul territorio parte dei proventi dell’idroelettrico. È un modello interessante?
«Il caso dell’Hotel des Alpes è un esempio di spillover (effetti positivi che si estendono al territorio, ndr) generato dalla sua acquisizione da parte della Centrale Elettrica di Dalpe (CEL) nel 2013. Nonostante le difficoltà attuali, si tratta di un modello valido perché fondato su una progettualità che va oltre una logica speculativa, ancora presente in molti progetti turistici e di sviluppo locale, basati su visioni di breve periodo o su un uso indiscriminato delle risorse, come il suolo, l’acqua e il paesaggio. Va inoltre ricordato che, accanto all’Hotel des Alpes, a Dalpe è attiva da alcuni anni una cooperativa che ha rilevato la storica bottega del paese. Grazie ai suoi circa 180 soci, è in grado di garantire un importante servizio di prossimità e di promuovere numerose iniziative che contribuiscono a mantenere vivo il tessuto sociale locale. Proprio la carenza di servizi di prossimità rappresenta uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico delle valli ticinesi. Più in generale, occorre ripensare le politiche di sviluppo, valorizzando maggiormente gli interventi di rigenerazione e favorendo le sinergie tra le diverse iniziative imprenditoriali presenti sul territorio».

La crisi che vivono oggi le valli ticinesi è diversa da quelle del passato?
«Le valli ticinesi hanno attraversato diversi momenti di trasformazione. Basti pensare all’arrivo della ferrovia alla fine del XIX secolo, che ha creato nuove marginalità, o al boom economico del secondo dopoguerra, che ha cancellato gli ultimi tratti della rusticità e dell’economia contadina tradizionale. Negli ultimi decenni, la fragilità delle aree periferiche deriva dalla combinazione tra il processo di globalizzazione e politiche economiche e territoriali che hanno spesso privilegiato le aree centrali e le economie urbane a scapito di quelle periferiche. In Svizzera ne è un esempio l’assimilazione delle aree montane a quelle rurali introdotta nel 2008 con la Nuova politica regionale della Confederazione, solo in parte corretta dagli Enti regionali per lo sviluppo, che valorizzano le specificità dei territori montani».

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