«Disagio sociale e violenza giovanile? Dialogo e prevenzione al primo posto»

Quale è stato il suo primo pensiero appena
saputo della nomina?
«Per prima cosa, la presa di coscienza di un grande cambiamento, molto
importante sia a livello professionale che privato. A questo si
aggiungono la felicità e il grande onore per aver ricevuto questa nomina».
La divisa per lei non è una novità (Chiesa è maggiore dell’Esercito), ma
oltre all’esperienza militare è responsabile del centro polifunzionale di
Camorino e ha gestito anche l’accoglienza dei profughi ucraini e l’emergenza in
Vallemaggia. Che cosa porterà a Lugano?
«In generale, quello che credo di poter portare è l’esperienza in ambito di
condotta, un’esperienza che non è quella civile ma che ho maturato in più di mille giorni di servizio. D’altronde, il
modello militare è simile a un’organizzazione come quella
di Polizia . Inoltre, le esperienze maturate in senso al Dipartimento delle istituzioni, hanno
creato un bagaglio di conoscenze in ambito di situazioni straordinarie che mi ha permesso di mettere in pratica gli insegnamenti militari in
ambito civile, adattandoli alla situazione. Inoltre, la mia formazione
accademica legata all’innovazione può portare un beneficio, in una struttura
come la Polizia comunale, in particolare nell’ambito della progettualità.
Uno dei temi sarà come ottimizzare un Corpo, che già funziona, e traghettarlo
in un futuro tutt’altro che semplice».
Quali sono le sfide a cui secondo dovrà far fronte la Polizia cittadina?
«Le principali sfide non toccano
solo la Polizia comunale, ma tutte le istituzioni e gli enti di primo
intervento. Il primo tema è quello del disagio sociale, e in particolare del
disagio giovanile. Bisognerà avere una visione ampia e riuscire a entrare in
sintonia con la società, intercettandone i bisogni. A questo proposito,
lo sviluppo tecnologico giocherà un ruolo importante. Proprio questa sarà la
seconda sfida: la tecnologia avanza più velocemente della società, penso a
soprattutto all’intelligenza artificiale e alla disinformazione. I progressi
tecnologici sono positivi per la ricerca ma hanno anche riscontri negativi.
Basti pensare a come la società è mutata dopo il COVID. Se non saremo pronti a
questa accelerazione, potranno esserci delle ripercussioni ed è fondamentale
che un Corpo come quello della Polizia di Lugano sia il più possibile
aggiornato. La terza sfida riguarda la Polizia del futuro, che dovrà mantenere
come obiettivo la sicurezza del cittadino e delle sue
istituzioni, restando appunto al passo con i tempi».
Ecco, a proposito di disagio sociale è molto sentita la questione della
violenza giovanile, nonostante Lugano sia la Città più sicura della Svizzera.
Serve dialogo o repressione?
«Serve prima di tutto un giusto equilibrio. Il dialogo e la prevenzione
vengono al primo posto. Questo può essere fatto unicamente se si crea una rete
sul territorio con scuole e istituti sociali per creare misure ad hoc. Lugano
è già molto attenta su questo tema. È evidente
che quando si supera una certa linea, allora anche la repressione ha sua
funzione importante. Se c’è una situazione pericolo per la cittadinanza si
deve poter intervenire, anche
in maniera ferma».
Il suo predecessore Roberto Torrente ha valorizzato la figura dell’agente
di quartiere: in quest’ottica possono essere loro le figure chiave?
«Assolutamente. Quando mi sono approccio alla Polizia, mi sono
interessato molto al ruolo degli agenti
di quartiere. Sono antenne sul territorio che possono captare situazioni
particolari per intervenire, non in maniera repressiva, anticipando
eventuali escalation».
Passando agli aspetti più politici, un tema caldo è quello della riforma
della Polizia. Il progetto Polizia ticinese è stato posto in consultazione lo
scorso anno e ha raccolto parecchie critiche soprattutto da Lugano, in
particolare sulla governance e sulle possibili conseguenze finanziarie. Anche
l’alternativa, ossia la Polizia unica, non scalda gli animi. Lei che idea si è
fatto?
«È prematuro esprimermi su uno o l’altro modello. Come detto, una delle
sfide istituzionali è quella di trovare un sistema quanto più possibile
efficiente, efficace e al
passo con i tempi».
Questa non è la prima schermaglia politica tra la Città di Lugano e il
Cantone, perlomeno sul tema Polizia. Avendo lavorato proprio per
l’Amministrazione cantonale, si sente un po’ “mediatore”?
«Sono cosciente che dal 1 settembrecambierò “maglietta” ma, in tutte le sfide professionali che ho affrontato, il fatto
di riuscire a collaborare bene e trovare soluzioni comuni è sempre stato il mio
obiettivo. Ricordiamoci che al centro c’è il cittadino, il quale deve essere il
focus di tutte le istituzioni».
Collaborazione è insomma la parola chiave...
«Esattamente. È importante che la Polizia cittadina,
dopo allineamento con la propria autorità politica, dialoghi
con il Cantone e gli altri enti di primo intervento, Pompieri e Servizio
ambulanze. L’esperienza al DI mi ha dimostrato il valore di queste collaborazioni, in particolare il fatto di conoscere le persone attive sul territorio. In questo modo si può
arrivare a un’uniformità di dottrina. La
comprova l'ho avuta nelle prime fasi dell’intervento in
Vallemaggia in cui tenevamo
moltissimi rapporti, che dovevano essere brevi ed efficaci. Una
formazione comune, come quelle svolte dalla Sezione del militare e della
protezione della popolazione, permette ad ognuno di sapere come
muoversi e che contributi dare».
Lei ha posto l’accento sulla tecnologia. Negli scorsi anni, alcuni agenti
sono finiti sotto inchiesta per fermi giudicati troppo “muscolosi”. Nella
maggior parte dei casi, venendo assolti. Da tempo, Lugano auspica
l’introduzione delle bodycam. Concorda? Sono una possibile soluzione?
«Sì, ritengo che possono
essere molto utili ma non sono l’unica soluzione. È vero che l’utilizzo di
questi strumenti, con tutte le basi legali necessarie, sarebbe un vantaggio
sia per la Polizia che per il cittadino. Hanno un effetto dissuasivo e di
de-escalation: una persona che si sta confrontando con un agente sa di essere
registrato, così come lo sa l’agente stesso, il quale manterrà quindi un atteggiamento consono».

