L'intervista

«Disagio sociale e violenza giovanile? Dialogo e prevenzione al primo posto»

La Polizia della Città di Lugano ha il suo nuovo comandante: giovedì scorso il Municipio di Lugano ha nominato Federico Chiesa, il quale entrerà in funzione a partire dal 1. settembre 2026 sostituendo l’attuale comandante Roberto Torrente - Lo abbiamo intervistato
© Ti-Press/Samuel Golay
Nico Nonella
28.01.2026 06:00

Quale è stato il suo primo pensiero appena saputo della nomina?
«Per prima cosa, la presa di coscienza di un grande cambiamento, molto importante sia a livello professionale che privato.  A questo si aggiungono la felicità e il grande onore per aver ricevuto questa nomina».

La divisa per lei non è una novità (Chiesa è maggiore dell’Esercito), ma oltre all’esperienza militare è responsabile del centro polifunzionale di Camorino e ha gestito anche l’accoglienza dei profughi ucraini e l’emergenza in Vallemaggia. Che cosa porterà a Lugano?
«In generale, quello che credo di poter portare è l’esperienza in ambito di condotta, un’esperienza che non è quella civile ma che ho maturato in più di mille giorni di servizio. D’altronde, il modello militare è simile a un’organizzazione come quella di Polizia . Inoltre, le esperienze maturate in senso al Dipartimento delle istituzioni, hanno creato un bagaglio di conoscenze in ambito di situazioni straordinarie che mi ha permesso di mettere in pratica gli insegnamenti militari in ambito civile, adattandoli alla situazione. Inoltre, la mia formazione accademica legata all’innovazione può portare un beneficio, in una struttura come la Polizia comunale, in particolare nell’ambito della progettualità. Uno dei temi sarà come ottimizzare un Corpo, che già funziona, e traghettarlo in un futuro tutt’altro che semplice».

Quali sono le sfide a cui secondo dovrà far fronte la Polizia cittadina?
«Le principali sfide non toccano solo la Polizia comunale, ma tutte le istituzioni e gli enti di primo intervento. Il primo tema è quello del disagio sociale, e in particolare del disagio giovanile. Bisognerà avere una visione ampia e riuscire a entrare in sintonia con la società, intercettandone i bisogni. A questo proposito, lo sviluppo tecnologico giocherà un ruolo importante. Proprio questa sarà la seconda sfida: la tecnologia avanza più velocemente della società, penso a soprattutto all’intelligenza artificiale e alla disinformazione. I progressi tecnologici sono positivi per la ricerca ma hanno anche riscontri negativi. Basti pensare a come la società è mutata dopo il COVID. Se non saremo pronti a questa accelerazione, potranno esserci delle ripercussioni ed è fondamentale che un Corpo come quello della Polizia di Lugano sia il più possibile aggiornato. La terza sfida riguarda la Polizia del futuro, che dovrà mantenere come obiettivo la sicurezza del cittadino e delle sue istituzioni, restando appunto al passo con i tempi».

Ecco, a proposito di disagio sociale è molto sentita la questione della violenza giovanile, nonostante Lugano sia la Città più sicura della Svizzera. Serve dialogo o repressione?
«Serve prima di tutto un giusto equilibrio. Il dialogo e la prevenzione vengono al primo posto. Questo può essere fatto unicamente se si crea una rete sul territorio con scuole e istituti sociali per creare misure ad hoc. Lugano è già molto attenta su questo tema. È evidente che quando si supera una certa linea, allora anche la repressione ha sua funzione importante. Se c’è una situazione pericolo per la cittadinanza si deve poter intervenire, anche in maniera ferma».

Il suo predecessore Roberto Torrente ha valorizzato la figura dell’agente di quartiere: in quest’ottica possono essere loro le figure chiave?
«Assolutamente. Quando mi sono approccio alla Polizia, mi sono interessato molto al ruolo degli agenti di quartiere. Sono antenne sul territorio che possono captare situazioni particolari per intervenire, non in maniera repressiva, anticipando eventuali escalation».

Passando agli aspetti più politici, un tema caldo è quello della riforma della Polizia. Il progetto Polizia ticinese è stato posto in consultazione lo scorso anno e ha raccolto parecchie critiche soprattutto da Lugano, in particolare sulla governance e sulle possibili conseguenze finanziarie. Anche l’alternativa, ossia la Polizia unica, non scalda gli animi. Lei che idea si è fatto?
«È prematuro esprimermi su uno o l’altro modello. Come detto, una delle sfide istituzionali è quella di trovare un sistema quanto più possibile efficiente, efficace e al passo con i tempi».

Questa non è la prima schermaglia politica tra la Città di Lugano e il Cantone, perlomeno sul tema Polizia. Avendo lavorato proprio per l’Amministrazione cantonale, si sente un po’ “mediatore”?
«Sono cosciente che dal 1 settembrecambierò “maglietta” ma, in tutte le sfide professionali che ho affrontato, il fatto di riuscire a collaborare bene e trovare soluzioni comuni è sempre stato il mio obiettivo. Ricordiamoci che al centro c’è il cittadino, il quale deve essere il focus di tutte le istituzioni».

Collaborazione è insomma la parola chiave...
«Esattamente. È importante che la Polizia cittadina, dopo allineamento con la propria autorità politica, dialoghi con il Cantone e gli altri enti di primo intervento, Pompieri e Servizio ambulanze. L’esperienza al DI mi ha dimostrato il valore di queste collaborazioni, in particolare il fatto di conoscere le persone attive sul territorio. In questo modo si può arrivare a un’uniformità di dottrina. La comprova l'ho avuta nelle prime fasi dell’intervento in Vallemaggia in cui tenevamo moltissimi rapporti, che dovevano essere brevi ed efficaci. Una formazione comune, come quelle svolte dalla Sezione del militare e della protezione della popolazione, permette ad ognuno di sapere come muoversi e che contributi dare».

Lei ha posto l’accento sulla tecnologia. Negli scorsi anni, alcuni agenti sono finiti sotto inchiesta per fermi giudicati troppo “muscolosi”. Nella maggior parte dei casi, venendo assolti. Da tempo, Lugano auspica l’introduzione delle bodycam. Concorda? Sono una possibile soluzione?
«Sì, ritengo che possono essere molto utili ma non sono l’unica soluzione. È vero che l’utilizzo di questi strumenti, con tutte le basi legali necessarie, sarebbe un vantaggio sia per la Polizia che per il cittadino. Hanno un effetto dissuasivo e di de-escalation: una persona che si sta confrontando con un agente sa di essere registrato, così come lo sa l’agente stesso, il quale manterrà quindi un atteggiamento consono».

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