Franco Banfi, il ticinese che nuota con le balene e non teme gli squali

Franco Banfi nuota con le balene e non teme gli incontri ravvicinati con gli squali. La sua vera scommessa è stata con se stesso per fare della sua più grande passione un mestiere. Il pluripremiato fotografo subacqueo e naturalista è partito dall’esplorazione del lago di Lugano e dei fiumi del Ticino per spingersi poi nei mari e negli oceani lontani. I suoi magnifici scatti hanno il potere di aprire gli occhi a chi li guarda su uno straordinario e delicato universo che è il motore del pianeta. Franco Banfi ci mette in guardia contro la superficialità. Il nemico più temuto è la mancanza di buon senso e l’ignoranza di chi approccia l’ambiente subacqueo e la fauna che vi dimora. L’esperto ticinese, classe 1958, è anche una guida d’eccezione nei tour fotografici che organizza in giro per il mondo per vedere luoghi incontaminati, balene, pesci e animali selvatici. Questa estate ha portato con successo alla Fondazione Parco San Rocco a Morbio la mostra «Oltre la superficie» per condividere con il pubblico le immagini realizzate nelle sue immersioni. L’esposizione fotografica è itinerante e disponibile su richiesta per essere ospitata anche in altri spazi.

Franco Banfi, come è iniziata la sua
passione travolgente per le immersioni subacquee e la fotografia?
«Già da ragazzino ero
incuriosito da quello che c’era sott’acqua e volevo vedere cosa si trovava oltre
la superficie dei laghi, dei fiumi e del mare. Ho dovuto aspettare qualche anno
prima di poter fare immersioni subacquee perché con il mio lavoro di
apprendista non me lo potevo permettere. Nel frattempo andavo a sciare, ma non
vedevo l’ora di realizzare il mio sogno nel cassetto. Ho frequentato il corso
di primo livello per diventare subacqueo nel lago di Lugano nel lontano 1981. Ogni
settimana per quattro mesi andavamo a fare immersioni nel Ceresio con un’attrezzatura
a dir poco impegnativa, che a guardarla adesso sembra proprio di un’altra era. Ho
conseguito il primo brevetto subacqueo a 23 anni poi sono diventato istruttore
dopo altri tre brevetti. Il mio primo lavoro era quello di radiotecnico e quasi
quasi andavo a lavorare in radio».
Come è passato dalle onde radio alle
acque profonde?
«Le immersioni subacquee mi
piacevano e già vedevo l’opportunità di farne una professione. Nel frattempo ho
cominciato anche a fotografare. Ho fatto le prime immersioni nel lago di
Lugano, nel lago Maggiore e nelle acque smeraldine della Val Verzasca. Poi sono andato a lavorare a
Zurigo e mi sono immerso anche nei laghi di Zurigo, Neuchâtel e Losanna».

Lei che si immerge da una vita nei laghi
svizzeri, ha notato dei cambiamenti nell’ambiente acquatico del Ceresio?
«L’ambiente
acquatico del Ceresio è cambiato e oserei dire che è quasi meglio rispetto al
passato. Un bel po’ di anni fa hanno cominciato a mettere dei depuratori nel lago
dove confluivano gli scarichi fognari. Noto
una presenza maggiore di piante acquatiche che per qualcuno non sono belle da
vedere, ma comunque generano ossigeno e fanno bene all’ambiente e alla fauna ittica
del Ceresio. C’è qualche pesce in più nel lago di Lugano anche se non sono
tutti autoctoni. Negli anni è arrivato il pesce siluro(Silurus glanis) che si
vede sempre più spesso e che i pescatori non amano perché dicono che mangia tutti
gli altri pesci. Io non sono d’accordo perché faccio immersioni in tutto il
mondo e vedo che i pesci siluro convivono con gli altri pesci. Poi è ovvio che
ne mangeranno una parte però l’ecosistema si riequilibra comunque».
Le meduse da quanto tempo sono
presenti nel lago di Lugano?
«Abbiamo cominciato a vedere
le meduse nel lago di Lugano ancora prima del Covid, una decina di anni fa
circa. È successo d’estate quando la temperatura dell’acqua si è riscaldata poi
negli anni successivi le abbiamo avvistate a fasi alterne. È una cosa strana
perché le meduse hanno un ciclo vitale particolare. Nascono sul fondo del lago come
planule dove si fissano e prendono forma di polipi che poi si sviluppano e si
staccano dal fondo dividendosi in efire che diventano meduse. In passato la
medusa di lago nel Ceresio non riusciva a svilupparsi per via della temperatura
dell’acqua che era troppo bassa. È una creatura bianca trasparente e di piccole
dimensioni e se non ci fai caso, non la vedi. Ha un diametro di 2-3 cm ed è più
piccola del tappo della gazzosa. Dicono che sia urticante, ma anche se uno la
tocca con le mani, la medusa di lago non
lo può ferire più di tanto».

Come si differenzia il lago di
Lugano da quello Zurigo?
«Credo di avere fatto mille
immersioni nel lago di Lugano, ma è difficile conoscerlo come le proprie tasche
perché è grande. È tanto che non mi
immergo nel lago di Zurigo, ma ai tempi era un po’ più limpido del Ceresio. Tuttavia
il lago che mi ha più mi ha impressionato è quello di Neuchâtel per via dell’acqua
cristallina. Per chi è abituato alle acque del Ceresio, lì rimane a bocca
aperta».
L’acqua limpida del lago di
Neuchatel è dovuta a un maggiore controllo delle autorità?
«Non è necessariamente così.
L’acqua limpida del lago è anche il risultato delle sue caratteristiche: l’altezza,
la profondità e la conformazione sott’acqua.
Poi gli insediamenti abitativi vicini influiscono. Però non è tutta colpa
dell’uomo se l’acqua non è limpida. I nostri laghi alpini ad esempio sono
soggetti a piogge acide e hanno parametri chimico-fisici fuori dalla norma
eppure sono limpidissimi da vedere. È istintivo pensare che un lago dove non
vedi il fondo non sia pulito, però non è così».
Che gusto c’è nell’immergersi in un
lago, in un fiume o in un mare dal colore torbido?
«Uno si immerge perché lo appassiona
il fatto di essere sott’acqua in un ambiente dove altrimenti non potrebbe
vivere senza le bombole oppure vuole vedere qualcosa di particolare».

Cosa si vede di bello nel lago di
Lugano?
«Il Ceresio nel luganese ha
pareti piuttosto verticali e abbastanza ripide. La parte superiore oltrepassa i
200 metri di profondità, mentre quella inferiore arriva a 100 metri. Se andiamo ad Agno il lago di
Lugano è abbastanza piatto, mentre a Capolago si trova il relitto di un antico
vaporetto a pale della navigazione che è affondato. Il Milano è adagiato sul fondale e
non è difficile da raggiungere e da vedere. Posso dire che quando
ho cominciato ad immergermi nel lago di Lugano negli anni 80 non si vedevano i
gamberetti che oggi invece si notano dappertutto. Purtroppo non sono gamberi
autoctoni, ma sono quelli americani che sopravvivono perché sono più robusti».
Quale tipo di
fauna ittica autoctona è rimasta nel Ceresio?
«Nel Ceresio e
in Ticino si trovano i persici. Poi abbiamo tanti lucioperca, chiamati “Sander”,
che invece non ci sono nella Svizzera interna. Infatti il lucioperca che viene
venduto a Zurigo proviene dai paesi dell’Est. Qualche anno fa un lucioperca aveva
attaccato dei turisti sul Lago Maggiore dove ci sono i campeggi e avevano
chiamato la polizia. La storia, a mio parere,
è andata un po’ fuori dalle righe. In genere il lucioperca maschio costruisce
il nido per i piccoli facendo anche la guardia e naturalmente chi si avvicina
viene attaccato. Probabilmente lo sfortunato natante è passato vicino al nido e
il lucioperca, che ha dei bei denti, lo ha morsicato. Dal clamore mediatico che
c’è stato intorno alla notizia sembrava che ci fosse uno squalo nel lago. Bisogna
conoscere le abitudini dei pesci prima di montare delle polemiche inutili, ma
questo vale per tutti gli animali. L’anno scorso ho seguito e documentato la nascita dei lucioperca dalla fase
in cui la femmina depone le uova e il maschio le protegge fino alla schiusa con
la nascita dei piccoli. Questi pesci negli anni riescono a crescere molto fino
a quando non vengono pescati perché hanno un certo valore. I lucioperca sono
grandi e molto belli. Ne ho visti alcuni che raggiungono le dimensioni anche di
un metro di lunghezza».
Da fotografo
naturalista e subacqueo che atteggiamento ha verso gli animali e l’ambiente?
«Nel limite
del possibile cerco di essere rispettoso verso gli animali e l’ambiente, di
avere un atteggiamento prudente senza essere estremista. Bisogna usare la testa
perché purtroppo oggi ci sono tanti giovani che vogliono salvare il mondo e
fanno propaganda di cose che non conoscono, ma se chiedi loro il perché non
sanno esattamente di cosa stanno parlando.
Se uno non è competente deve farsi una cultura in materia. Io ho avuto
la fortuna di farmela sul campo, con la pratica».

Oltre ai
laghi elvetici, lei si è immerso anche in mari e oceani dove ha realizzato le
sue magnifiche foto subacquee premiate in concorsi internazionali e pubblicate
da riviste come il National Geographic. Come è avvenuto il suo passaggio
dall’acqua dolce ai grandi mari armato di macchina fotografica?
«Dopo un po’
di tempo che mi immergevo nei laghi, mi è sembrato naturale voler vedere e
fotografare i pesci colorati e la fauna variegata dei mari e degli oceani.
Quando ho iniziato a partecipare ai
concorsi fotografici con immagini del mare non avevo grandi risultati perché
probabilmente risultavano banali. Poi mi sono reso conto che facevano più scena
le foto d’acqua dolce e uno dei primi premi mi era stato dato al concorso della
Nikon per uno scatto realizzato in Verzasca».
Dove ha realizzato
il suo primo scatto premiato?
«Sotto l’antico
ponte in pietra di Lavertezzo ho immortalato un subacqueo che nuotava nel fiume
Verzasca in un’acqua limpida dai toni del verde».
Dici
Verzasca e pensi subito ai Caraibi del Ticino…
«Apparentemente
sì, però ci sono sempre lavori in corso per cui la visibilità non è più quella
di trenta o quarant’anni fa e l’acqua del fiume è solo un po’ più torbida. La
Verzasca è famosa per i massi granitici e i disegni che a volte si rivedono
sott’acqua. Un fotografo qui può trovare qualcosa di interessante se lavora
su queste forme e non sul pesce colorato
che invece trova nel mare. In Verzasca l’unico problema è la corrente che
richiede una preparazione specifica e molta attenzione».
Quali altre mete
intriganti ha esplorato nelle sue immersioni subacquee in Ticino?
«Intorno al
1990 andavamo in un posto magico in cima alla valle Maggia: il laghetto di
Sassolo nei pressi del lago del Naret. Facevamo dei giri pazzeschi per arrivarci
e aspettavano il momento in cui la strada non era sbarrata. La nostra non era
un’ immersione sotto il ghiaccio, ma nel ghiaccio perché c’erano solo dei
varchi aperti da cui entrare ed uscire».

Che effetto fa
immergersi sotto il ghiaccio?
«Negli anni
ho fatto immersioni sotto il ghiaccio nel Mar Bianco in Russia dove è
interessante perché si incontrano animaletti strani. Lì si fa un buco nel
ghiaccio spesso e si usa il filo d’Arianna per non perdersi. È affascinante vedere
la superficie che si spacca e le crepe
disegnano ombre».
Come ha vinto il campionato
mondiale di fotografia subacquea?
«Era il lontano
1992 e il campionato del mondo di fotografia si svolgeva a Cuba con
partecipanti da varie nazioni. Le gare venivano fatte in estemporanea. Oggi io
vado nel posto A e domani ci va il mio
collega. Poi c’erano dei temi dati, ad esempio la foto d’ambiente, la foto
macro, la foto creativa, ecc».
Che cosa ha fatto
per stupire la giuria?
«Mi ero
preparato molto soprattutto nella foto creativa che non era il mio forte. Per
mesi andai in piscina a Lugano per fare le prove e stampare il risultato, poi correggevo
e tornavo a scattare. A quei tempi non
esistevano le macchine fotografiche digitali, c’erano le pellicole e lascio
immaginare quanto fosse complicato. Nella categoria ambiente vinsi con una
bella foto sott’acqua scattata con un po’ di fortuna. Mi era capitata una
situazione che colsi al volo: un pesce angelo, nero e giallo, passava sopra una
gorgonia, mentre più in alto si vedeva la superficie del mare con la barca. Una
foto creativa, che mi fece penare, ritraeva una modella che guardava dentro una
sfera magica e all’interno della stessa c’era la medesima modella che guardava una gorgonia. L’altra
foto creativa, che piacque moltissimo alla giuria, era una sorta di francobollo
gigante con l’immagine dello straordinario ambiente subacqueo di Cuba».

Quando ha cominciato
a fotografare durante le immersioni subacquee?
«Ho
iniziato ad occuparmi di fotografia subacquea nel 1984, ma ho cominciato a
farlo professionalmente solo dal 2000 in poi. Prima facevo qualche scatto nel
tempo libero e realizzavo già qualche servizio per le riviste specializzate. La
mia prima macchina fotografica digitale è del 2005».
Come è cambiato il
suo sguardo nel tempo?
«Quando ho
iniziato a fotografare sott’acqua guardavo soprattutto l’aspetto estetico,
mentre in questi ultimi anni cerco di trovare situazioni particolari che hanno
per protagonisti gli animali. Se, quando ho iniziato una bella fotografia subacquea
aveva un certo valore, oggi è quasi pari a zero».
Può raccontare
qualcosa delle sue foto nella mostra itinerante «Oltre la superficie»?
«La foto con
il beluga nel Mar Bianco è stata un colpo di fortuna. L’ho scattata durante un’immersione
sotto il ghiaccio dove i cetacei bianchi erano in una zona delimitata. Il pesce
pappagallo invece è stato immortalato di notte alle Maldive perché solo quando
dorme si riesce ad avvicinarlo. Invece ho ritratto il tricheco immerso in un
metro d’acqua alle isole Svalbard. La foto in cui si vede una rana a fior
d’acqua è stata fatta in un fiumiciattolo in cima al passo del Gottardo».
Se uno pensa a lei,
si immagina subito dei mari lontani….
«Ho la
passione di andare alla ricerca delle piccole meraviglie di casa nostra. Tutto
sommato mi piace fare vedere che anche in Svizzera abbiamo qualcosa di
interessante. A chi dice che da noi non
c’è niente io dico: “Aspetta…, non è vero” ».
In quale
circostanza ha fotografato i capodogli?
«Ho
fotografato dei capodogli in Dominica mentre dormono. Loro vanno a dormire quando
ne hanno voglia, lo fanno per 10- 15 minuti di giorno e di notte poi nuotano».

Nuotare vicino a
cetacei enormi può essere pericoloso?
«Le balene
sono molto sensibili e hanno un ottimo
controllo del corpo. Se ti comporti in modo corretto e non le impaurisci o disturbi
possono passare vicino a te senza toccarti. Le persone che pesano 100 chili
hanno meno controllo di se delle balene che sono lunghe oltre 10 metri e pesano
diverse tonnellate».
Tra le sue foto
una ha come protagonista uno squalo blu nelle
Azzorre accompagnato dai pesci pilota.
Quale è il segreto per avvicinarsi all’abitante forse più temuto del mare?
«È uno
scatto realizzato a meno di un metro dallo squalo. Nella fotografia subacquea più ci si avvicina
al soggetto e meglio è. Non è che lo squalo aspetta le persone per mangiarle. La
cosa migliore quando si vuole fotografare un animale anche fuori dall’acqua è muoversi lentamente, senza fare movimenti
bruschi, guardare attentamente cosa succede e non essere avventati. Se uno
guarda i film e non sa niente del comportamento degli animali, può solo avere
paura».
Lei fa anche da
guida a chi vuole fare un wildlife
tour. Quali suggerimenti dà a chi vuole fare un’esperienza del genere?
«La
filosofia che sta dietro un wildlife tour è quella di portare le persone a
vedere o fotografare degli animali selvatici. Non si tratta di un viaggio a
Roma per vedere il Colosseo. I tour sono focalizzati in luoghi dove si trovano animali tipici che possono essere una balena particolare
o degli squali, in Brasile ad esempio c’erano l’anaconda, i caimani e il
giaguaro. Bisogna avere passione e pazienza per avvistarli. La cosa non dipende
da me, ma dagli animali. Ad esempio in alcune zone del Brasile la possibilità
di vedere un giaguaro è molto alta, mentre solo i più fortunati possono vederlo
mentre caccia il caimano».
Dove è stato di recente?
«Sono andato con qualche ticinese a La
Reunion, l’isola di fianco al Madagascar, per vedere le megattere. In questo
caso non ci si muove con le bombole, ma con pinne e boccaglio. Non puoi
avvicinarti troppo alla megattera a meno che non sia lei a farlo. Quando c’è la
mamma con i piccoli, lei scende e va dieci metri sotto a dormire, così il
piccolo è sopra, non sa cosa fare e se vede qualcosa si avvicina e cerca il
contatto con qualcuno. Ci sono momenti fantastici».