Sentenza

Giacche e caschi in Ucraina, imprenditore del Luganese multato

L’amministratore unico di una società con sede in città è stato condannato per aver violato l’Ordinanza che regola le esportazioni nella regione per via della guerra - Dovrà pagare diecimila franchi per aver provato a fornire materiale di difesa personale a uso sia civile che militare
© Shutterstock
Federico Storni
12.02.2026 06:00

Diecimila franchi. A tanto ammonta l’ammenda inflitta ieri dal giudice della Pretura penale Flavio Biaggi a un imprenditore italiano attivo a Lugano con una società che si occupa di prodotti medicali (nel frattempo messa in fallimento). L’uomo è stato ritenuto colpevole di aver violato l’«Ordinanza del 4 marzo 2022 che istituisce provvedimenti in relazione alla situazione in Ucraina». Per l’esattezza, la sua colpa è stata quella di aver provato a fare arrivare in Ucraina una fornitura di vesti traspiranti in tessuto tecnico prodotte per la sicurezza personale e la difesa da esplosioni, nonché dei caschi protettivi. Si tratta di materiale asseritamente per uso civile ma che potrebbe essere impiegato anche per uso militare, e la sua esportazione verso i paesi in guerra è limitata, se non proprio proibita, dall’Ordinanza citata. Il dibattimento si era svolto nelle scorse settimane ed era retto dal diritto penale amministrativo. A promuovere l’accusa era la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), le cui argomentazioni sono in sostanza state sposate in toto dal giudice Biaggi. L’imprenditore per contro aveva chiesto di essere prosciolto. La sentenza con i considerandi essenziali verrà intimata oggi alle parti, che hanno chiesto la dispensa a presenziare ieri alla sua lettura (in aula era quindi presente solo chi scrive, oltre alla Corte). La sentenza è impugnabile. La multa teorica massima per questo tipo di infrazioni è di centomila franchi, dunque dieci volte più alta di quella inflitta all’imprenditore.

Fornitura milionaria

L’imputato, difeso dall’avvocata Letizia Pizzagalli, nel corso del dibattimento aveva argomentato di aver fatto le verifiche del caso, rendendo edotta sia la propria banca sia la SECO delle proprie intenzioni, tanto che l’istituto di credito gli aveva sbloccato il denaro necessario per finanziare l’operazione, che consisteva in un’intermediazione in una più ampia commessa da 45 milioni che interessava aziende polacche, colombiane e libanesi. Il valore di giubbotti e caschi - che in Ucraina alla fine non sono mai arrivati - era di circa tre milioni di franchi.

Per la Corte, così come per la SECO, l’infrazione dell’Ordinanza vi è tuttavia stata. Il giudice Biaggi ha infatti rimarcato come il contratto per la fornitura è stato firmato a inizio aprile 2022, mentre la SECO è stata informata solo alcune settimane dopo. Inoltre il bonifico necessario per l’intermediazione è partito «qualche ora prima» che giungesse la risposta della SECO: «Non si è davvero interessato e informato in merito», ha detto ieri Biaggi. «Non mi sembra di essere stato negligente, né irresponsabile, nel mio operato», aveva invece affermato l’imprenditore durante il dibattimento.

La SECO, nel dettagliare le accuse mosse nei suoi confronti, aveva scritto di riconoscere che l’uomo non aveva violato intenzionalmente l’Ordinanza, ma al contempo aveva definito la sua colpa «di una certa rilevanza»: «L’errore avrebbe potuto essere evitato con un controllo preventivo e un monitoraggio più approfonditi, come ci si poteva aspettare da un amministratore di impresa attiva a livello internazionale» quale è lui.

Il contesto

Nel riferire del dibattimento alcune settimane fa, avevamo citato dei dati diffusi dalla SECO nell’estate del 2024 relativi alle violazioni riscontrate dall’entrata in vigore dell’Ordinanza nel marzo 2022. Nel frattempo abbiamo chiesto e ottenuto dalla SECO stessa un aggiornamento di quelle cifre: a oggi, la SECO riferisce di aver valutato circa 770 casi di sospette violazioni dell’Ordinanza. A fronte di ciò sono state avviate 89 procedure penali amministrative. Di queste, 78 si sono concluse con decisione passata in giudicato (37 decisioni penali e 41 decreti di abbandono). Il caso odierno ricade fra la decina ancora in attesa di una decisione cresciuta in giudicato. La sentenza di ieri può infatti teoricamente ancora essere contestata e la vicenda finire in Appello.

Correlati