Giustizia

«Hanno ingannato, come il gatto e la volpe»

Pene sospese per i due fiduciari italiani accusati, al pari di un contabile ticinese, di amministrazione infedele aggravata – Tramite una società luganese hanno danneggiato il patrimonio dei clienti per quasi 3 milioni: «Era un’operazione chiaramente insostenibile»
© CdT/Chiara Zocchetti
Nico Nonella
03.07.2026 17:37

L’intricata galassia societaria, i contratti fiduciari e gli accordi immobiliari «sono stati allestiti per drenare i fondi delle vittime a vantaggio degli imputati stessi». La Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Amos Pagnamenta e completata da Emilie Mordasini e Rosa Item non ha avuto dubbi: le tre persone alla sbarra da mercoledì con l’accusa di amministrazione infedele aggravata – una coppia di fiduciari italiani attivi anche in Ticino, un professore di 61 anni e una commercialista di 60 difesi dagli avvocati Daniele Timbal e Davide Corti, e un loro uomo di fiducia, un contabile 76.enne patrocinato dall’avvocato Giuseppe Gianella – hanno, con ruoli e responsabilità diverse, ingannato i loro mandanti, danneggiandoli per quasi 3 milioni di euro. I primi due sono stati condannati a 2 anni di carcere sospesi, mentre il terzo a una pena pecuniaria sospesa. La Corte ha stabilito che dovranno rifondere anche il danno economico cagionato.

Tra SA e Sagl

Tutti e tre erano accusati dal procuratore generale Andrea Pagani di aver danneggiato il patrimonio della famiglia di un imprenditore lombardo attivo nella produzione di componenti in acciaio. Come? Costituendo un’intricata galassia societaria e sottoscrivendo una trentina di contratti con il solo scopo, secondo l’accusa, di liberarsi di un oneroso mutuo da 1,7 milioni servito ad acquistare due immobili in Piemonte, «rifilandoli» ai loro mandanti. La vicenda risale al 2003. Siamo in Lombardia; l’anziano imprenditore vuole cedere l’azienda ai figli in modo fiscalmente indolore. Si rivolge alla coppia di fiduciari, i quali – ha rimarcato Pagnamenta – «hanno posto in essere una complessa e fitta struttura societaria» da loro controllata o amministrata e sottoscritto «una miriade di contratti con formulazioni quantomeno infelici». A conti fatti, parliamo di una dozzina tra SA svizzere e Srl italiane. Per semplificare, citeremo le più significative, che chiameremo A Srl (l’azienda dell’imprenditore) B SA (controllata dagli imputati e dalle vittime), C SA e D SA (queste ultime due controllate dagli imputati). I fiduciari costituiscono la B SA, con sede a Lugano. L’imprenditore trasferisce alla D SA, una licenza per una (sua) tecnologia dal valore di 2,1 milioni di euro, poi ceduta alla B SA, che a sua volta la concede in licenza alla A Srl in cambio di 360 mila euro all’anno (lo scopo era creare un costo per ottenere un risparmio fiscale). La società B SA paga poi alla C SA (riconducibile ai due fiduciari) un affitto di 200 mila euro all’anno per la locazione dei due immobili. Tra i fiduciari e l’imprenditore viene poi siglato un accordo in base al quale quest’ultimo si impegna ad acquistarli. Nel 2006, però, la A Srl non ha la liquidità per far fronte ai suoi impegni, di riflesso la B SA non riesce più a pagare l’affitto per gli immobili e il delicato meccanismo si inceppa. I fiduciari rinegoziano quindi il mutuo ma allo stesso tempo mantengono in vigore tutti gli altri impegni, come il pagamento della licenza. Tra il 2012 e il 2015 i crediti vantati dalla B SA nei confronti della A Srl vengono trasferiti alla C SA e alla D SA. Nel 2015, l’imprenditore e i familiari sporgono denuncia. Dopo i primi accertamenti, l’inchiesta aperta inizialmente per truffa sfocia in un decreto di abbandono, annullato dalla Corte dei reclami penali nel marzo del 2021. Pagani commissiona quindi una perizia alla SUPSI, la quale ravvisa un conflitto di interesse. Si arriva così a processo.

Verso l’appello

Per la Corte, la coppia di fiduciari «ha operato nel loro esclusivo interesse, quando era chiaro che tutta l’operazione non era sostenibile». Le spiegazioni del 61.enne e della 60.enne non hanno convinto i giudici, secondo i quali entrambi «si sono trincerati dietro tecnicismi» che non hanno portato a nulla. «Se un’operazione finanziaria non può essere spiegata in poche frasi vuol dire che c’è qualcosa da nascondere», ha chiosato Pagnamenta. «Hanno agito come il gatto e la volpe con l’albero delle monete». Il contabile, invece, ha sì «solo» firmato i documenti del trasferimento dei crediti, ma ciò «non lo esonera da tutte le responsabilità. Nei confronti degli imputati, Pagani aveva chiesto pene di 3 anni parzialmente sospesi per la coppia e 18 mesi sospesi per il contabile; la Corte ha riconosciuto l’attenuante del lungo tempo trascorso dai fatti e la violazione del principio di celerità. Gli imputati ricorreranno in Appello.

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