Il 20 novembre i giovani scendono in piazza in Ticino: «Non c’entra con le proteste europee»

La mobilitazione prevista venerdì 20 novembre in Ticino contro «l’austerità e la militarizzazione» non è collegata alle proteste in corso in diverse città europee, tra cui Parigi e Milano, ma si inserisce in una più ampia campagna internazionale, che coinvolge dieci nazioni e 27 organizzazioni studentesche. «È una pura coincidenza che la Coalizione svizzera per lo sciopero giovanile, di cui fa parte la Gioventù socialista, si riunisse a Parigi proprio mentre erano in atto le proteste», spiega Yannick Demaria, deputato della Gioventù socialista (GISO).
La preparazione dell’iniziativa è quindi in corso da tempo. Le proteste che attraversano l’Europa hanno però riportato l’attenzione su difficoltà che, pur manifestandosi in contesti differenti, accomunano molti giovani. «Nonostante le diversità, ci sono punti in comune: le giovani generazioni si trovano a dover sostenere sacrifici che compromettono le loro prospettive», osserva Demaria. Lo slogan scelto per la mobilitazione, «Lottiamo per il nostro futuro, non per le loro guerre», riassume quindi la richiesta di rimettere al centro le esigenze sociali e di rivedere le priorità della spesa pubblica.
Le rivendicazioni: autonomia e prospettive
Ma cosa si vuole ottenere concretamente con la protesta del 20 novembre? «La possibilità di progettare la propria vita con fiducia dovrebbe essere garantita a ogni giovane», afferma Demaria. «Le richieste partono da esigenze concrete: poter accedere alla formazione, trovare un alloggio a un costo accessibile, curarsi senza compromettere altri bisogni essenziali e scegliere di restare in Ticino senza essere costretti a partire per mancanza di prospettive. Sono condizioni fondamentali per l’autonomia personale».
Condizioni che non dipendono soltanto dall’impegno individuale, ma anche dal contesto economico e sociale, prosegue il deputato. «Le risorse della famiglia e la distribuzione della ricchezza incidono sulle possibilità di costruire il proprio futuro». Demaria richiama in particolare il peso delle spese quotidiane. «L’affitto e i premi dell’assicurazione malattie assorbono una parte significativa delle risorse disponibili. Non si può rispondere a queste difficoltà limitandosi a tagliare la spesa pubblica». Per il deputato, la distribuzione della ricchezza e le priorità di bilancio sono scelte politiche che devono essere discusse democraticamente.
Gli organizzatori contestano inoltre le risorse destinate all’esercito e all’industria bellica, mentre i tagli di bilancio rischiano di colpire l’istruzione, la sanità, la protezione del clima e altri servizi pubblici. Ma come rispondere a chi sostiene che, di fronte alle attuali tensioni internazionali, la sicurezza debba avere la priorità? «La sicurezza non significa soltanto spesa militare, ma anche sicurezza nella vita quotidiana: significa poter contare su un alloggio, un reddito dignitoso e servizi pubblici accessibili». E aggiunge: «L’investimento nelle armi non può produrre pace, ma solo distruzione».
Dalle scuole alla piazza
In Ticino l’iniziativa coinvolge diverse realtà, tra cui GISO, SISA, Sciopero per il clima, Verdi e il gruppo per una Svizzera senza esercito, oltre a collettivi femministi e organizzazioni solidali con i popoli oppressi. Per la mattinata di venerdì sono previste attività autogestite e momenti di confronto nelle sedi scolastiche, organizzati in collaborazione con il personale della scuola. «Si è già creata una comunità WhatsApp e ci sono oltre cento volontari provenienti da tutti i licei del Cantone», racconta Demaria. Il programma prevede poi un pranzo comune a Bellinzona e una manifestazione con corteo nel pomeriggio, per cui è già stata inoltrata una richiesta di autorizzazione.
Il diritto di essere ascoltati
La partecipazione alle manifestazioni è, per Demaria, una componente essenziale della democrazia. «La possibilità di esprimere dissenso e di organizzarsi collettivamente è essenziale». La repressione, sostiene, rischia di alimentare la sensazione di non essere ascoltati, anziché rispondere alle ragioni della protesta. L’obiettivo è portare all’attenzione pubblica problemi come la precarietà, le difficoltà economiche e la mancanza di prospettive, chiedendo alle istituzioni risposte concrete. «La mobilitazione vuole inoltre rafforzare la consapevolezza, consolidare relazioni e competenze e permettere ai giovani di incidere sulle questioni che li riguardano. Il confronto collettivo aiuta infatti a riconoscere che molte difficoltà vissute individualmente sono problemi condivisi».
Le nuove mobilitazioni giovanili
Riguardo alle proteste in Europa, Demaria parla di un «fenomeno inedito» per dimensioni e modalità di organizzazione della gioventù, arrivando a evocare un confronto con le mobilitazioni del Sessantotto. Invita tuttavia alla cautela: «Non dobbiamo fare troppe similitudini con Paesi che hanno storie diverse. La mobilitazione ticinese nasce da un contesto specifico e segue un proprio percorso. Sovrapporla automaticamente alle proteste che si sviluppano altrove rischia di impedirci di comprenderne le caratteristiche». Esistono comunque preoccupazioni comuni, a partire dalla concentrazione della ricchezza, dalla precarietà e dalle disuguaglianze, che possono favorire la costruzione di solidarietà tra giovani che vivono in contesti differenti.
Quando la violenza oscura le ragioni della protesta
Demaria racconta di aver sentito la necessità di recarsi in Francia per partecipare alle manifestazioni, come ha raccontato a Ticinonews. Una delle questioni che lo hanno colpito riguarda il modo in cui gli episodi di violenza rischiano di oscurare le ragioni della protesta. «Quando una vetrina rotta finisce per diventare il centro dell’attenzione, le condizioni delle persone e le ragioni della mobilitazione passano in secondo piano», osserva. «I comportamenti dei singoli non dovrebbero cancellare il significato di un’intera mobilitazione».

