Il castello di Trevano torna sotto i riflettori

Il castello di Trevano veniva fatto detonare il 31 ottobre del 1961, oltre sessant’anni fa. Ora sta per tornare sotto i riflettori grazie non a una, bensì a due iniziative che lo riguardano: la prima, curata dall’Ufficio dei beni culturali (UBC) a Palazzo Franscini a Bellinzona, ne ricostruisce la storia con qualche gustoso documento inedito che getta nuova luce sulle sue vicende; la seconda, curata dalla Divisione cultura della Città di Lugano, permetterà di tornare a passeggiare (virtualmente) nelle sontuose stanze oramai scomparse se non in qualche foto.
L’inventario dalla causa civile
Partiamo quindi da Bellinzona, non fosse altro perché la mostra è già visitabile da inizio settimana e perché domani alle 18.30 sarà oggetto di una conferenza con visita (interverranno Endrio Ruggiero, Fabio Jermini e Paola Piffaretti: l’ingresso è libero). Si tratta di un’esposizione per certi versi imprevista, nata dal lavoro di ricerca nell’ambito del progetto di riqualificazione del centro studi di Trevano portato avanti dal Cantone, attuale proprietario. Progetto nell’ambito in cui l’UBC è stato chiamato a capire come e se fosse possibile rivalorizzare l’antico parco che circondava l’edificio, costruito nel 1871-75, e le (poche) testimonianze che ancora (r)esistono. Oggetto della mostra non sono però i risultati di questo lavoro, bensì la nuova documentazione emersa, in particolare dall’Archivio di Stato, che getta nuove luci su alcuni punti oscuri della storia del castello. Storia che l’esposizione restituisce, concentrandosi in particolare sui due principali proprietari (il barone Paul Von Derwies prima e Louis Lombard poi) e sfatando qualche mito attorno alla morte del barone e della figlia Vera.
Fra i nuovi documenti, ci illustra il curatore Jermini, spicca una carta intestata del barone Von Derwies con la dicitura Château de Trevano. Dunque l’appellativo non è un vezzo odierno, ed era usato già all’epoca assieme a «tenimento». Termine, quest’ultimo, a cui ricorre l’avvocato, politico e rivoluzionario luganese Leone De Stoppani per parlare della proprietà solo qualche anno dopo la sua inaugurazione. De Stoppani che – altro fatto inedito – si occuperà per un decennio del castello quale legale del russo Alexander Heins, che l’aveva comprato per un milione e 250.000 franchi dell’epoca (circa 20 milioni odierni) dagli eredi del barone ma poi ha cambiato idea («pensava di aver comprato anche il mobilio, si è reso conto che aveva pagato solo le mura», riassume Jermini). La lunga causa civile sarà stato un grattacapo per gli interessati, ma è manna per gli storici, perché contiene fra le altre cose un inventario di 52 pagine di cosa vi era nel «tenimento» al momento in cui il custode Gallmeyer lasciò l’incarico nel 1887. L’elenco va dai cocci nell’ex centrale a gas a tutte le specie botaniche presenti nelle serre, un ottimo punto di partenza per un’eventuale lavoro di archeologia botanica. Fra gli elementi nuovi possiamo poi citare mappe inedite, libri russi e la decifrazione di (parte) delle scritte giapponesi che adornano l’ancora esistente fontana buddhista, che risale al Seicento. Come sia arrivata dal Giappone a Trevano lo si potrà scoprire, assieme ad altre novità, visitando la mostra, che chiuderà i battenti il prossimo 3 gennaio.
Un tuffo nella Belle Époque
E passiamo a Lugano, dove il castello di Trevano sarà protagonista dell’imminente mostra Lugano Belle Époque a Palazzo Civico assieme a un’ottantina di fotografie inedite del turista olandese H.A. Insinger scattate in città fra il 1892 e il 1901. Fotografie che «presentano uno sguardo inedito sulla Lugano della Belle Époque, che si discosta dall’immagine turistica veicolata dai fotografi locali e dalle ditte d’oltralpe».
Per quanto riguarda il castello diTrevano, si legge in una nota stampa, «i visitatori potranno vivere un’esperienza che permette di cogliere sia il contesto nel suo insieme tramite la mostra fotografica, sia di “entrare” virtualmente negli spazi ormai scomparsi del Castello di Trevano e riscoprire così la storia di Lugano e del suo territorio sotto una luce del tutto nuova». La ricostruzione immersiva del cortile nord e dello scalone monumentale è stata realizzata da Roberto Giavarini ed è arricchita da tavole artistiche e animazioni dell’artista Gionata Zanetta, mentre il percorso narrativo è animato da un modello linguistico di intelligenza artificiale sviluppato da Roberto Gorini con Original Land Sa grazie alla collaborazione dello scrittore Dario Galimberti, che ha ideato il personaggio letterario Ezechiele Beretta, protagonista di La ruggine del tempo, romanzo ambientato proprio al castello di Trevano, che funge da guida virtuale all’interno dell’esperienza immersiva.
«Con questo nuovo allestimento desideriamo invitare le cittadine e i cittadini a riscoprire il patrimonio storico e culturale della nostra città anche attraverso mezzi tecnologici», ha dichiarato il vicesindaco e capodicastero Cultura Roberto Badaracco.
Il 2026 un anno di ricorrenze
L’avvio dell’iniziativa coincide con il bicentenario della nascita di Paul Von Derwies (1826-1881), committente del celebre Castello di Trevano. Nato a San Pietroburgo da una famiglia tedesca di origine baltica, Von Derwies fu banchiere, uomo politico e mecenate, consigliere imperiale dello zar Alessandro II, magnate delle ferrovie e raffinato promotore culturale. Giunto in Ticino intorno al 1865, scelse la collina di Trevano come luogo ideale dove stabilire la sua residenza monumentale, destinata a diventare simbolo della sua visione cosmopolita e della sua passione per l’arte e la musica.
Ma il 2026 segna anche un altro duplice anniversario: i 125 anni dalla riapertura del Castello e delle sue nuove stagioni culturali sotto la guida del nuovo proprietario, il musicista e finanziere franco-americano Louis Lombard, e – non senza un curioso intreccio storico – i 125 anni dall’ultimo soggiorno luganese di Hermann Albrecht Insinger, autore delle fotografie presentate in questa mostra. Due ricorrenze che contribuiscono ad arricchire di ulteriori risonanze il quadro storico al centro dell’iniziativa.

H. A. Insinger nasce ad Amsterdam nel 1827. Rimasto orfano in giovane età, viene cresciuto dallo zio, che lo introduce nell’impresa commerciale di famiglia Insinger & Co. e nella vita politica cittadina. Nel 1853 sposa la cugina Johanna Jacoba Wilhelmina, con la quale ha sette figli. Parallelamente all’attività commerciale, ricopre numerosi incarichi pubblici: consigliere comunale di Amsterdam, deputato provinciale dell’Olanda Settentrionale e, dal 1866 al 1884, membro della Camera dei rappresentanti per il partito conservatore.
Segnato dalla morte prematura della moglie e di tre figli, negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento abbandona progressivamente la vita professionale e si stabilisce a Parigi, dove vive da privato cittadino fino alla morte, nel 1911.
Negli ultimi decenni dell’Ottocento si dedica con crescente passione alla fotografia e alla stereoscopia, in un periodo in cui l’introduzione della pellicola in rullino e delle prime macchine portatili rende questa pratica più accessibile. Insinger sviluppa personalmente i propri scatti, come attestato dalla camera oscura presente nella sua abitazione parigina, e sperimenta vari formati e apparecchi, dai sistemi stereoscopici alle fotocamere più leggere di nuova generazione.
I suoi viaggi, tipici del turismo borghese dell’epoca, lo portano nelle principali località europee: coste atlantiche, Alpi, laghi svizzeri e italiani, Venezia, Costa Azzurra. Le fotografie, spesso realizzate nel corso di lunghi soggiorni, restituiscono città, paesaggi e scene di vita quotidiana oggi profondamente mutati, e rivelano uno sguardo attento ai diversi strati sociali: venditori ambulanti, artigiani, lavoratrici, personale d’albergo, bambini. L’interesse artistico e tecnico di Insinger è confermato anche dalla sua partecipazione a saloni fotografici come quello di Parigi (1898) e l’Esposizione internazionale di Poitiers (1902).
Visita Lugano almeno quattro volte, fra il 1892 e il 1901, soggiornando al Grand Hôtel Splendide. Spesso accompagnato dalla compagna Louise Mayer e talvolta dal figlio Jan Herman, scatta oltre trecento immagini che costituiscono oggi una preziosa testimonianza della Lugano della Belle Époque.


