Il commiato di don Feliciani: «Vi porterò sempre nel cuore»

Tanti, tantissimi fedeli hanno voluto salutare don Gianfranco Feliciani. Il noto parroco è giunto oggi al termine del suo cammino alla guida della Parrocchia di Chiasso, un cammino durato un quarto di secolo che ha lasciato il segno nella comunità. Non per niente, la chiesa parrocchiale questa mattina, in occasione della sua ultima messa in qualità di arciprete chiassese, era gremita in ogni ordine di posti. Per far sedere tutte le persone che hanno raggiunto la chiesa non sono bastati i numerosi banchi di legno. E nemmeno le sedie aggiuntive a cui si è fatto ricorso all’ultimo momento, collocandole negli spazi liberi e dietro gli ultimi banchi. Diversi sono i fedeli (e gli amici, o anche solo i curiosi) che sono rimasti in piedi. Tutti hanno voluto esserci. Hanno voluto chiudere insieme a don Gianfranco Feliciani la sua avventura a Chiasso, in una comunità di cui è stato il pastore per 25 anni ma che, come lui ha più volte ammesso, a volte ha guidato lui, indicandogli dove andare.
«Cosa devo dirvi?»
Chi pensava che l’ultima messa a Chiasso di don Feliciani sarebbe stata più un lungo commiato che una funzione religiosa però si sbagliava. Perché don Feliciani non ha sacrificato nemmeno un minuto della messa per ricordi, aneddoti, riassunti, commiati o altro. No, l’arciprete oggi ha fatto il suo lavoro fino all’ultimo minuto. Proponendo una predica durante la quale ha parlato di sacrificio, di amore, di Dio, ma anche di guerra: «Perché religione e politica tanto vanno sempre insieme», ha detto a un certo punto, tenendo fede alla sua natura, quella di un uomo di Dio che non ha mai avuto timore di parlare, anche di politica e di temi delicati.
Soltanto una volta terminata l’omelia si è concesso un momento per i saluti. Ha guardato i suoi parrocchiani e immediatamente è diventato uno di loro: «Cosa dovevo dirvi – ha esordito –? Aspettate, lo leggo». Preso tra le mani il suo ultimo libro si è poi rivolto ai presenti: «Queste cose che ci siamo detti in tanti anni, io le ho scritte in questo libro che porta la mia firma. Però questo libro l’avete scritto tutti voi con me e inconsapevolmente ci ho messo dentro queste storie, queste riflessioni comuni. Questo libro è il dono, il ricordo che lascio a tutti voi, e dopo lo potete prendere alla vostra uscita. Le mie riflessioni sono ispirate dalle vostre storie e da quelle di persone di tutte le età e delle più svariate estrazioni sociali che il Signore mi ha fatto incontrare in tanti anni di vita, venticinque dei quali trascorsi a Chiasso, Pedrinate e Seseglio». Poi il commiato vero e proprio: «Per tutte le cose c’è un tempo fissato da Dio nel suo amore. Anche il tempo di uscire di scena non arriva per caso. Facciamo tutti sempre fatica ad ammetterlo, ma il Signore Gesù ci accompagna nel cammino e ci mostra quanto sia prezioso a un certo punto della vita sapersi congedare e abbandonare, non per scomparire da tutto e da tutti, ma per rimanere in una comunione ancora più profonda e più libera con le persone che si sono amate e con tutto ciò che si è vissuto. Parrocchiani e amici miei, vi porterò sempre, sempre, tutti nel mio cuore. Grazie». Parole sentite, lette forse per non commuoversi durante un discorso a braccio, a cui sono seguiti un lungo applauso e gli auguri al suo (probabile) successore, quel don Andrea Molteni che vede come suo erede naturale (sono arrivati a Chiasso insieme, nel 2001, ndr). La decisione del vescovo non c’è ancora, ha spiegato dall’altare, ma «tanti auguri don Andrea», ha detto prima di un altro applauso.

Il sindaco: «Ci ha aperto gli occhi»
Poi la messa ha ripreso il proprio corso. Per i saluti, quelli di persona e guardandosi negli occhi, è stato organizzato un aperitivo fuori dalla chiesa. Per i saluti ufficiali, quelli delle autorità, è invece salito sul podio il sindaco Bruno Arrigoni. Il suo è stato un saluto quasi orgoglioso: di un sindaco consapevole di aver condiviso la guida di una comunità con un sacerdote che ha lasciato il segno, e che sarà ricordato. «A Chiasso non ci si annoia mai, sul confine non ci si annoia mai. Esatto, il confine, con i suoi vantaggi e le sue problematiche, non problemi, che don Gianfranco conosce bene. Per lui è sempre stata una missione. Ci ha messo un impegno enorme, soprattutto ad aiutare chi si trovava in difficoltà. Salutiamo un sacerdote, un uomo dotato di grande originalità, con un pensiero così aperto, così contemporaneo nei suoi gesti, che talvolta ci ha anche sorpreso, come ci ha aperto gli occhi», ha concluso il sindaco.

