Il Pardino d'oro ticinese: «La selezione a Locarno è già stata una svolta, ho anche vinto»

«Ho il piacere di annunciarti che…». La telefonata di Eddie Bertozzi, responsabile del comitato di selezione Pardi di Domani, era già un segnale. Domenico Singha Pedroli ci ha sperato. E la conferma è arrivata: il Pardino d’Oro SRG SSR per il miglior cortometraggio svizzero va al suo Typhoon Mambo, in concorso nazionale ai Pardi di Domani. «Sono molto contento», dice il regista ticinese, classe 1994. Ma nella sua voce la gioia non è separata dalla consapevolezza di ciò che il premio comporta. «È l'apice di un percorso iniziato nel 2021. E che deve proseguire. Per me, già la selezione a Locarno era stata un life changing. Era già un grandissimo onore, una ragione per celebrare». Un concetto ribadito anche durante la cerimonia di premiazione, al GranRex: «Quando, in giugno, è arrivata la selezione, quello era già il premio più grande per me».
Il riconoscimento apre enormi possibilità sul piano professionale. «Mi premiano per un cortometraggio. Mi stanno dicendo "stai facendo bene, continua con questa energia", ci aspettiamo che tu vada avanti», confessa il regista. E aggiunge: «Non è il momento assolutamente di abbassare la guardia o di adagiarsi sugli allori». Il Pardino d’Oro, per lui, è dunque una festa e insieme una responsabilità: la conferma che il lavoro ha trovato un ascolto, ma anche l’invito a proseguire con la stessa intensità. Perché «insieme manteniamo viva la magia», ha promesso dal palco.
La felicità ha un peso particolare per il ticinese. «È il quarto cortometraggio che mando al Locarno Film Festival. Ed è la mia prima selezione», confessa. Prima volta, ma culminata con il Pardino d'Oro nel Concorso nazionale. Dalla kermesse era in realtà però già passato da ragazzo, quale membro della giuria giovane Cinema & Gioventù, coordinata da Castellinaria. «In quell'occasione ho notato un cinema ambizioso, sperimentale e intrigante».
Il luogo prima della storia
Singha Pedroli è di Lugano, la madre è thailandese e il padre ticinese. Ha studiato architettura all’USI e arti visive a Le Fresnoy, in Francia. Nel 2019 ha cambiato direzione: «Sono passato da architetto a cineasta». Non parla però di un’epifania improvvisa. «Il cinema lo scrivi con il tuo vissuto, con le cose che hai visto», spiega. «Più cose vedi, più cose senti e più probabilmente riesci a incanalarle nel tuo lavoro». A 24 anni ha deciso di reinventarsi. L’architettura, però, continua a essere dentro il suo modo di fare cinema. «Per me il luogo è quasi il punto di partenza rispetto ai personaggi o alla narrazione. Di solito è più un’atmosfera, è più un luogo, e da lì si cerca di ricostruire tutto il resto. Anche in Typhoon Mambo la scelta delle inquadrature restituisce un luogo della memoria, un luogo mentale».
Un film costruito lentamente
In Typhoon Mambo la protagonista, Rusmee, continua a interagire con Chalerm, il marito morto, attraverso un chatbot che ne conserva una forma di presenza. L’arrivo di Fa, la precedente badante dell’uomo, riapre però il rapporto con la casa, con il lutto e con ciò che è rimasto sospeso.
Il film è stato scritto fra il 2021 e il 2022 e girato nell’estate del 2022, in Thailandia. Ma è stato completato solo alla fine del 2025. Proprio questa distanza fa parte del percorso dell'autore e lo ha portato al risultato che gli ha permesso di aggiudicarsi il Pardino d'Oro. Il montaggio richiedeva una disponibilità mentale precisa e Singha Pedroli, nel frattempo, era impegnato in altri progetti. Quando è tornato sulle immagini, è stato un processo naturale. Si tratta di un lavoro che ha atteso il suo momento.
La casa della nonna, il lutto e la badante
La dimensione più intima di Typhoon Mambo nasce da un’esperienza familiare: la morte del nonno, la nonna vedova. In Thailandia, spiega, nelle famiglie benestanti è frequente che una persona malata venga assistita in casa. «La badante si occupa di lui ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, senza veramente un distacco emotivo. Di fatto inizia a prendersi cura come un familiare». Poi, quando il paziente muore, tutto cambia. «Esce di casa il giorno stesso», ricondotta al suo ruolo professionale. È questo passaggio a essere apparso al regista «particolarmente violento».
Per rendere questa esperienza ancora più vicina, Singha Pedroli ha scelto di girare il cortometraggio nella casa della nonna. «A quel punto non mettevo soltanto in scena ricordi o esperienze che avevo vissuto: era veramente il luogo in cui erano accadute». La nonna è presente nel film, ma la parte recitata è affidata a un’attrice, usata come una sorta di controfigura.
La nonna non ha ancora visto il film completo. Per ora ha guardato il trailer e ha reagito con una frase perfettamente coerente con la quotidianità del progetto: «Perché la casa è così in disordine?».
Un’intimità senza distopia
L’intelligenza artificiale è l’elemento di finzione che attraversa il film, ma Singha Pedroli non voleva costruire una storia distopica. Molti, dopo aver visto Typhoon Mambo, gli hanno parlato di Black Mirror (Torna da me/Be Right Back, primo episodio della seconda stagione, 2013), che lui non ha ancora visto. «Più che l’aspetto distopico mi interessava questo aspetto dell’ordine del quotidiano: utilizzare i chatbot per parlare». L’AI, nel film, non è una minaccia futuristica. È un dispositivo già entrato nella vita ordinaria, capace di intervenire nel modo in cui ricordiamo, elaboriamo un lutto e manteniamo un legame con chi non c’è più. Il regista non cerca una risposta definitiva. Gli interessa il momento in cui una tecnologia si inserisce in una relazione umana e la rende più ambigua.
Verso il prossimo film
Domenico Singha Pedroli ha le idee in chiaro. Il suo prossimo film, un lungometraggio, continuerà a interrogare il tema dell’esilio, in chiave fiction. «I protagonisti sono due rifugiati diversi in due angoli: uno in Thailandia e uno in Francia», anticipa. Il progetto si muove verso «un realismo magico», con un trattamento «più spirituale» di un sentimento molto concreto: l’esperienza dell’esilio e ciò che lascia nelle persone.
«Sono contento», conclude il ticinese. Poi torna alla frase che contiene tutta la responsabilità del riconoscimento: «È con questa energia che devi continuare».

