Incendio intenzionale al White: la condanna ora è definitiva

È terminato il procedimento penale riguardante l’incendio doloso al negozio White di via Nassa a Lugano, appiccato nella notte fra l’11 e il 12 febbraio del 2021. Il Tribunale federale, con sentenza del 19 gennaio pubblicata oggi, ha infatti integralmente respinto l’ultimo ricorso di Bruno Balmelli, titolare del White, confermando la pena inflitta in Appello al commerciante luganese: tre anni parzialmente sospesi, di cui uno da scontare. Con lui sono stati condannati in seconda istanza una persona a lui vicina a due anni sospesi, e in prima istanza altri due complici italiani a 34 e 32 mesi parzialmente sospesi. Queste ultime due persone erano anche state espulse dalla Svizzera per 8 anni. Balmelli, difeso dall’avvocato Ettore Item, così come durante tutto il processo, si è battuto per la sua assoluzione.
Cos’era successo
La vicenda nasce dalle difficoltà economiche in cui versava il negozio White, un’entità riconducibile al solo Bruno Balmelli e giuridicamente separata dalla SA che gestisce il negozio di famiglia. È per superarle che è stato ideato il piano criminale: dare fuoco alla mercanzia simulando un incendio spontaneo in modo da ottenere un pingue rimborso dall’assicurazione (1,9 milioni di franchi il danno inizialmente denunciato). Il piano si è però ben presto rivelato pasticciato e gli inquirenti ci hanno messo poco a dedurre l’origine dolosa del rogo, tanto che già i pompieri intervenuti sul posto l’avevano intuita: c’erano quattro distinti focolai, è stata ritrovata una tanica di benzina da 10 litri con ancora del liquido infiammabile al suo interno, nonché due flaconi da un litro di bio-etanolo e una mazza. Infine gli inquirenti non hanno riscontrato alcun segno di scasso.
Il Ministero pubblico, titolare dell’incarto è stata la procuratrice pubblica Margherita Lanzillo, ha poi ben presto ricostruito che Balmelli aveva parlato delle difficoltà con un tuttofare italiano, che si è offerto di aiutarlo a risolverle in maniera illegale, fra l’altro facendo giungere dall’Italia l’autore materiale dell’incendio in piena emergenza COVID. Il commerciante da parte sua ha chiesto alla persona a lui vicina di mettersi a disposizione del duo nel loro tentativo di risolvere il «problema».
Inscalfita la tesi accusatoria
Tale impianto accusatorio non è mai stato scalfito in tre gradi di giudizio. A variare è stata semmai la pena. In particolare il giudice di prime cure Amos Pagnamenta aveva inizialmente condannato Balmelli a ben quattro anni di carcere; pena poi contenuta in tre in Appello. Ma le ipotesi di reato a carico del commerciante sono sempre state confermate: istigazione a incendio intenzionale e tentata truffa.
Balmelli, fino all’ultimo, ha argomentato che non vi fossero prove oggettive della sua istigazione, né chiamate in correità. I giudici di Mon Repos - presidente della Corte era Giuseppe Muschietti - hanno però ritenuto il quadro indiziario ampiamente sufficiente: «Non ci fosse stata la richiesta di Balmelli», i correi «non si sarebbero adoperati per appiccare l’incendio alla boutique». Riconosciuto anche l’inganno astuto alla base della tentata truffa, e questo perché «l’operazione posta in atto dagli interessati era complessa e strutturata». Fortunatamente la sua implementazione è stata disastrosa, e questo perché l’autore materiale dell’incendio ha perso il controllo del rogo, bruciandosi egli stesso, e poi si è dimenticato di rompere il vetro del negozio.
A proposito del rogo, è stato anche confermato che esso era fuori controllo e che solo l’intervento dei pompieri ha evitato che si propagasse ad altri punti dello stabile. Vi è dunque stato un pericolo per l’incolumità pubblica. Peraltro l’intervento dei pompieri è durato ore e un capogruppo l’ha classificato fra i dieci più pericolosi della sua carriera.
Sarà davvero carcere?
Balmelli dovrà quindi scontare un anno di pena. Non è però detto - anzi appare improbabile - che lo farà in carcere, dove finora ha passato un singolo giorno di detenzione preventiva. Vuoi per la sua età avanzata - è quasi ottantenne - vuoi perché le strutture carcerarie sono oberate. L’ultima parola spetterà in ogni caso al Giudice dei provvedimenti coercitivi.

