La residenza si sposta in Italia, la vita continua in Svizzera

Mentre il dibattito politico continua a concentrarsi sull’immigrazione, migliaia di svizzeri guardano nella direzione opposta. Trasferire la residenza oltreconfine pur continuando a lavorare in Svizzera sta infatti diventando, per una parte della popolazione delle regioni di confine, una risposta concreta al costo della vita e degli alloggi. Secondo un’indagine realizzata da Comparis, piattaforma svizzera di confronto online, quasi un romando su tre prenderebbe in considerazione l’idea di vivere in Francia mantenendo il proprio impiego oltreconfine, mentre il 4,2% – pari a circa 92.400 persone – è già attivamente alla ricerca di una casa all’estero. A spingere verso questa scelta è soprattutto il costo degli alloggi: sette intervistati su dieci giudicano elevati gli affitti o i prezzi di acquisto nella propria regione.
«Sono molti i romandi che pensano di attraversare il confine per ragioni economiche. Questo dimostra quanto i costi dell’abitazione incidano ormai sulla vita quotidiana», osserva Harry Büsser, esperto immobiliare di Comparis. «Il prezzo è un fattore determinante. Ma anche la vita quotidiana, la famiglia e l’amministrazione sono elementi decisivi. La Francia può essere finanziariamente interessante, ma il successo di un trasferimento dipende dalla sua sostenibilità nella vita di tutti i giorni», prosegue. «Quando molte persone guardano oltreconfine per ragioni di costo significa che l’accessibilità dell’alloggio è diventata un problema strutturale nelle regioni più sotto pressione».
Nel nostro cantone
In Ticino manca un sondaggio analogo a quello realizzato da Comparis, sono però disponibili dati che permettono di seguire l’evoluzione del fenomeno negli ultimi anni. L’Ufficio di statistica (USTAT) ha sviluppato una metodologia che permette di seguire chi trasferisce la residenza oltreconfine mantenendo un’attività lavorativa in Svizzera. «Il nostro studio cerca proprio di colmare questa lacuna informativa», spiega Maurizio Bigotta, responsabile del settore Economia dell’USTAT. Si tratta però di una statistica sperimentale. «Grazie al collegamento di dati amministrativi siamo in grado di conteggiare i flussi tra residenti e frontalieri. Sono dati che richiedono cautela nell’interpretazione; per questo ci concentriamo soprattutto sull’evoluzione nel tempo piuttosto che sui valori assoluti».
Tra il 2013 e il 2019 il numero di residenti ticinesi che hanno trasferito la residenza oltreconfine mantenendo un’attività lavorativa in Svizzera è aumentato di oltre il 60% (da 587 a 941 persone all’anno). Considerando poi anche i familiari, l’incremento è stato di circa il 64% (da 758 a 1.244 persone).
La tendenza, tuttavia, sembra essersi invertita negli ultimi anni. Dopo il picco raggiunto, i passaggi da residente a frontaliere sono diminuiti di circa il 38% tra il 2020 e il 2024 (da 872 a 545). Nello stesso periodo, al contrario, è aumentato il numero di frontalieri che hanno scelto di trasferire la propria residenza in Ticino.
A incidere sulle dinamiche potrebbe esserci il nuovo accordo fiscale tra Svizzera e Italia, entrato in vigore nel 2024 e che ha modificato la tassazione dei nuovi frontalieri. Per l’USTAT è però ancora presto per stabilire quale impatto abbia avuto sul fenomeno. «Non siamo in grado di fare un’analisi di impatto del cambiamento nel regime fiscale», precisa Bigotta. «Ci limitiamo a osservare che dalla sua introduzione il numero di frontalieri ha smesso di crescere e ha iniziato a contrarsi leggermente». A influenzare il fenomeno, sottolinea, contribuiscono anche altri fattori: «La situazione internazionale che rallenta l’economia; l’invecchiamento demografico che aumenta le difficoltà di reclutamento; il cambiamento tecnologico, che richiede nuove competenze sul mercato del lavoro».
L’ipotesi di un cambiamento strutturale sembra comunque essere sostenuta dagli indicatori del mercato del lavoro, e per capire se questa tendenza sia destinata a consolidarsi saranno fondamentali i nuovi aggiornamenti. «Sarà importante aggiornare regolarmente l’analisi dei flussi tra residenti e frontalieri per ottenere conferme sempre più recenti, nel resto dell’anno effettueremo approfondimenti su questo tema», ci conferma Bigotta.
Le ragioni della scelta
Il costo della casa, come detto, è certamente uno degli elementi principali. Secondo l’indagine Comparis, è proprio il divario dei prezzi immobiliari a spingere molti romandi a guardare oltreconfine. Una pressione che non sembra destinata ad attenuarsi: l’Ufficio federale di statistica ha comunicato che nel secondo trimestre del 2026 il prezzo delle abitazioni di proprietà è aumentato dello 0,7% rispetto ai tre mesi precedenti e del 3,5% su base annua. A trainare la crescita sono soprattutto gli appartamenti, rincarati del 4,2% nell’ultimo anno, mentre le case unifamiliari segnano un aumento del 2,7%.
Negli ultimi quindici anni il rafforzamento del franco rispetto all’euro ha inoltre aumentato sensibilmente il potere d’acquisto di chi percepisce uno stipendio in Svizzera ma vive nell’area euro. Se nel 2010 un franco valeva circa 70 centesimi di euro, oggi supera di poco l’euro: una differenza che, a parità di salario, si traduce in un potere d’acquisto superiore di circa il 40-50% per chi sostiene le proprie spese in Italia.
Anche il livello di reddito potrebbe avere un ruolo nella scelta di trasferire la residenza. Secondo uno studio dell’USTAT pubblicato nel 2024, il divario di reddito tra chi trasferisce la residenza oltreconfine e chi resta in Ticino aumenta proprio nell’anno dello spostamento: chi si trasferisce tende ad avere, in media, un reddito inferiore rispetto a chi rimane residente. Le possibili spiegazioni sono due: un salario relativamente basso potrebbe incentivare il trasferimento, oppure il minor costo della vita in Italia potrebbe permettere di lavorare meno senza ridurre il tenore di vita. «Queste rimangono tuttavia ipotesi, i dati non permettono di trarre conclusioni o di avere certezze aggiuntive», precisa Bigotta.
Più che un trasferimento in un altro Paese, quello che emerge è un diverso modo di abitare il territorio di confine. Per una parte di chi sceglie di vivere in Italia, l’obiettivo non è cambiare lavoro o ricostruire la propria vita altrove, ma continuare a lavorare e a mantenere gran parte delle proprie abitudini in Svizzera, riducendo al tempo stesso il costo della vita. Una scelta che, secondo Harry Büsser, è possibile solo quando «il trasferimento è sostenibile nella vita quotidiana»: non contano soltanto i prezzi delle case, ma anche il pendolarismo, la vicinanza a famiglia e amici e gli aspetti amministrativi.
