L’abito del finto gangster, ma droga e truffe erano vere

Oggi, quei «vestiti da finto gangster» li ha dismessi. È pronto a ricominciare. Ma prima dovrà fare i conti con la giustizia. Perché in realtà, tra il 2022 e il 2024, una piccola «realtà imprenditoriale», decisamente illegale, il 25.enne del Mendrisiotto comparso quest'oggi davanti alla Corte delle assise criminali, l’ha effettivamente gestita. Lo spaccio di cocaina, qualche arma in suo possesso, l’ottenimento illecito di prestazioni dell’assicurazione sociale, la truffa, l’usurpazione d’identità e, infine, il ripetuto riciclaggio di denaro. È per questi motivi che il giudice Amos Pagnamenta l’ha condannato a tre anni di carcere, due dei quali sospesi per un periodo di prova di 5 anni.
Il 25.enne, reo confesso, aveva effettivamente avviato un’attività illegale. Piatto forte: la cocaina. I primi rifornimenti in Ticino, poi nei boschi della droga situati appena oltre il confine. «Compravo la cocaina a 60-70 franchi al grammo e poi la rivendevo, in dosi più piccole, tra i 50 e i 100 franchi» ha spiegato in aula. Nel mezzo anche il «taglio» della sostanza stupefacente. Un lavoro, come ricostruito dall’inchiesta condotta dalla procuratrice pubblica Veronica Lipari, che faceva fare ad alcuni «dipendenti»: tossicodipendenti che si mettevano all’opera in cambio di qualche dose. Alla fine, in due anni, gli inquirenti hanno appurato che lo stupefacente spacciato sia stato di almeno 800 grammi.
Il provento della droga serviva ad alimentare il suo alto tenore di vita: cene, abiti esclusivamente di marca, un bolide e quant’altro. Il 25.enne però, fingendosi una persona in stato di bisogno, ha chiesto e ottenuto le prestazioni assistenziali per un totale di oltre 40.000 franchi. Non bastasse, ecco anche qualche truffa online. In un caso, rubando l’identità di una terza persona, ha acquistato abiti (sempre di marca) su Zalando. In un altro – agendo in correità con un uomo anch’esso del Mendrisiotto – ha messo su tutti.ch annunci di vendita di smartphone in realtà inesistenti.
Conta solo l’apparenza
La procuratrice pubblica Veronica Lipari, durante la requisitoria, ha sottolineato che l’imputato «non aveva bisogno di delinquere: aveva un bel lavoro (perso a causa dei continui ritardi accumulati, ndr) e una madre che l’ha sempre sostenuto». Poi, però, il cambio di rotta e l’entrata in un «mondo dove solo l’apparenza conta davvero». Un tenore di vita – ha commentato – «che a quanto pare necessitava di altre entrate». Ovvero quelle provenienti dallo spaccio di cocaina e dalle indennità ricevute dall’assistenza. Una colpa, la sua, ritenuta grave, soggettivamente molto grave, che ha portato l’accusa a chiedere una pena di 3 anni e 6 mesi di carcere (lasciando alla Corte determinare eventualmente una parziale sospensione della stessa).
«Ha perso la retta via»
La difesa – sostenuta dall’avvocata Chiara Villa – si è battuta per una pena totalmente sospesa. In alternativa, massimo sei mesi da espiare così da poter beneficiare della semiprigonia. Il tutto per «evitare una sanzione che ostacoli il suo reinserimento nella società». Il suo assistito era a piede libero in attesa di giudizio. Nel frattempo ha trovato lavoro e, allo stesso tempo, ha riconosciuto gli errori del passato. «Ha perso la retta via. La bussola ha perso il nord» ha detto in apertura di arringa la legale, citando le vicissitudini familiari vissute dal 25.enne, unitamente alla perdita del lavoro. Una via oggi ritrovata, appunto, «togliendosi di dosso quei vestiti da finto gangster».
L’invito a «rigare dritto»
La Corte, come detto, alla fine del procedimento ha condannato il 25.enne a 3 anni di carcere, due dei quali sospesi. Il giudice Amos Pagnamenta ha spiegato d’aver «compresso» la pena richiamando una «prevenzione speciale». Così facendo, l’anno di detenzione effettivamente da espiare potrebbe essere sostituito dalla sorveglianza elettronica. Una misura, quest’ultima, che dovrà però essere decisa dal GPC, il giudice dei provvedimenti coercitivi: se così fosse – ha evidenziato il presidente della Corte – «potrà scontare un anno senza perdere il posto di lavoro». Al netto di tutto resta ciò che il 25.enne ha commesso: «Ha agito per puro egoismo», puntando al «facile guadagno ai danni della salute pubblica». A suo favore il fatto di aver ammesso i fatti e di aver trovato nuovamente un lavoro. Infine l’invito «a rigare dritto» e il monito: «I cartellini gialli sono finiti. D’ora in poi solo rossi».