Le tensioni commerciali con Roma potrebbero estendersi a tutta l’UE

Prima l’accordo sui frontalieri, poi la tassa sulla salute, seguita dalla proposta di istituire una zona a statuto speciale lungo la fascia di confine e – dulcis in fundo – la nuova legge di bilancio italiana che introduce sgravi fiscali per le aziende italiane che acquistano macchinari nell’Unione europea, con un evidente danno per l’industria svizzera e ticinese.
Se non fosse che quasi 80 mila frontalieri raggiungono quotidianamente il nostro territorio (la cifra negli ultimi mesi ha subito per la prima volta una leggera contrazione); se non fosse che l’Italia rappresenta uno dei principali partner economici del nostro cantone; se non fosse che il trumpiano valore della bilancia commerciale pende tutto a favore dell’Italia, potremmo pensare che Roma abbia dichiarato guerra commerciale al Ticino. Di questi tempi, il protezionismo va di moda.
Scherzi a parte, l’esempio più esplicito (l’ultimo in ordine di tempo) riguarda gli incentivi fiscali per i macchinari industriali: qualcosa che va oltre la legittima politica di sostegno economico. Contro l’operazione politica del Belpaese – dal chiaro sapore protezionistico – si è mosso la scorsa settimana il Consiglio di Stato ticinese per denunciare a Berna l’«inasprimento dei rapporti commerciali tra Svizzera e Italia». In effetti, messe in fila una all’altra, le quattro iniziative parlano tutte la stessa lingua e perseguono il medesimo obiettivo: aumentare l’attrattività economica italiana. Qualcosa negli equilibri commerciali si è rotto? Forse oltre confine qualcuno ha deciso di forzare il piano economico?
«In linea generale è chiaro che assistiamo a una certa spinta, non solo in Italia, a proteggere il proprio mercato e la propria economia, del resto lo fa anche la Svizzera, ad esempio nel settore agricolo», commenta al Corriere del Ticino, il direttore di AITI, Stefano Modenini, per il quale occorre porsi la domanda seguente: «Le regole internazionali di cui disponiamo sul libero mercato e la concorrenza sono ancora sostenute dai singoli Governi? A vedere quello che succede nel mondo sembrerebbe di no».
Una considerazione a cui giunge anche il direttore della Camera di Commercio ticinese (Cc-Ti), Luca Albertoni: «Forse la Svizzera dà fastidio perché viene percepita come ricca a prescindere, ma leggo soprattutto le misure italiane come tentativi di recuperare base fiscale e trattenere la manodopera in Italia, in un contesto in cui tutti siamo confrontati con la carenza di forza lavoro e con il calo demografico». Secondo Albertoni, inoltre, bisogna considerare che il «gap concorrenziale con l’Italia» – per vari motivi legati sia alla situazione economica italiana sia al cambiamento delle abitudini delle persone nel contesto del mondo del lavoro – si sta parzialmente riducendo.
«Una decisione insidiosa»
Nel concreto, riguardo alla misura fiscale inserita nella legge di bilancio, Modenini parla di una «decisione insidiosa». E questo nonostante «i macchinari svizzeri esportati in Italia siano di qualità elevata e che, pertanto, il cliente italiano ci penserà due volte prima di abbandonare il fornitore svizzero». Ciò non toglie che, in una congiuntura economica molto difficile, uno sgravio fiscale per chi acquista macchinari da produttori europei possa risultare allettante: «Perdere clientela italiana, per un’azienda svizzera, sarebbe molto difficile da digerire nell’attuale situazione economica». Al momento, tuttavia, la misura non ha ancora prodotto effetti concreti sulle forniture ticinesi, conferma Modenini, «anche perché lo sgravio fiscale non è ancora applicabile. Ma non abbiamo dubbi che il regolamento di attuazione lo confermerà, probabilmente anche in maniera retroattiva».
Nel frattempo, come già avvenuto durante la crisi dei dazi, gli imprenditori si sono mossi: «Sappiamo che sono in corso colloqui tra i produttori svizzeri di macchinari e i loro clienti in Italia per valutare la situazione». A breve termine, secondo Modenini non ci saranno contraccolpi, ma nel medio-lungo periodo non possono essere esclusi scossoni, soprattutto se la decisione italiana dovesse superare tutte le verifiche giuridiche ed entrare in vigore. Meno ottimista, invece, Albertoni, secondo cui «la preoccupazione è palpabile e già apertamente manifestata», anche se gli effetti concreti devono ancora concretizzarsi.
Un disegno strutturato
Tornando ai rapporti con Roma, secondo Albertoni, «fatta eccezione per l’ultimo mese, sul piano economico qualche divergenza c’è sempre stata. Ora però la situazione si è inasprita: «L’Italia sembra aver adottato una strategia più strutturata e aggressiva per tutelare i propri interessi nazionali». Non solo. Secondo Albertoni si tratta di una tendenza generale che si sta affermando in tutta l’Unione europea, dove, sulla base dei principi «Made in Europe» e «Buy European», si vogliono introdurre nuove regole per ridurre la dipendenza da Paesi terzi e proteggere soprattutto i settori considerati strategici. «La direzione è chiara», commenta Albertoni. «Viene privilegiato l’acquisto di prodotti fabbricati in Europa, intendendo per Europa, l’Unione europea e lo Spazio economico europeo (SEE, ndr), di cui la Svizzera non fa parte. Si tratta quindi, a mio avviso, di una tendenza generalizzata che va oltre le sole misure italiane». Insomma, la lettura di Albertoni è anche più insidiosa rispetto a quella che circoscrive lo scontro alle frizioni italiane. Piaccia o no, secondo Albertoni, questa rischia di essere una tendenza con la quale dovremo fare i conti nel prossimo futuro. «Sembra più un approccio europeo che solo italiano. Ovvero: priorità agli interessi nazionali, rispettivamente dell’UE/SEE. Questo è il leitmotiv. Che ovviamente ha risvolti protezionistici in linea con quanto sta avvenendo a livello mondiale».
Spirito di collaborazione
Così anche Modenini: «La questione è in mano prima di tutto al Consiglio federale perché quanto deciso dall’Italia potrebbe riguardare anche altri Paesi dell’UE». Detto questo, secondo il direttore di AITI, sarebbe comunque opportuno «tematizzare maggiormente che cosa sarebbe vantaggioso fare, nelle rispettive regioni, in uno spirito di collaborazione, avendo tessuti economici simili e forti in settori diversi». La Svizzera ha tutti gli strumenti per essere competitiva, Ticino compreso, conclude con una nota più severa, e forse realistica Albertoni: «Ma occorre usarli bene. Non possiamo permetterci di tentennare e perderci in discussioni troppo ampollose. La concorrenza europea e anche italiana è presente, è cresciuta e non fa sconti. Come ha dimostrato l’esempio americano, in tema di rapporti internazionali, vi sono collaborazioni e partenariati, ma non amici».

