Legge sulla Polizia, c’è chi valuta il ricorso

L’adozione da parte del Gran Consiglio della nuova Legge sulla Polizia – con le parole di Zali che hanno animato (e non poco) la discussione – potrebbe continuare a far discutere. Sì, in primis poiché c’è già chi, come l’MpS, in questi giorni ragionerà sulla possibilità di ricorrere al Tribunale federale contro il testo approvato dal plenum. Il movimento, come confermatoci dal deputato Matteo Pronzini, ne discuterà proprio questa sera con i propri giuristi e poi deciderà sul da farsi. D’altronde, va ricordato, il giurista Martino Colombo (consigliere comunale dell’MpS a Bellinzona), assieme al collega Filippo Contarini, già nel 2019 fece ricorso al TF contro una novella legislativa riguardante la «vecchia» Legge sulla Polizia. Un ricorso (poi respinto dai giudici di Mon Repos) riguardante la cosiddetta «custodia di Polizia» con cui si contestavano – in estrema sintesi – misure securitarie giudicate lesive dei diritti individuali fondamentali. Insomma, come avvenuto nel dibattito di martedì, al centro dell’attenzione vi era il delicato equilibrio fra sicurezza e libertà. E non è da escludere, appunto, che anche in questo caso parta un ricorso verso Losanna.
Criticità rimaste tali
Sia come sia, al netto delle questioni giuridiche, gli strascichi del dibattito in Gran Consiglio si sono fatti sentire anche ieri. In primis, con una presa di posizione dell’Associazione per la difesa del servizio pubblico (ASP), la quale ha preso atto «con rammarico e insoddisfazione» dell’approvazione della nuova Legge sulla Polizia da parte del Gran Consiglio. Ricordando che già nella fase preparatoria della Legge l’ASP «aveva diramato una presa di posizione articolata, evidenziando una serie di criticità sul piano delle garanzie giuridiche, della centralità del ruolo dello Stato e della tutela dei diritti fondamentali», l’associazione rileva che «tali preoccupazioni restano tuttora irrisolte». Le problematiche principali evidenziate dall’ASP sono: «gestione cantonale delle minacce, che rischia di comprimere la presunzione d’innocenza e la materialità del diritto penale; misure concernenti i perturbatori e altre manifestazioni, suscettibili di limitare la libertà di espressione; misure preventive troppo generiche e sprovviste delle necessarie garanzie; custodia di polizia e consegna di minori, oltremodo lesive dei diritti; tendenza alla militarizzazione della polizia». Preoccupazioni che, rileva l’associazione, sono state «ulteriormente rinsaldate dalle dichiarazioni dello stesso consigliere di Stato Claudio Zali, il quale non ha mancato di lasciare emergere alcune riserve sull’assetto approvato». Ora, chiosa l’associazione, «preso atto dell’approvazione della riforma, occorrerà monitorarne l’applicazione concreta e, alla luce dei timori sollevati durante il dibattito, trarne a tempo debito un bilancio critico». In tal senso l’ASP fa sapere che «seguirà con attenzione questa nuova fase».
Questione di modus operandi
A ribadire le critiche nei confronti del consigliere di Stato Claudio Zali – autore martedì in Gran Consiglio di un discorso che, essendo in parte critico della nuova legge, ha creato un po’ di subbuglio in aula – è stata anche l’UDC. Il partito in un comunicato stampa ha parlato di «ennesimo show» da parte del consigliere di Stato leghista e ha definito il suo discorso «intrinsecamente contrastante e “straordinariamente” sinistroide». Secondo l’UDC, «quelle di Zali sono delle riserve espresse in modo plateale e tardivo», e sarebbe dunque stato «auspicabile comunicarle prima alla commissione». In tal senso, scrivono i democentristi, «si conferma ancora una volta un modus operandi irrispettoso nei confronti del Parlamento».
