Tra dubbi, polemiche e «granate» la Legge di Polizia supera l’esame

È successo un po’ di tutto in Gran Consiglio durante la discussione sull’importante dossier della revisione totale della Legge sulla Polizia. Un dibattito lungo quattro ore e mezza, spezzate in due da uno spartiacque: l’intervento (in parte scettico se non critico su alcuni punti rilevanti della Legge) del consigliere di Stato Claudio Zali. Qualcuno in aula ha paragonato le parole del «ministro» al classico «sasso lanciato nello stagno». Altri hanno preferito paragonarle a «una granata». Lo stesso Zali, invece, ha poi cercato di ridimensionare il suo intervento. Sia come sia, dopo un paio di sospensioni della seduta per chiarirsi le idee, un’interminabile discussione sui 43 emendamenti presentati da varie forze progressiste, e soprattutto nonostante le parole di Zali, la revisione totale della Legge è stata approvata dal plenum a larghissima maggioranza (59 voti a 22) e il Ticino ha dunque una nuova norma che regola il funzionamento della Polizia.
Moderna ed efficace
La prima parte del dibattito in aula si è concentrata sulla presentazione della Legge (sostenuta dalla maggioranza PLR, Centro, Lega e UDC) e sulle critiche giunte da sinistra.
Il co-relatore del rapporto che a lungo ha lavorato al dossier, il deputato Tiziano Zanetti (PLR), ha definito la Legge «più snella, efficace e moderna». Un testo per il quale sono stati centrali i concetti di «sussidiarietà e flessibilità». Detto altrimenti, «da una legge enciclopedica» siamo passati a «una legge moderna, per una gestione reale del nostro territorio». Anche perché, come ricordato dall’altro co-relatore, il leghista Alessandro Mazzoleni, «l’attuale legge del 1989 è divenuta in più parti anacronistica». E si è dunque trattato di «dotare il cantone di una base legale più moderna, ordinata e comprensibile». Una legge che, come fatto notare dalla liberale radicale Simona Genini, rappresenta «uno dei progetti più importanti di questo quadriennio» poiché tratta una «scelta di fondo su che tipo di Stato vogliamo essere». Scelta da operare nel delicato equilibrio tra sicurezza e libertà e che tocca «un punto sensibile nel rapporto tra Stato e cittadini», ossia il potere coercitivo della Polizia e il monopolio della violenza affidato allo Stato. «E questa revisione – ha affermato Genini – riesce nel complesso a mantenere l’equilibrio tra sicurezza e libertà».
Le preoccupazioni da sinistra
Di parere diverso, come vedremo, la sinistra. Che, in sintesi, ritiene che questo equilibrio tra libertà e sicurezza, in realtà, non sia stato raggiunto con la nuova legge. E che, invece, la sicurezza abbia avuto la meglio sulle libertà fondamentali dei cittadini. Come affermato dalla deputata Daria Lepori (PS), che ha parlato di «profonde preoccupazioni», ad essere problematiche «non sono solo le disposizioni presenti nella Legge, ma – più in generale – lo spirito stesso che la anima». Il timore, ha affermato, «è che si stia consolidando una vocazione puramente repressiva» della Polizia. Tra gli aspetti critici, Lepori ha citato il fatto che la nuova legge «trascura il valore della prevenzione e privilegia l’intervento successivo al reato». Oppure ha citato il nuovo capitolo dedicato alla «gestione cantonale delle minacce» (su cui torneremo), con misure che prevedono l’intervento prima che l’illecito sia commesso e che dunque rischiano di «calpestare principi come la presunzione d’innocenza». Anche le disposizioni riguardanti il «controllo delle manifestazioni destano allarme», così come «l’ampliamento delle indagini preventive, che rischiano di trasformarsi in ‘schedature’ dei cittadini». Una linea sposata anche dai Verdi, che con il co-coordinatore Marco Noi hanno parlato del rischio di uno Stato giustizialista o poliziesco che si sta diffondendo in tutto il mondo. E che in alcuni casi puntuali ha raggiunto anche il Ticino, con «l’impressione che la Polizia fosse utilizzata in chiave politico-partitica». Entrambi i partiti, così come l’MpS e il PC, hanno dunque presentato decine di emendamenti per cercare di riportare l’equilibrio verso le libertà dei cittadini.
Il discorso del responsabile
Prima di arrivare agli emendamenti, però, è stato il turno del responsabile politico della Polizia, Claudio Zali. Il cui intervento, come detto, ha provocato un po’ di sconquasso in aula. Un intervento che è stato preceduto da alcune premesse: Zali ha subito invitato il plenum ad approvare la nuova Legge; e ha chiarito che il suo intervento non sarebbe stato quello che necessariamente ci si aspetta da un direttore di Dipartimento, ma che si sarebbe piuttosto trattato di «osservazioni critiche che sento di dovere fare come persona della mia età, spettatore degli eventi storici degli ultimi 50 anni, della mia formazione in diritto costituzionale (...), ma anche come individuo con una personale sensibilità orientata a uno Stato in cui a prevalere è la libertà personale rispetto alle ingerenze dello Stato (...)». Critiche riguardanti «un tema specifico», ossia il nuovo capitolo della Legge sulla gestione cantonale delle minacce. Che, ha rilevato Zali, potrebbe presentare «potenziali rischi». Sì, perché se da una parte questa novità è «perfettamente comprensibile» nei tempi difficili e pericolosi che viviamo a livello globale e «non crea problemi di sorta in uno Stato in cui abbiamo piena fiducia, che applicherà le norme nello spirito lodevole in cui sono state introdotte», dall’altra parte, tali norme «nondimeno introducono la facoltà di indagare preventivamente e a loro insaputa taluni cittadini per riconoscere precocemente coloro che (...) possono costituire una minaccia». Cittadini che tuttavia, ha fatto notare, «non hanno ancora commesso reati». E disposizioni che sono «a discrezione di chi è preposto alla valutazione di questi soggetti». Oltretutto, ha rilevato, per svolgere queste indagini preliminari si potranno raccogliere dati, alcuni dei quali molto sensibili, come «informazioni su opinioni o attività religiose, filosofiche o politiche». Insomma, ha chiosato, «non ho detto queste cose per inquietare nessuno (...) e probabilmente sono io a farmi problemi che non ci sono. Ribadisco unicamente che l’approvazione di queste norme presuppone una grande fiducia nel sistema che sarà chiamato ad applicarle. Il che depone a favore del valore delle nostre istituzioni. La differenza, come sempre, la faranno le persone, molto più delle leggi. Ribadisco la richiesta di approvazione del messaggio».
Dopo le riunioni torna la calma
Apriti cielo. Il primo a prendere la parola è stato il deputato dell’MpS, Giuseppe Sergi: «Ma parla a titolo personale o a nome del Governo?» ha chiesto a Zali. «Perché altrimenti la conclusione dovrebbe essere quella di ritirare il messaggio...». «Ho spiegato chiaramente perché ho detto queste cose – ha risposto Zali –. Chiedo che il messaggio sia approvato (…), non mi metta in bocca cose che non ho detto».
A questo punto, il presidente della Commissione giustizia e diritti, Alessandro Mazzoleni, ha chiesto una pausa per riunire l’organo parlamentare. Dopodiché, al rientro, a riunirsi sono stati tutti i gruppi parlamentari per determinarsi anche sulla richiesta ufficiale di rimandare il dossier in Commissione giunta nel frattempo dal capogruppo socialista Ivo Durisch.
Ora, dopo tanto parlarsi e riunirsi, i deputati rientrati in aula hanno calmato le acque, non senza qualche frecciatina all’indirizzo di Zali. Sì, perché se da una parte la sinistra ha continuato a sostenere la necessità di rinviare il dossier in commissione, dall’altra PLR, Centro, Lega e UDC hanno fatto da pompieri, invitando il plenum a tirare dritto. Ma, ad esempio, il capogruppo PLR Matteo Quadranti si è detto «basito» per quanto accaduto in aula, sottolineando sia quanto l’intervento di Zali fosse tardivo sia la confusione creata sulle competenze riguardanti la Polizia dopo il famoso «arrocchino» (la nuova legge è stata elaborata quando la responsabilità politica della Polizia era di Gobbi). Oppure il capogruppo dell’UDC, Alain Bühler, pur invitando i colleghi a non ritirare il rapporto, ha fatto notare quanto la posizione di Zali, «probabilmente personale», fosse «straordinariamente allineata alla parte sinistra di questo Parlamento».
Sia come sia, tra una frecciatina e un invito alla calma, il Gran Consiglio ha proseguito con l’esame dei 43 emendamenti sul tavolo. Tutti quelli presentati da PS, MpS e PC sono stati bocciati dall’aula. L’unico ad essere approvato è stato quello dei Verdi che ha reso più rigida la possibilità per un agente di perquisire una persona non dello stesso sesso (chiarendo che è possibile farlo solo se la sicurezza immediata lo richiede). L’altro emendamento approvato, proposto dalla Commissione, ha invece previsto la possibilità anche per le aziende di sicurezza private di trasferire tra un cantone e l’altro i detenuti, come tra l’altro già previsto da un accordo intercantonale.
Insomma, al netto dei due emendamenti, l’impianto della nuova legge è stato confermato. La revisione totale, al netto delle polemiche, è servita.

