Marco Chiesa punta al Consiglio federale: «La ticinesità è il mio asso»

Ora è ufficiale: Marco Chiesa ci prova. Il consigliere agli Stati ticinese ha deciso di rompere gli indugi e di mettersi a disposizione per la successione di Guy Parmelin in Consiglio federale. Ai microfoni di TicinoNews, l'ex presidente dell'UDC svizzera spiega le sue motivazioni, il suo «asso nella manica» e anche i suoi timori. Ma la strada verso Berna è ancora lunga: il primo scoglio è fissato per il 20 novembre, quando il gruppo parlamentare democentrista sceglierà il ticket.
Soltanto venti giorni fa, il giorno dell'annuncio delle dimissioni di Parmelin, Chiesa aveva detto di non averci «ancora pensato». Ora la riflessione è conclusa. «La Svizzera è la nostra casa e sarebbe un onore poter contribuire a prendersene cura», afferma. «E il luogo più importante dove si può incidere è proprio il Consiglio federale».
«Una rappresentatività a medio termine»
La prima obiezione è scontata: il Ticino, in Governo, è già rappresentato da Ignazio Cassis. Chiesa non la elude. «Il Ticino è rappresentato da diversi anni con Ignazio Cassis, ma credo che oggi ci sia l'opportunità di riflettere su una rappresentatività a medio termine», risponde. «È questo il tema che porteremo a livello di partito e poi in Assemblea federale, qualora fossi scelto per il ticket». Tradotto: Cassis, prima o poi, lascerà. E la Svizzera italiana rischierebbe di restare di nuovo senza un suo rappresentante a Palazzo federale.
La ticinesità come punto di forza
Che cosa ha Chiesa in più rispetto agli altri possibili aspiranti? La risposta sta tutta in una parola: ticinesità. «Noi ticinesi abbiamo dovuto e dobbiamo conoscere tutta la Svizzera, non fosse altro perché magari abbiamo studiato nella Svizzera interna. Dobbiamo parlare le lingue, conoscere le culture», sottolinea. «Quando ci si candida al Consiglio federale, questo potrebbe giocare un ruolo molto importante».
La ticinesità, da sola, non basta per convincere l'Assemblea federale. E Chiesa lo ammette: «Ha assolutamente ragione». Ci sono, però, anche le sue esperienze. «Il mio percorso politico parte dai piccoli consigli comunali e arriva al Gran Consiglio, al Consiglio nazionale, al Consiglio degli Stati e poi alla presidenza del primo partito in Svizzera. Forse è anche questo che mi mette in una posizione di vantaggio rispetto agli altri, per la conoscenza del partito a livello svizzero». E poi c'è l'esperienza in un esecutivo, «adesso con la Città di Lugano». Competenze e capacità che, spera, «potranno essere valutate in maniera positiva» dal gruppo parlamentare e, in seguito, dall'Assemblea federale.
Amaudruz e il ticket ideale
Fin qui, l'unica candidatura ufficiale di peso è quella della ginevrina Céline Amaudruz, vicepresidente del partito, che però non fa l'unanimità nella base democentrista. Chiesa la difende: «Penso che queste critiche siano particolarmente ingenerose. Céline Amaudruz è una candidata assolutamente valida, vicepresidente del partito anche quando ero presidente io, e porta una sua sensibilità ginevrina. È chiaro che quel cantone spesso la pensa un po' diversamente dal resto della Svizzera».
E il ticket ideale? Chiesa non si nasconde. «Penso che un ticinese avrebbe maggiori possibilità di successo se dall'altra parte ci fosse uno svizzero tedesco, magari di un cantone già rappresentato in Consiglio federale», dice con un sorriso. Il nome è quello del capogruppo zughese Thomas Aeschi: «Una persona validissima, che oggettivamente avrebbe comunque tutte le qualità per diventare consigliere federale». Zugo, va ricordato, in Governo è già rappresentato da Martin Pfister (Centro).
E se il suo nome non dovesse finire sul ticket? «Non è un premio alla carriera e non è neppure qualcosa che si fa per la propria immagine. Quando ci si incammina in un percorso del genere ci si può anche inciampare. Ma non vuol dire che non valga la pena cominciarlo».
«Mi preoccupa l'impatto sulla mia famiglia»
C'è qualcosa che lo spaventa, in questa corsa? «L'impatto sulla mia famiglia», risponde senza esitare. «Le prossime settimane saranno piuttosto impegnative, ci sarà una pressione mediatica: l'abbiamo già visto con una candidata ufficiale come Céline Amaudruz. Vorrei sapere che i miei cari non verranno toccati da questa decisione, ma so che sono pronti».
E l'eventuale elezione? «Nei contatti che ho avuto, la domanda che mi è sempre stata posta è: sei pronto? Sai che cosa vuol dire essere consigliere federale?», racconta. «Ho avuto la possibilità di frequentare molto da vicino i consiglieri federali quando ero presidente di partito». E cita Albert Rösti, suo predecessore alla testa dell'UDC quando Chiesa era vicepresidente. «Mi ripete sempre una cosa che mi fa un po' sorridere: "La posizione più complicata in politica è quella di presidente di partito. Il consigliere federale ha comunque degli aiuti che il presidente non ha"». Ultima domanda: chi teme di più fra i possibili avversari? La risposta è secca: «Tutti gli altri».
Le prossime tappe
Il termine per annunciare le candidature scade domani, venerdì 23 ottobre, a mezzogiorno. Poi la palla passerà a una commissione di selezione e infine al gruppo parlamentare, che il 20 novembre designerà i candidati ufficiali. Due o tre: non è ancora stato deciso. L'Assemblea federale eleggerà il successore di Parmelin il 9 dicembre. Oltre ad Amaudruz, si è fatto avanti anche il consigliere nazionale solettese Rémy Wyssmann. Mentre diversi nomi di peso, da Natalie Rickli a Magdalena Martullo-Blocher, fino al presidente Marcel Dettling, si sono chiamati fuori.
