Politica

«Prevenire la radicalizzazione è un compito di tutta la società»

Confederazione, Cantoni e Comuni hanno firmato una «carta» contro l’estremismo – Fornisce consigli pratici per riconoscere le persone a rischio» – Matteo Cocchi: «Il documento non si rivolge solo alle forze dell’ordine»
© KEYSTONE/Peter Klaunzer
Francesco Pellegrinelli
21.08.2026 18:32

Un’auto lanciata contro due adolescenti in bicicletta. Un’aggressione con un coltello nel centro di Zurigo o a Lugano. Un attacco alla stazione di Winterthur. Sono immagini diverse, ma richiamano la stessa domanda: come riconoscere in tempo il passaggio dalla radicalizzazione alla violenza?

È il tema al centro della nuova carta contro la radicalizzazione e l’estremismo, presentata a Berna dalla Rete integrata Svizzera per la sicurezza (RSS), che riunisce i vertici della politica di sicurezza di Confederazione, Cantoni e Comuni. I tre livelli hanno scelto di formalizzare un impegno comune, con particolare attenzione ai giovani e ai segnali che possono emergere a scuola, nello sport, in famiglia o negli ambienti digitali.

La decisione arriva dopo una serie di episodi che, secondo la RSS, mostrano la varietà delle minacce: non soltanto l’islamismo violento, ma anche la misoginia dell’ambiente incel (abbreviazione dell’inglese involuntary celibate, ossia «celibe involontario»), l’estremismo di destra, la violenza politica di sinistra e forme più recenti di radicalizzazione nichilista. I cinque casi richiamati dalla RSS (nel box sotto) hanno date, moventi e vittime differenti. Uniti, però, consegnano un dato politico: la radicalizzazione non appartiene più a un solo ambiente e non si sviluppa necessariamente dentro organizzazioni strutturate, ha spiegato il consigliere federale e capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia, Beat Jans, assieme ad altri rappresentanti di Comuni e Cantoni, presenti alla conferenza, tra cui il comandante della Polizia cantonale ticinese, nonché presidente della Conferenza dei comandanti delle polizie cantonali (CCPCS), Matteo Cocchi.

Perché la carta?

In Svizzera e in altri Paesi europei il numero di minorenni sulla via della radicalizzazione è in aumento dal 2023, hanno spiegato gli interlocutori. Al contempo, l’estremismo assume forme sempre più diverse. Oltre all’islamismo violento, tra i giovani uomini si sta diffondendo il movimento radicale incel, che incita all’odio nei confronti delle donne, oppure si moltiplicano i cosiddetti Active Club fondati su ideologie di estrema destra; mentre gli ambienti violenti di sinistra approfittano delle proteste di carattere internazionale per compiere atti di violenza. 

A chi si rivolge?

«La Carta si rivolge alle autorità, alle istituzioni e alla società civile, ma anche concretamente a tutte quelle persone che possono trovarsi confrontate con i primi segnali di un processo di radicalizzazione: penso alla scuola, ai servizi sociali, al settore sanitario, alle strutture che lavorano con i giovani, alle famiglie o alle associazioni», spiega al Corriere del Ticino, il comandante Cocchi. «Uno dei messaggi centrali della Carta è proprio che la prevenzione della radicalizzazione non può essere un compito esclusivo delle forze dell’ordine. È un fenomeno che riguarda l’intera società e richiede una responsabilità condivisa». E questo, in quanto, nessuno dispone da solo dell’intero quadro. «La prevenzione diventa efficace quando questi attori sono in grado di riconoscere precocemente determinati segnali, collaborare e, quando necessario, condividere tempestivamente le informazioni rilevanti. È proprio questa dimensione di rete che la Carta vuole rafforzare». 

L’obiettivo pratico

L’obiettivo principale è riuscire ad agire prima, prosegue Cocchi: «La prevenzione non può iniziare soltanto quando viene commesso un reato o quando una persona è ormai pronta a ricorrere alla violenza». Occorre riconoscere precocemente i segnali. «In questo senso, considero la Carta al tempo stesso un punto di arrivo e un punto di partenza. Un punto di arrivo, perché mette a sistema e valorizza molto del lavoro svolto negli ultimi anni dalla Confederazione, dai Cantoni, dai Comuni e dai diversi attori della prevenzione. Ma anche un punto di partenza, perché il fenomeno evolve, assume forme diverse e si sviluppa sempre più anche nello spazio digitale, talvolta con grande rapidità».

Finora due piani d’azione

Il fenomeno della radicalizzazione costituisce insomma un problema sociale di grande portata che può essere affrontato solo cooperando fra tutti e tre i livelli statali. Finora, Confederazione, Cantoni e Comuni hanno elaborato due piani d’azione nazionali per i quali sono stati stanziati 750 mila franchi l’anno. Tale somma ha permesso di realizzare tra il 2019 e il 2026 94 progetti di contrasto alla radicalizzazione e all’estremismo. Fra gli esempi significativi è stato citato un’iniziativa del 2024 dell’Università di scienze applicate di Zurigo per formare influencer attivi sui social allo scopo di contrastare l’odio che corre sulla rete, sostenuto dall’Ufficio federale di polizia. Nei due anni successivi sono stati finanziati alcuni corsi di formazione per persone responsabili delle comunità religiose nonché un progetto dell’associazione männer.ch dedicato alla manosfera. Con quest’ultimo concetto s’intendono quelle cerchie di uomini attivi online che promuovono ideologie di maschilità intrise di misoginia e omofobia. Per l’anno prossimo, fra l’altro, sono già state presentate 14 richieste per costi complessivi superiori a un milione. Il secondo piano d’azione scadrà a fine 2027 ed è in fase di valutazione.

12 settembre 2020 – Morges (Canton Vaud): omicidio con accoltellamento di matrice jihadista. 24 novembre 2020 – Lugano: aggressione con coltello contro due donne di matrice jihadista. 11 settembre 2020 – Amriswil (Canton Turgovia): un 27enne investe deliberatamente due studentesse in bicicletta. È il primo attentato incel in Svizzera. 2 marzo 2024 – Zurigo: un 15.enne accoltella un uomo ebreo ortodosso. 28 maggio 2026 – Winterthur (Canton Zurigo): accoltellamento nei pressi della stazione, con tre persone ferite. Per le autorità zurighesi, possibile legame con radicalizzazione ed estremismo.