Camignolo

«Prima il Governo giustifica l'intervento, ora arrivano i decreti d'accusa»: l’MPS chiede spiegazioni

L’MPS torna all’attacco dopo i decreti d’accusa contro i due agenti per il fermo della manifestante a Camignolo — Nel mirino la risposta fornita dal Consiglio di Stato a febbraio e le responsabilità politiche di Norman Gobbi
Foto: screenshot video
Ginevra Benzi
30.10.2026 15:39

Un fermo ritenuto sproporzionato, con l’accusa di abuso di potere nei confronti di due agenti – uno della Polizia cantonale e uno della Comunale di Lugano – confermata questa mattina dal Ministero pubblico. L’episodio risale al 13 ottobre 2025, nell’ambito di una manifestazione contro la presenza del consigliere federale Ignazio Cassis in occasione di una riunione del PLR a Camignolo. In quell’occasione, una maestra era stata ammanettata dopo aver oltrepassato il perimetro di sicurezza e aver rifiutato di abbandonarlo.

Se lo scorso 11 febbraio il Consiglio di Stato, rispondendo a un’interrogazione dell’MPS e dei Verdi Liberali (inizialmente presentata come interpellanza) del 15 ottobre 2025, aveva sostenuto che «sebbene le modalità di intervento adottate possano apparire severe, l’intervento si è reso necessario al fine di ripristinare il dispositivo di sicurezza», oggi la valutazione del Ministero pubblico riporta la vicenda su un piano diverso. «Se mister non-luogo-a-procedere ha deciso invece di procedere significa che le cose non sono andate in modo così tranquillo come sostengono Gobbi e soci», ha commentato l’MPS in un comunicato diffuso poche ore dopo l’annuncio dei decreti d’accusa. Le parole del Governo «erano solo apparenza».

Parole forti, quelle contenute nella presa di posizione del Movimento per il socialismo, che torna a sollevare interrogativi non soltanto sull’operato della polizia, ma anche sulle responsabilità politiche del Consiglio di Stato e, in particolare, del direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi. L’MPS sottolinea comunque che «resta naturalmente impregiudicata la presunzione d’innocenza», trattandosi di decreti d’accusa che possono ancora essere contestati.

Il comportamento del Governo sotto la lente

Più che sui decreti d’accusa in sé, il Movimento concentra l’attenzione sulla risposta fornita dal Governo al Parlamento. Nell’atto parlamentare dell’ottobre dello scorso anno, l’MPS aveva contestato le modalità dell’intervento, chiedendo spiegazioni sul fermo e sulla proporzionalità delle misure adottate nei confronti di una persona che, «come testimoniato dalle immagini, non mostrava atteggiamenti aggressivi o per i quali era necessario un ammanettamento».

Per l'MPS, la questione centrale è quindi capire come si concili la giustificazione fornita dal Consiglio di Stato con la valutazione della Magistratura, secondo la quale il ricorso alle manette non sarebbe stato proporzionato. Anche ammettendo che la manifestante avesse oltrepassato il perimetro di sicurezza e si fosse rifiutata di allontanarsi, «questo non autorizzava automaticamente qualsiasi misura coercitiva». La protezione di un consigliere federale può certamente richiedere dispositivi di sicurezza, «ma gli interventi devono comunque rispettare i principi di necessità e proporzionalità».

Nella risposta dell’11 febbraio, il Governo aveva come detto giustificato l’intervento con la necessità di ripristinare il dispositivo di sicurezza, «senza spiegare in maniera convincente perché fosse indispensabile ricorrere a modalità così incisive». Una valutazione che, alla luce degli sviluppi giudiziari, l’MPS ritiene debba essere riesaminata.

La questione, secondo il movimento, non può inoltre essere circoscritta alle responsabilità individuali dei due agenti, che competono alla Magistratura. Esiste anche una dimensione istituzionale: «il Dipartimento delle istituzioni ha responsabilità di conduzione e vigilanza sulla Polizia cantonale, mentre il Consiglio di Stato deve poter giustificare le valutazioni fornite al Parlamento sulla base di verifiche adeguate».

Da qui una serie di domande: quali accertamenti erano stati svolti prima che il Governo definisse necessario l’intervento? Erano state esaminate le immagini disponibili? La risposta parlamentare si basava esclusivamente sulla ricostruzione fornita dalla polizia oppure era stata effettuata una verifica autonoma? Per l’MPS, il controllo politico sull’operato delle forze dell’ordine non può limitarsi a riprendere la versione degli stessi servizi sottoposti a vigilanza.

Identificazione degli agenti e documentazione del fermo

Nell’interrogazione, i deputati dell’MPS e dei Verdi Liberali avevano sollevato anche il tema dell’identificazione degli agenti. Secondo quanto denunciato, uno dei poliziotti avrebbe risposto alla richiesta di conoscere il proprio nome dichiarando di chiamarsi «Pippo Baudo». Il Governo aveva spiegato che, in determinate circostanze, gli agenti possono rifiutarsi di comunicare nome e cognome, annunciando nel contempo l’introduzione del numero di matricola sulle uniformi nell’ambito del progetto KEP.

Un altro punto riguardava invece l’assenza di un verbale del fermo. Nella risposta, il Consiglio di Stato aveva precisato che la donna non era stata arrestata, ma soltanto fermata, identificata e successivamente rilasciata. Per il Movimento, anche questi aspetti chiamano in causa la trasparenza delle procedure e le possibilità concrete per una persona che ritiene di aver subito un abuso di identificare gli agenti coinvolti e far valere i propri diritti.

Alla luce degli sviluppi giudiziari, l’MPS chiede dunque al consigliere e direttore del DI di Stato Norman Gobbi e all’intero Consiglio di Stato di chiarire se confermino ancora la valutazione contenuta nella risposta parlamentare dell’11 febbraio, quali verifiche fossero state effettuate prima di giustificare l’intervento e se intendano riesaminare le procedure relative all’impiego di misure coercitive durante le manifestazioni. Il movimento sollecita, inoltre, garanzie concrete sull’identificabilità degli agenti e sulla documentazione degli interventi contestati.

L’obiettivo, precisa infine l’MPS, non è anticipare l’esito del procedimento penale né confondere le responsabilità giudiziarie con quelle politiche. Si tratta piuttosto di chiedere conto al Governo di una valutazione ufficiale fornita al Parlamento e che oggi si trova confrontata con una valutazione giudiziaria di segno diverso.