Prima la fuga dalla polizia, poi l'arresto: ma non è imputabile

Il video dell’arresto di una donna a Lavena Ponte Tresa era rimbalzato praticamente ovunque lo scorso maggio. Dopo aver forzato un posto di blocco con la propria auto a Magliaso, in pieno orario di punta, era stata tallonata dalle forze dell’ordine ticinesi con le sirene e i lampeggianti accesi fino a sconfinare in territorio italiano e venire ammanettata sdraiata faccia a terra a pochi passi dal confine. In realtà, la donna aveva eluso precedentemente un altro posto di blocco allestito alla rotonda di Bioggio e telefonato quasi una decina di volte (e in stato confusionale) alla Centrale cantonale d’allarme. La fuga, iniziata a Vezia, ha toccato ben otto comuni per un totale di dodici chilometri percorsi in cui la donna ha sfiorato ripetutamente la collisione (anche frontale) con altri veicoli e viaggiato contromano. Il suo agire, però, è riconducibile alla turba psichica acuta di cui soffre. E quel giorno di maggio era incapace di valutare il carattere illecito dei suoi comportamenti. Di qui la non imputabilità della donna, una 43.enne del Luganese comparsa questa mattina alla sbarra davanti alla Corte delle assise correzionali non tanto per rispondere dei reati commessi, ma perché la procuratrice pubblica Veronica Lipari ha postulato nei suoi confronti un’istanza per l’ottenimento di un trattamento ambulatoriale, in seguito accolta dalla Corte presieduta dal giudice Marco Villa.
«Qualcuno ha guardato giù»
In aula, come accennato, non si è giunti tanto per discutere dei vari reati commessi dall’imputata (anche) il 14 maggio 2025 – che vanno dall’esposizione a pericolo della vita altrui al furto e al danneggiamento, per poi passare all’impedimento di atti dell’autorità e all’infrazione grave qualificata alle norme della circolazione. Piuttosto, per affrontare un discorso prettamente terapeutico. Dopo i fatti commessi, la donna (patrocinata dall’avvocato Pascal Cattaneo) è stata sottoposta una perizia psichiatrica, che ha ravvisato come al momento dei fatti la 43.enne presentava una condizione clinica riconducibile a una turba psichica. E i reati di cui si è macchiata sono tutti messi in relazione con il disturbo di cui soffre, tanto da inficiare totalmente la sua capacità di valutare il carattere illecito del suo agire. Tradotto: al momento dei fatti la donna era incapace di intendere e di volere. Quindi, non è imputabile. Di qui, l’istanza di misura proposta. Il perito, inoltre, si è espresso anche sul rischio di recidiva, valutato in «molto basso» in quanto all’imputata verrà impedito di guidare dei veicoli a motore (la sua macchina, dopo la fuga dalla polizia, ha riportato un danno totale) e le è stata revocata la patente. «In caso di futuri scompensi psicopatologici, una fuga psicogena sull’onda di vissuti paranoidi è ancora possibile – scrive il perito –. Ma comunque, se non si trova (la donna, ndr) alla guida di un veicolo, in queste fasi rischierebbe principalmente di mettere in pericolo sé stessa, piuttosto che gli altri». Ed è stato riconosciuto che questa situazione può essere tenuta a bada con l’attuazione di un trattamento psichiatrico ambulatoriale. L’imputata, comunque, durante i verbali ha sempre sostenuto di «non avere un ricordo specifico» di quanto accaduto il 14 maggio 2025. Una tesi ribadita anche in aula. «L’imputata ha letto i verbali dei testimoni e ha preso visione dei filmati della videosorveglianza dei comuni attraversati lungo il tragitto. Quindi ha preso atto di quanto commesso e della gravità che ne è derivata», ha osservato Cattaneo. «Evidentemente quel giorno qualcuno ha guardato giù, se no le conseguenze sarebbero state ben più gravi. Si ricordi che ha una rete di protezione a cui affidarsi in caso di difficoltà», ha detto Villa rivolgendosi alla donna.

