«Quando ho visto la Polizia mi sono detto ‘M... che sfiga’»

Gli autori materiali, il presunto complice che ospita la banda intenta a pianificare il colpo, gli autisti che si dicono ignari di tutto. Gli autori materiali ammettono, qualcuno tenta di ridimensionare le proprie responsabilità. Si è aperto questa mattina tra le mura del carcere della Stampa il processo a carico dei sette membri della banda che il 2 luglio di due anni fa rapinò la gioielleria Taleda di Lugano. Un dibattimento in «trasferta» per la Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Amos Pagnamenta. D’altronde non era possibile fare altrimenti vista la pericolosità degli imputati alla sbarra: i sette sarebbero infatti membri affiliati alla banda dei Pink Panther. E negli scorsi mesi ci sarebbe stato addirittura un piano per far evadere uno di loro, inizialmente detenuto in Svizzera romanda.
Alla Stampa il dibattimento si è svolto a porte chiuse, oltre agli imputati, ai loro avvocati, alla Corte (composta anche dai giudici a latere Luca Zorzi ed Emilie Mordasini così come dagli assessori giurati) e al procuratore pubblico Simone Barca, non è stato permesso l’ingresso a nessun altro. Per stampa e pubblico è stata invece predisposta una diretta streaming, sotto stretta sorveglianza della Polizia cantonale, nell’aula maggiore del Tribunale penale cantonale in via Pretorio a Lugano. «Una sfida logistica non indifferente», ha detto il presidente del TPC Marco Villa nell’accogliere la stampa.
I tanti precedenti penali
I sette imputati, comparsi alla sbarra ammanettati e scortati dagli agenti delle Strutture carcerarie, hanno, con vari ruoli e responsabilità, partecipato alla rapina alla gioielleria Taleda avvenuta il 2 luglio 2024, in pieno centro – in via Pessina – e in pieno giorno. Un colpo che avrebbe fruttato oltre 312 mila franchi. Un’azione criminale la quale, oltre ad essere stata sventata da due agenti di polizia intervenuti sul posto, era stata filmata con il telefonino da diversi passanti. In totale, come detto, sono state arrestate sette persone: quattro autori materiali (tre cittadini serbi e un cittadino croato tra i 36 e i 50 anni) più due altri uomini (un 51.enne cittadino austriaco e un 34.enne cittadino albanese), arrestati successivamente in Ungheria e in Italia. Un anno fa circa è stata infine arrestata una 30.enne cittadina albanese la quale avrebbe funto da autista. La donna è stata individuata e fermata in Italia. Diverse, a vario titolo, le accuse formulate dal procuratore pubblico Simone Barca nei confronti dei sette: rapina aggravata, danneggiamento aggravato, esposizione a pericolo della vita altrui, violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari e infrazione alla Legge federale sulle armi. Il 50.enne serbo che, durante la rapina estrasse e puntò una pistola contro gli agenti di Polizia dovrà rispondere anche di tentato assassinio. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Elisa Lurati, Flavia Marone, Matteo Genovini, Stefano Stillitano, Pascal Cattaneo, Marco Morelli e Paride De Stefani.
Dalle 22 pagine dell’atto di accusa emerge come il 50.enne risulti affiliato ai Pink Panther e, come avevamo riferito il 26 luglio 2024, risulta indagato sempre per rapina anche all’estero e nel 2019 era stato condannato a 6 anni di carcere (e 15 di espulsione), sempre per rapina, in Svizzera romanda. Negli scorsi giorni la sua posizione si è aggravata: l’uomo, lo ricordiamo, aveva puntato una pistola carica contro uno degli agenti intervenuti (secondo l’accusa avrebbe anche premuto il grilletto, ma l’arma era assicurata). Inizialmente era indagato per tentato omicidio, ora l’accusa è tentato assassinio.
Un altro membro della banda, un 37.enne serbo, aveva tentato di darsi alla fuga con il bottino ma era stato fermato dall’agente dopo una colluttazione. A conferma della pericolosità degli imputati, è emerso che il 37.enne ha inoltre rapinato una gioielleria a Ginevra insieme ad un complice (fatto ammesso), mentre un altro imputato, un 48.enne croato, avrebbe invece colpito una gioielleria a Montreux; ma l'addebito è stato da lui respinto. La pistola usata in quell'occasione è però una delle due utilizzata a Lugano. L'uomo aveva inoltre tentato in due occasioni di uccidere una persona a Zagabria mettendole un ordigno esplosivo sull’auto, senza però riuscire a innescarlo. Verrà estradato in patria una volta scontata la pena in Svizzera.
I rapinatori ammettono, i correi negano
Interrogato dal giudice Pagnamenta, l’imputato principale ha sostanzialmente ammesso le imputazioni relative alla rapina, respingendo quella di tentato assassinio. Il 50.enne ha affermato di aver sempre avuto in testa di derubare la gioielleria luganese e di aver proposto lui il colpo. «Conoscevo Lugano, ero già stato in Svizzera». L’uomo ha poi «difeso» i due membri più giovani della banda, ossia i presunti complici arrestati nei mesi successivi («Non hanno fatto niente, non sapevano nulla»). È la verità o è mosso da una sorta di codice d’onore della banda? Spetterà alla Corte stabilirlo. Il suo ruolo? «Svuotare la gioielleria», mentre gli altri tre avrebbero funto da palo. L’imputato ha detto di aver puntato la pistola contro l’agente, coprendosi con la porta d’entrata della gioielleria, per vedere la sua reazione: «Alla vista della Polizia mi sono detto ‘Minchia, che sfiga’. Quando l’agente ha sparato ho capito che si era messa male, poi sono scappato e ho raggiunto lo scooter, che però non è partito». Il 50.enne ha però negato di aver voluto sparare e di aver premuto il grilletto dopo averlo minacciato di morte: «Rischio l’ergastolo per che cosa? So usare le armi, ero un ex paracadutista dell’esercito, se avessi voluto sparare lo avrei fatto», si è giustificato. Da una perizia risulterebbe però che l’uomo ha effettivamente fatto un movimento del polso come per premere un grilletto. Una volta scarcerato? «Andrò in pensione».
Pure gli altri tre autori del colpo hanno sostanzialmente ammesso le loro responsabilità. Anche l’altro uomo che aveva in mano una pistola, il 37.enne serbo, ha negato di aver minacciato di morte l’agente intervenuto. «Non gli ho detto ‘Ti ammazzo’, non so l’italiano», ha affermato tramite l’interprete. L’imputato era stato poi fermato dopo una colluttazione con il poliziotto, durante la quale era partito un colpo dall’arma di quest’ultimo. Sia lui che il 50.enne hanno ammesso che le armi erano cariche, con il colpo in canna, e con la sicura inserita.
Se gli autori del colpo hanno sostanzialmente ammesso le loro responsabilità, dal canto loro i presunti correi hanno tentato di ridimensionare il loro ruolo. Il cittadino austriaco ha negato che la rapina fosse stata organizzata in sua presenza e di aver aiutato gli altri imputati. «Non mi sarei mai fatto coinvolgere in un'attività simile». Confrontato con il fatto che dal tracciamento del suo telefono risulta che l'uomo si trovava a Lugano la sera prima della rapina, il 51.enne ha detto di essere stato ubriaco e di aver dormito sul divano (in una località di confine in Italia, ndr). «Il mio telefono si trovava nell’auto», che a suo dire era stata usata dal 50.enne serbo. Le sue dichiarazioni sono però risultate contradditorie rispetto a quanto dichiarato in sede d'inchiesta. Il giorno del colpo, ha ammesso, ha accompagnato parte della banda a Lugano: «Li ho lasciati scendere e volevo tornare indietro, ma mi sono perso e mi sono ritrovato» nella stessa località italiana, dove incontra «per caso» i due membri più giovani della banda, ha detto. Dichiarazioni che non hanno convinto la Corte e che hanno suscitato l'ilarità anche dei quattro autori del colpo, alla sbarra con lui.
Gli altri due autisti hanno egualmente negato di essere stati a conoscenza della rapina. Il 34.enne ha affermato di aver raggiunto uno dei membri della banda perché quest'ultimo gli doveva dei soldi. «Gli ho solo accompagnati a Lugano, niente di più. Se ho ammesso qualcosa (durante l'inchiesta) è perché mi è stato detto che sarei tornato prima a casa...», ha provato a difendersi. Anche la sua versione non ha convinto i giudici. Anche la 30.enne albanese ha negato di essere a conoscenza del piano. «Conoscevo solo il 34.enne. Ero stata contattata da lui il 1. luglio per accompagnare in Svizzera una persona priva di documenti. Ho saputo della rapina due ore dopo che era avvenuta; all'inizio pensavo che queste persone avrebbero dovuto lavorare in nero nell'edilizia per il 34.enne». Pure questa versione è apparsa poco convincente.
Il dibattimento riprenderà domattina.




