Lugano

«Quando ho visto la Polizia mi sono detto ‘M... che sfiga’»

Si è aperto questa mattina il dibattimento, blindato e in carcere, a carico dei sette membri della banda di Pink Panther che due anni fa rapinò la gioielleria Taleda – L'imputato principale, che ha già trascorso 20 anni di vita in carcere, nega di aver voluto sparare a un agente – Deve rispondere di tentato assassinio
© CdT
Nico Nonella
08.06.2026 10:13

(In aggiornamento)

Gli autori materiali, il complice che ospita la banda intenta a pianificare il colpo, le armi da fuoco procurate per lo scopo, gli autisti più o meno ignari. Sì, ci sono tutti. Si è aperto questa mattina tra le mura del carcere della Stampa il processo a carico dei sette membri della banda il 2 luglio di due anni fa rapinò la gioielleria Taleda di Lugano. Un dibattimento in «trasferta» per la Corte delle assise criminali presieduta dal giudice Amos Pagnamenta. D’altronde non era possibile fare altrimenti vista la pericolosità degli imputati alla sbarra: i sette sarebbero infatti membri affiliati alla banda dei Pink Panther. E negli scorsi mesi ci sarebbe stato addirittura un piano per far evadere uno di loro, detenuto in Svizzera romanda.

Alla Stampa il dibattimento si è svolto a porte chiuse, oltre agli imputati, ai loro avvocati, alla Corte (composta anche dai giudici a latere Luca Zorzi ed Emilie Mordasini così come dagli assessori giurati) e al procuratore pubblico Simone Barca, non è stato permesso l’ingresso a nessun altro. Per stampa e pubblico è stata invece predisposta una diretta streaming, sotto stretta sorveglianza della Polizia cantonale, nell’aula maggiore del Tribunale penale cantonale in via Pretorio a Lugano. «Una sfida logistica non indifferente», ha detto il presidente del TPC Marco Villa nell’accogliere la stampa.

I tanti precedenti penali

I sette imputati, comparsi alla sbarra ammanettati e scortati dagli agenti delle Strutture carcerarie, hanno, con vari ruoli e responsabilità, partecipato alla rapina alla gioielleria Taleda avvenuta il 2 luglio 2024, in pieno centro – in via Pessina – e in pieno giorno. Un colpo che avrebbe fruttato oltre 312 mila franchi. Un’azione criminale la quale, oltre ad essere stata sventata da due agenti di polizia intervenuti sul posto, era stata filmata con il telefonino da diversi passanti. In totale, come detto, sono state arrestate sette persone: quattro autori materiali (tre cittadini serbi e un cittadino croato tra i 36 e i 50 anni) più due altri uomini (un 51.enne cittadino austriaco e un 34.enne cittadino albanese), arrestati successivamente in Ungheria e in Italia. Un anno fa circa è stata infine arrestata una 30.enne cittadina albanese la quale avrebbe funto da autista. La donna è stata individuata e fermata in Italia. Diverse, a vario titolo, le accuse formulate dal procuratore pubblico Simone Barca nei confronti dei sette: rapina aggravata, danneggiamento aggravato, esposizione a pericolo della vita altrui, violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari e infrazione alla Legge federale sulle armi. Il 50.enne serbo che, durante la rapina estrasse e puntò una pistola contro gli agenti di Polizia, tentando di sparargli due colpi, dovrà rispondere anche di tentato assassinio. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Elisa Lurati, Flavia Marone, Matteo Genovini, Stefano Stillitano, Pascal Cattaneo, Marco Morelli e Paride De Stefani.

Dalle 22 pagine dell’atto di accusa emerge come il 50.enne serbo, l’uomo che impugnò la pistola, risulti affiliato ai Pink Panther e, come avevamo riferito il 26 luglio 2024, risulta indagato sempre per rapina anche all’estero ed era stato condannato a 6 anni sempre per rapina in Svizzera romanda nel 2019. Negli scorsi giorni la sua posizione si era aggravata: l’uomo, lo ricordiamo, aveva puntato una pistola carica contro uno degli agenti intervenuti (secondo l’accusa avrebbe anche premuto il grilletto, ma l’arma era assicurata). Inizialmente era indagato per tentato omicidio, ora l’accusa è tentato assassinio.

Un altro membro della banda, un 37.enne serbo, aveva tentato di darsi alla fuga con il bottino ma era stato fermato dall’agente dopo una colluttazione. A conferma della pericolosità degli imputati, è emerso che il 37.enne avrebbe inoltre rapinato una gioielleria a Ginevra insieme ad un complice, mentre un altro imputato, un 48.enne croato, avrebbe invece colpito una gioielleria a Montreux. Quest’ultimo aveva inoltre tentato in due occasioni di uccidere una persona a Zagabria mettendole un ordigno esplosivo sull’auto, senza però riuscire a innescarlo.

«Non volevo sparare»

Interrogato dal giudice Pagnamenta, l’imputato principale ha sostanzialmente ammesso le imputazioni relative alla rapina, respingendo quella di tentato assassinio. Il 50.enne ha affermato di aver sempre avuto in testa di derubare la gioielleria luganese e di aver proposto lui il colpo. «Conoscevo Lugano, ero già stato in Svizzera». L’uomo ha poi «difeso» i due membri più giovani della banda, i presunti compici arrestati nei mesi successivi («Non hanno fatto niente, non sapevano nulla»). È la verità o è mosso da una sorta di codice d’onore della banda? Spetterà alla Corte stabilirlo. Il suo ruolo? «Svuotare la gioielleria», mentre gli altri tre avrebbero funto da palo. L’imputato ha detto di aver puntato la pistola contro l’agente, coprendosi con la porta d’entrata della gioielleria, per vedere la sua reazione: «Alla vista della Polizia mi sono detto ‘Minchia, che sfiga’. Quando l’agente ha sparato ho capito che si era messa male, poi sono scappato e ho raggiunto lo scooter, che però non è partito». Il 50.enne ha però negato di aver voluto sparare e di aver premuto il grilletto dopo averlo minacciato di morte: «Rischio l’ergastolo per che cosa? So usare le armi, ero un ex paracadutista dell’esercito, se avessi voluto sparare lo avrei fatto», si è giustificato. Da una perizia risulterebbe però che l’uomo ha affettivamente fatto un movimento del polso come per premere un grilletto. Una volta scarcerato? «Andrò in pensione».

Pure gli altri tre autori del colpo hanno sostanzialmente ammesso le loro responsabilità. Anche l’altro uomo che aveva in mano una pistola, il 37.enne serbo, ha negato di aver minacciato di morte l’agente intervenuto. «Non gli ho detto ‘Ti ammazzo’, non so l’italiano», ha affermato tramite l’interprete. L’imputato era stato poi fermato dopo una colluttazione con il poliziotto, durante la quale era partito un colpo dall’arma di quest’ultimo. Sia lui che il 50.enne hanno ammesso che le armi erano cariche, con il colpo in canna, e con la sicura inserita.

Dal canto suo, il cittadino austriaco ha negato che la rapina fosse stata organizzata in sua presenza. «Non mi sarei mai fatto coinvolgere in un'attività simile». Confrontato con il fatto che dal tracciamento del suo telefono risulta che l'uomo si trovava a Lugano la sera prima della rapina, il 51.enne ha detto di essere stato ubriaco e di aver dormito sul divano (in una località di confine in Italia, ndr), il mio telefono si trovava nell'auto« che a suo dire era stata usata dal 50.enne serbo. Le sue dichiarazioni sono però risultate contradditorie rispetto a quanto dichiarato in sede d'inchiesta.

Un colpo pianificato a lungo

Il colpo alla gioielleria Taleda sarebbe stato pianificato a Vienna, luogo di domicilio di uno dei sette imputati (il 51.enne austriaco), dai sei uomini per circa un anno. L’idea del colpo è del 50.enne serbo, che aveva già partecipato a svariati colpi in Europa. Uno dei quali insieme ad un altro uomo, il quale aveva preso parte a una spaccata a Montreux in correità con il 37.enne serbo. Ultimati i preparativi, il giorno della rapina la banda si reca con tre veicoli a Lugano. Uno di questi, un furgone, era stato posteggiato in città insieme a due scooter da utilizzare per la fuga. I due membri più giovani della banda, una 34.enne e una 30.enne albanesi, fungono da autisti insieme al 51. enne austriaco. I quattro autori materiale della rapina arrivano così alla gioielleria e, dopo aver puntato le armi contro il personale, iniziano ad arraffare il bottino. L’arrivo di due agenti della Polizia di Lugano stravolge i loro piani. Tutto precipita: il 50.enne serbo punta una pistola contro uno dei due agenti, mirando alla testa, e secondo l’accusa tenta di premere il grilletto due volte. I colpi non partono poiché la pistola ha la sicura inserita. L’agente apre il fuoco (il proiettile viene deviato dal vetro antiproiettile della porta della gioielleria e si conficca nel muro del locale senza ferire nessuno) e la banda, almeno apparentemente, si arrende. Il 50.enne riesce a darsi alla fuga con il bottino ma viene fermato in zona cattedrale. Lì prova a usare lo scooter, ma il mezzo non parte. Il 37.enne serbo tenta di fare la stessa cosa ma viene fermato dall’agente dopo una colluttazione ripresa da diversi video che hanno fatto il giro del mondo. Durante la stessa parte un colpo dalla pistola di servizio del poliziotto, che come da prassi in caso di utilizzo dell’arma, finisce sotto inchiesta. Circa un mese dopo, l’8 agosto 2024, il procuratore generale Andrea Pagani chiude gli accertamenti e decreta l’abbandono del procedimento in relazione alle ipotesi di reato di tentato omicidio intenzionale, tentate lesioni gravi ed esposizione a pericolo della vita altrui.

La decisione del magistrato si basa su una «minuziosa ricostruzione dei fatti basata su interrogatori, filmati dell’accaduto e su un attento esame degli atti». In particolare, vengono approfondite in sede di istruttoria le due azioni che, in momenti distinti, hanno portato l’agente a esplodere due colpi con la pistola di ordinanza. In entrambi i casi, Pagani stabilisce che l’agire del poliziotto è stato corretto. Più in dettaglio, nel primo caso (avvenuto quando la rapina era in corso e tutti i quattro autori si trovavano ancora all’interno del negozio), le immagini della videosorveglianza interna della gioielleria e le dichiarazioni dei protagonisti permettono di ritenere «perfettamente accertato» che l’agente di polizia ha sparato un secondo dopo che uno dei rapinatori, con il dito sul grilletto, gli aveva puntato addosso una pistola da una distanza stimabile attorno al metro. Ciò configura una «minaccia ingiusta» di un’aggressione imminente alla sua vita. Secondo Pagani, il poliziotto ha dunque agito per legittima difesa esimente. Per quanto riguarda invece il secondo sparo, avvenuto durante la colluttazione in via Pessina, viene accertato che il colpo è partito inavvertitamente durante il corpo a corpo, quando il rapinatore ha alzato un braccio per ripararsi urtando con la mano la pistola impugnata e/o la mano dell’agente. Questi non ha dunque agito con dolo (nemmeno eventuale) con la conseguenza che per questa seconda fattispecie non risultano adempiuti gli elementi soggettivi dei reati ipotizzati.

Nei mesi successivi, venognono invece arrestati i tre presunti correi della banda. L’ultima a finire in manette, nell’aprile dello scorso anno, e la 30.enne albanese.

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