Quando in Ticino si sciava (quasi) ovunque: le piste scomparse e un futuro sempre più senza neve

C’era un tempo in cui in Ticino si sciava anche a Moneto - nelle Centovalli -, a Cimadera, sul Monte Lema e sul Monte Tamaro. Piccoli comprensori e sciovie che oggi appartengono alla memoria del Cantone e che raccontano quanto sia cambiato il turismo invernale alle nostre latitudini. Alcuni impianti sono stati smantellati, altri hanno semplicemente smesso di funzionare, mentre destinazioni come il Tamaro e il Lema hanno scelto di reinventarsi puntando soprattutto sulle attività estive. Il fenomeno, dunque, non è nuovo. Ma oggi assume un significato particolare di fronte a inverni sempre più incerti, temperature elevate e difficoltà economiche che mettono sotto pressione soprattutto le stazioni di piccole e medie dimensioni. E il Ticino non è un’eccezione.
La stagione 2025/26 ne è stata una dimostrazione. A Natale diversi comprensori ticinesi avevano dovuto rinviare o limitare l’apertura a causa della scarsità di neve e delle temperature poco favorevoli. Le nevicate di febbraio, unite alle vacanze di Carnevale, avevano poi permesso di recuperare almeno in parte il terreno perso, senza però cancellare le difficoltà strutturali. Ma partiamo con uno sguardo al passato, quando nel nostro Cantone gli impianti non mancavano.
Quattro pezzi di storia ticinese
A Moneto, nelle Centovalli, l’avventura dello sci prese forma alla fine degli anni Sessanta. Nel 1970 venne realizzata una sciovia lunga circa 600 metri, che saliva da Pian del Barch, a circa 900 metri di quota, fino alla Colmola, a 1.060 metri. L’investimento superò allora i 250 mila franchi. A metà degli anni Settanta risultavano attive due sciovie e addirittura una pista per lo sci su erba durante l’estate. Oggi gli impianti non sono più in funzione.
Sul Monte Lema, raggiungibile da Miglieglia, lo sci arrivò nel 1965 con una prima sciovia dalla zona della Croce verso Moncucco. Una seconda venne aggiunta nel 1969. Per anni il Lema attirò sciatori dal Luganese e dalla vicina Italia, ma la progressiva scarsità di neve contribuì alla fine dell’attività: le sciovie cessarono di funzionare nel 1994. La funivia è invece rimasta e la montagna si è progressivamente riconvertita verso il turismo escursionistico.
Persino Cimadera, in Val Colla, ebbe il proprio skilift. Del vecchio impianto rimangono ancora alcune tracce: salendo dal paese verso Cima Pianca e la Fojorina si incontra quella che viene indicata come l’«ex pista di sci» e una piccola costruzione metallica che ospitava il motore dello skilift. Oggi la zona è frequentata soprattutto da escursionisti, ciaspolatori e appassionati di scialpinismo.
Più importante fu l’esperienza del Monte Tamaro, diventato una vera stazione sciistica tra gli anni Sessanta e Settanta. Il comprensorio arrivò a contare una seggiovia, tre skilift, una manovia e cinque piste per circa 15 chilometri complessivi. Gli inverni poco nevosi degli anni Novanta misero però sotto pressione il modello economico e nel 2003 venne abbandonato lo sci alpino. La scelta fu quella di puntare sul turismo estivo, sviluppando negli anni un’offerta comprendente Parco Avventura, slittovia e tirolese. La telecabina continua a funzionare e nel 2025 è entrato in servizio un impianto completamente nuovo, ma senza il ritorno delle piste da sci.
Il futuro degli impianti ticinesi
La questione non riguarda però soltanto il passato. Anche per le stazioni ancora attive la sostenibilità resta una sfida. Nell’ottobre 2025 il Gran Consiglio ha approvato 5,6 milioni di franchi per sostenere la gestione ordinaria degli impianti di Airolo, Bosco Gurin, Campo Blenio, Carì e Nara nelle stagioni dal 2025 al 2028. Da Bosco Gurin è arrivato nei mesi scorsi anche un avvertimento particolarmente netto. Secondo il proprietario degli impianti Giovanni Frapolli occorre investire rapidamente nell’innevamento programmato: chi non sarà in grado di farlo rischia, aveva spiegato al Corriere del Ticino, di dover chiudere nel giro di pochi anni, se non prima.
È proprio la quota a rappresentare uno dei nodi. Le piccole stazioni situate più in basso sono maggiormente esposte alla riduzione dell’innevamento naturale e alle temperature che rendono più difficile persino produrre neve artificiale.
In Svizzera ne sono scomparsi 169
Quello ticinese è parte di un fenomeno molto più ampio. Secondo un censimento realizzato da Watson, basato principalmente sui dati di Bergbahnen.org, dalla seconda metà del Novecento in Svizzera hanno cessato l’attività 169 comprensori sciistici. A fronte di 333 ancora operativi, significa che circa una stazione su tre è scomparsa.
L’ultimo caso è quello di Braunwald, nel Canton Glarona. Dalla stagione 2026/27 il comprensorio familiare rinuncerà completamente allo sci alpino. Una decisione arrivata dopo anni di perdite e diversi inverni poveri di neve. I deficit annuali avevano raggiunto anche 1,5 milioni di franchi e gli azionisti erano già intervenuti più volte per garantire la sopravvivenza della società, ancora nel 2024 con 1,7 milioni.
Nemmeno l’opposizione di diversi piccoli azionisti è riuscita a cambiare il destino della stazione. All’assemblea generale di fine agosto, dopo ore di discussione, è stata confermata la fine dello sci: dal prossimo inverno i quattro impianti resteranno fermi e le piste non saranno più preparate.
Sempre meno giorni di neve
Il caso di Braunwald fotografa una delle difficoltà principali del turismo invernale svizzero. Le temperature aumentano e la stagione della neve si accorcia. Secondo il climatologo dell’ETH Reto Knutti, entro il 2050 la quota dello zero termico potrebbe salire di altri 300 metri, complicando ulteriormente la situazione delle stazioni situate sotto i 1.500 metri.
Già oggi, rispetto ad alcuni decenni fa, la stagione nevosa comincia mediamente 12 giorni più tardi e termina circa 25 giorni prima.
Il clima non spiega tutto
Attribuire tutte le chiusure esclusivamente al cambiamento climatico sarebbe però semplicistico. Molti comprensori hanno cessato l’attività già attorno agli anni Duemila. Alla scarsità di neve si sono aggiunti impianti diventati obsoleti, costi di gestione elevati, la concorrenza delle grandi destinazioni e un cambiamento nelle abitudini degli sciatori. A soffrire sono soprattutto le piccole stazioni, le stesse che per decenni hanno consentito a generazioni di bambini di imparare a sciare vicino a casa e a costi relativamente contenuti.
Per alcune destinazioni la risposta è stata la diversificazione. Monte Tamaro e Monte Lema ne sono due esempi ticinesi: lo sci è scomparso, ma la montagna è rimasta una destinazione turistica. Per altre realtà la sfida consiste invece nel trovare gli investimenti necessari per continuare a garantire una stagione invernale.
