«Questa riforma fiscale è un Robin Hood al rovescio»

Una riforma «ingiusta» e «irresponsabile». Un «tranello» inserito «in una strategia atta a indebolire lo Stato». Oppure ancora «una michetta alla popolazione per poter pagare il caviale ai ricchi». Le definizioni usate dal comitato «Stop ai tagli» nei confronti della riforma fiscale approvata questa settimana dal Gran Consiglio rendono bene l’idea di come tale decisione sia stata recepita dal fronte progressista. Sì, c’è parecchia rabbia per ciò che è stato definito a più riprese «l’ennesimo regalo ai ricchi». Rabbia che ha portato, come preannunciato da tempo, al lancio ufficiale di un referendum contro le modifiche alla legge tributaria approvate dal Parlamento. Il comitato, composto da diversi partiti e sigle sindacali (si veda il box), ossia essenzialmente da tutta la sinistra ticinese, avrà dunque ora 60 giorni di tempo per raccogliere le 7 mila firme necessarie e portare il popolo a votare su questo sensibile tema.
Due temi inscindibili
Come noto, la riforma della legge tributaria approvata dal Gran Consiglio, prevede quattro assi principali. Volendo riassumere, però, solo uno di questi è fortemente contrastato dalla sinistra: il taglio del 3% dell’aliquota massima dell’imposta sul reddito (quella per i redditi alti), che avverrà sull’arco di sei anni a partire dal 2025. Ma non solo: a rendere «ingiusta» questa riforma – è stato ribadito più volte durante la presentazione del referendum avvenuta a Bellinzona – c’è anche la concomitanza con la manovra di rientro attualmente discussa dalla politica cantonale. Il ragionamento del comitato è semplice: da una parte si favoriscono i benestanti, dall’altra si taglia sul sociale, ossia su chi ha bisogno. I due temi, quello della fiscalità e quello dei tagli, per il fronte progressista sono infatti inscindibili. E, non a caso, come fatto notare dalla co-presidente del PS, Laura Riget, il comitato promotore del referendum si chiama proprio «Stop ai tagli». «È chiaro – ha evidenziato Riget – che politicamente questi due dossier sono strettamente correlati». Motivo per cui, «il nostro impegno non si fermerà con questo referendum. Continueremo a opporci alla manovra di rientro e se necessario lo faremo anche con altri referendum». Come dire: la battaglia è appena iniziata.
Una strategia precisa
Oltre a legare i due temi, il comitato ha pure insistito sulla necessità di guardare alla riforma senza dimenticare quanto accaduto negli ultimi anni, perlomeno dal 2017. Come rilevato dal capogruppo del PS, Ivo Durisch, è in quel momento che «è iniziata una strategia di riduzione delle entrate fiscali a favore prevalentemente delle fasce più benestanti della popolazione». Riforma dopo riforma, ha spiegato il socialista, in pochi anni si sono sommati circa 200 milioni di franchi di sgravi fiscali. Tutto ciò, mentre è da tempo chiaro «che le finanze cantonali stavano andando a schiantarsi contro un muro». Durisch ha poi fornito tutta una serie di cifre per contestualizzare la riforma, mettendo l’accento sull’aumento delle disuguaglianze in Ticino («dove l’1,2% della popolazione possiede il 47% della sostanza») e rimarcando l’esiguo numero di persone che beneficerebbero del taglio alle imposte. «Sono 12, in Ticino, le persone con un reddito annuale superiore a 4 milioni, che complessivamente tramite la riforma risparmierebbero 4 milioni. Non mi si venga a dire che non è per i ricchi». Una critica più puntuale ha riguardato il fatto di non aver «spacchettato» i quattro pilastri della riforma, non permettendo così al popolo di esprimersi sulle misure puntuali. Detto altrimenti: o si accetta il pacchetto completo, o si boccia tutto. Proprio per ovviare a questo problema, il PS ha annunciato che presenterà tre iniziative parlamentari affinché, anche se la riforma sarà bocciata alle urne, i tre punti non contestati potranno essere approvati agilmente in Parlamento.
Scioperi e regali di Natale
Sulla stessa linea del PS, la co-coordinatrice dei Verdi Samantha Bourgoin ha affermato: «La riforma regala una michetta alla popolazione facendola pagare ai Comuni, tutto ciò mentre chiede alle fasce deboli uno sforzo per pagare il caviale al ricchi». Detto altrimenti: «È uno specchietto per le allodole che, se messo in relazione con i tagli, di fatto prevede la ridistribuzione delle risorse dai meno abbienti ai più facoltosi e sposta i sacrifici dal Cantone ai Comuni».
Critiche pesanti sono giunte anche dal fronte sindacale, con l’USS, rappresentata da Renato Minoli, che ha definito il progetto «irresponsabile», frutto di una «politica di basso cabotaggio». Ma anche una sorta di «Robin Hood al contrario». Sulla stessa linea pure l’OCST, che con Paolo Locatelli non ha escluso il ricorso allo sciopero.
Alberto Togni (PC) ha invece evidenziato che «la riforma non è un regalo ai ricchi una tantum, ma è l’ennesimo progetto che si inserisce in un percorso a tappe di una strategia di alleggerimento fiscale per i più facoltosi», mentre Matteo Pronzini (MPS) ha rilanciato l’appello del suo partito affinché pure i Comuni si aggancino all’opposizione della riforma tramite dei referendum. Per Pronzini occorre essere creativi e allargare il fronte il più possibile. Anche perché, ha affermato, «siamo unicamente all’inizio di una campagna che sarà di lungo respiro». E, come evidenziato da Maura Mossi Nembrini di Più Donne, «anche se siamo a Natale, i cittadini firmando il referendum possono dire che non è questo il momento per fare regali ai super-ricchi».

