Rogo al White: 4 anni al mandante

Il noto commerciante di Lugano Bruno Balmelli, 72 anni, è stato condannato oggi a quattro anni di carcere da scontare per incendio intenzionale e tentata truffa in relazione al rogo dell’11 febbraio 2021 nel negozio White in via Nassa a Lugano. Condannati a pene parzialmente sospese anche tre dei quattro coimputati. La Corte delle assise criminali di Lugano, presieduta dal giudice Amos Pagnamenta, ha in altre parole confermato praticamente in toto l’atto d’accusa della procuratrice pubblica Margherita Lanzillo, andando però oltre alle richieste dell’accusa nel determinare la pena (Lanzillo per Balmelli chiedeva tre anni, parzialmente sospesi). Una decisione probabilmente legata a questa frase pronunciata da Pagnamenta nel motivare oralmente la sentenza: «Difficilmente si può immaginare un evento tanto catastrofico. Appiccare un incendio di notte, in centro, con persone che potevano essere coinvolte, così come gli edifici a fianco. La colpa di Balmelli è estremamente grave e ha mostrato un’incredibile propensione a delinquere. Non ha esitato a far correre all’intera collettività il rischio di un incendio in pieno centro». Il suo avvocato Ettore Item ha già annunciato l’intenzione di fare appello contro la decisione. La vicenda giudiziaria non finisce dunque qui.
«Non è credibile»
Balmelli nel corso del processo aveva affermato di voler far sparire merce dal negozio - da anni in difficoltà economica - per un valore di circa 200.000 franchi, in modo da ricevere dall’assicurazione l’equivalente e quindi la liquidità necessaria per proseguire. Per contro, aveva affermato di non sapere che il gruppo formatosi su sua spinta fosse intenzioanto a dar fuoco a tutto il negozio, altrimenti si sarebbe mosso per impedirlo.
La sua ricostruzione è stata però ritenuta falsa dalla Corte, che si è detta convinta che il commerciante sapesse benissimo dell’incendio e volesse spillare all’assicurazione circa 2,5 milioni di franchi (il valore dell’intero inventario assicurato). «Erano anni che Balmelli era chiamato a correre ai ripari per non depositare i bilanci della SA che gestiva il White», ha detto oggi Pagnamenta. SA di cui Balmelli era unico titolare e che era distinta da quella che ha in pancia il negozio di sport di famiglia. «Poter ripartire da zero incassando la polizza assicurativa gli sarà apparsa una soluzione elegante». Quanto alla tesi che non sapesse dell’incendio: «Non è credibile che dopo aver gettato il sasso nello stagno attivando il gruppo se ne sia disinteressato».
«Piano ben congegnato»
I reati di incendio e tentata truffa sono stati ritenuti dalla Corte anche per tre dei quattro coimputati (la quarta, un’italiana di 49 anni, ha ricevuto un anno sospeso per il solo incendio intenzionale), nonostante durante il processo tutti abbiano cercato di sminuire il proprio coinvolgimento («una versione aggiornata delle tre scimmiette - ha rimarcato Pagnamenta: - chi non parla, chi non vede e chi non sente») e le difese abbiano più volte rimarcato che, più che di un gruppo criminale, si trattasse di «un’associazione da circo, una Banda Bassotti».
Tesi però respinte dalla Corte: «Era un piano ben congegnato, non certo da Banda Bassotti. Certo, non un piano perfetto: la vetrina del negozio doveva essere rotta contestualmente alla fuga dopo aver appiccato il rogo per simulare lo scasso, ma l’esecutore materiale non l’ha fatto perché è rimasto ferito dalle fiamme fuori controllo ed è scappato in panico. Se tutto fosse filato liscio, ben difficilmente sarebbe stato possibile ricostruire quanto accaduto. Balmelli si è infatti affidato a una persona estranea alle attività del negozio, la quale a sua volta ne ha coinvolta un’altra addirittura senza legami con il nostro territorio».
La prima persona è un 45.enne napoletano che lavorava in un bar di Lugano usato dal gruppo a mo’ di base. È stato condannato a 34 mesi, di cui 14 da espiare e all’espulsione (al termine del processo è stato disposto il suo arresto per scongiurare il pericolo di fuga). La seconda persona era un 38.enne napoletano, sergente nell’esercito italiano, che si è prestato per appiccare materialmente il fuoco ed è stato condannato a 36 mesi, di cui 18 da espiare, e all’espulsione. Era l’unico che si trovava già in carcere, in seguito all’estradizione. Pena di tre anni (uno da scontare) invece per un 36.enne italiano nato e cresciuto in Svizzera e persona vicina a Balmelli, rea di essersi messa a disposizione del gruppo per aiuti puntuali e di non aver saputo dire di no, anche perché vittima di «un malsano rapporto di subordinazione» nei confronti di Balmelli. A favore del 36.enne è stata riconosciuta un’ampia collaborazione: «È stato l’unico a raccontare le cose come sono andate».
Tutti loro, per la Corte, sapevano che era in atto un tentativo di truffa, o non potevano non supporlo: «Nessuno fa bruciare le proprie cose gratuitamente».

