Ticino

Salario minimo, il sì socialista al compromesso

Il comitato cantonale del PS all’unanimità ha dato via libera di principio al controprogetto all’iniziativa popolare – Le trattative con la controparte possono dunque proseguire, ma con alcuni punti fermi che la base del partito ha chiesto alla direzione di rispettare
© CdT / Chiara Zocchetti
Paolo Gianinazzi
26.02.2026 22:37

Le discussioni sul controprogetto all’iniziativa popolare targata PS per un salario minimo sociale possono proseguire. Il «Parlamentino» del PS, riunito questa sera a Lugano per un comitato cantonale straordinario dedicato interamente al tema, ha infatti dato il suo via libera (all’unanimità) alla direzione per proseguire le trattative sull’intesa raggiunta proprio in queste settimane tra i socialisti e altri partiti. Una bozza d’intesa che, appunto, ha già ricevuto apprezzamenti da parte del PLR e del Centro, ma anche aperture da Lega e UDC. Insomma, in politica non vi è mai nulla di certo, ma il controprogetto, a questo punto, sembra avere il vento in poppa.

Un applauso premonitore

Ad aprire la serata è stato il discorso del co-presidente Fabrizio Sirica (assente per malattia), letto per l’occasione dalla deputata Lisa Boscolo. Un discorso molto sentito, nel quale ha in primis raccontato esperienze personali (da «fiero» figlio di operai) e ha messo l’accento sulle emozioni, anziché sulle cifre. E, soprattutto, sulla differenza che alcune centinaia di franchi possono fare, alla fine del mese, per molte persone e famiglie in Ticino. Sirica ha dunque preso una posizione pragmatica. «Sì, possiamo vincere alle urne con la nostra iniziativa. Ma è un 50/50. Una scommessa. Una roulette». E allora, ha affermato, «se perdiamo alle urne, non perdiamo come PS: ci sarà chi perderà centinaia di franchi al mese. Io non me la sento di farlo. E anche se volevo dirvi, ‘‘decidete voi’’, per mia natura non ce la faccio. E ipoteco me stesso», esprimendosi convintamente a favore del compromesso. Un discorso che, pur non essendo presente in sala, è valso a Sirica un applauso convinto da parte dei presenti. E che, in qualche modo, ha lasciato presagire la votazione finale. La co-presidente Laura Riget, dal canto suo, ha elencato in trasparenza i punti forti e deboli del compromesso. Invitando però anche lei la base al pragmatismo. «La domanda di fondo è questa: perché facciamo politica? Per profilarci come partito e vincere le elezioni? Oppure per raggiungere un miglioramento concreto e un impatto reale sulla vita dei cittadini?». Di fronte a questa domanda, ha affermato, «è importante non confondere il fine con i mezzi».

In sala è dunque seguito un lungo dibattito sui pregi e, soprattutto, sui difetti del compromesso. Più che vere e proprie critiche, ad emergere sono stati diversi dubbi. Soprattutto sul terzo punto dell’intesa, il quale prevede che nel calcolo del salario minimo vengano considerati anche alcuni benefit. Secondo alcuni, in estrema sintesi, potrebbe trattarsi di un potenziale «cavallo di troia» per abbassare troppo il salario minimo. Alcune critiche, poi, sono state espresse anche sul quinto punto, ossia sul timore che la cosiddetta «clausola di salvaguardia» possa essere troppo facilmente attivata.

Ma, al netto dei numerosi dubbi sollevati, la sala come visto ha infine dato piena fiducia alla direzione.

E adesso?

Ora, va detto, le discussioni sono ancora lungi dall’essere terminate. Non a caso, il voto del «Parlamentino» socialista ha stabilito un sì di principio al controprogetto, ma - anche alla luce della discussione avvenuta in sala - al contempo ha messo un paio di condizioni e paletti rossi sul seguito delle trattative. Concretamente, ha dato mandato alla direzione di «rilanciare con determinazione» la discussione, in particolare sul quinto e il terzo punto. Ad esempio, la base socialista è disposta ad accettare la «clausola di salvaguardia» solo se questa può essere attivata all’unanimità, o perlomeno da due terzi della Tripartita. Oppure, è stata chiesta un’interpretazione «severa» sui benefit conteggiati come salario. Insomma, la via è tracciata, ma il traguardo non è ancora stato raggiunto.

Che cosa prevede l’intesa

La bozza d’intesa tra i partiti, ricordiamo, prevede cinque punti generali. Il primo riguarda l’aumento del salario minimo, dagli attuali 20.50 franchi all’ora a una forchetta compresa tra 21.75 e 22.25 franchi.

Il secondo punto riguarda l’attuazione a tappe di questo aumento: dal 1. gennaio 2027 il salario minimo salirà di 0,50 centesimi (20,50 a 21 franchi all’ora); dal 2028 tra 21 e 21,50; dal 2029 tra 21,75 e 22,25. L’accordo prevede inoltre che l’indicizzazione all’inflazione sia prevista solo dal 2030.

Il terzo punto stabilisce che, nel calcolo del salario minimo, verranno considerati anche i benefit riconosciuti come salario, secondo i criteri AVS, come ad esempio un cellulare aziendale utilizzabile a titolo privato, che comportano un beneficio economico per il lavoratore.

Il quarto e il quinto punto dell’intesa, infine, riguardano la questione dei contratti collettivi di lavoro (CCL). L’iniziativa socialista chiedeva infatti di togliere la deroga che consente ai CCL di avere soglie salariali inferiori al salario minimo. Nel dettaglio, il quarto punto prevede che dal 1. gennaio 2030 tutti i CCL dovranno adeguarsi al primato del salario minimo, come richiesto dall’iniziativa. Tuttavia, l’accordo prevede anche un periodo transitorio di tre anni, valido unicamente per i contratti già esistenti. E l’ultimo punto della bozza fissa invece l’introduzione di una clausola di salvaguardia per le aziende in difficoltà. Dal 2030 è infatti prevista una deroga temporanea (per i CCL) che potrà essere concessa «solo in presenza di comprovate e significative perdite di posti di lavoro legate all’applicazione del salario minimo» e che verrebbe decisa a maggioranza dalla Commissione tripartita.

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