Salario minimo ticinese, l’intesa è in rampa di lancio

Mai dire mai, soprattutto in politica. Tuttavia, il compromesso sull’iniziativa popolare costituzionale del PS per un salario minimo sociale sembra oggi essere definitivamente in rampa di lancio.
Dopo le trattative svoltesi nelle scorse settimane. E dopo un ulteriore «round» di discussioni alla luce delle puntuali richieste avanzate dalla base socialista nel comitato cantonale di giovedì scorso, oggi in Commissione gestione e finanze i partiti all’origine del compromesso hanno designato i cinque co-relatori del rapporto commissionale che, se approvato dal Gran Consiglio, fungerà da controprogetto all’iniziativa. Si tratta dei quattro presidenti e coordinatori dei partiti di Governo (Fabrizio Sirica per il PS, Alessandro Speziali per il PLR, Fiorenzo Dadò per il Centro e Daniele Piccaluga per la Lega) a cui si è aggiunto per l’UDC anche il deputato Tiziano Galeazzi.
Cinque co-relatori che, va da sé, rappresentano nel Parlamento cantonale un’ampia e solida maggioranza. Come dire: i numeri per il via libera del plenum ci sono tutti. E il compromesso, appunto, appare oggi più vicino che mai.
Tre chiarimenti importanti
Come spiegato al Corriere del Ticino dal presidente della Gestione Fabrizio Sirica (nonché primo firmatario dell’iniziativa del PS), «le richieste giunte dalla base socialista la scorsa settimana sono essenzialmente state accolte». Ovvero, sono giunte le necessarie rassicurazioni sui dubbi espressi dal Comitato cantonale.
Nel dettaglio, ad esempio, la base socialista temeva che includere alcuni benefit nel salario minimo, come previsto dall’intesa (e non previsto nell’attuale sistema), avrebbe rappresentato un «cavallo di Troia» per abbassare troppo il salario stesso. Su questo fronte, spiega Sirica, «c’è un approfondimento in corso, ma che dovrebbe confermare che gli sforzi lavorativi (ndr. come il lavoro notturno o quello domenicale) non sono considerati parte del salario».
Le altre preoccupazioni socialiste riguardano la cosiddetta «clausola di salvaguardia», che permetterebbe di derogare al salario minimo solo di fronte a «comprovate e significative perdite di posti di lavoro». Da questo punto di vista, è stato chiarito che essa potrà essere attivata solo temporaneamente. E non, dunque, restare in vigore vita natural durante. Ed è inoltre stato chiarito a quali condizioni si potranno concedere tali deroghe. Se l’intesa iniziale tra i partiti prevedeva che bastasse la maggioranza della Commissione Tripartita, è stato ora concesso che, per attivare la clausola, sarà necessario il voto di almeno due terzi della Commissione. Venendo così incontro a un’altra richiesta socialista. In soldoni, ciò significa che per attivare la clausola sarà necessario non solo il voto dello Stato e dei rappresentati dei datori di lavoro, ma anche quello di almeno un sindacato.
«Un bel modo di fare politica»
Insomma, come visto sui tre punti sollevati dal «parlamentino» socialista sono arrivate le necessarie rassicurazioni. E, dunque, il lavoro della Commissione sul compromesso può ora proseguire senza intoppi. «Mi sento di dire che ci sono buone chance che il controprogetto vada in porto. Tra le parti siamo in chiaro e sono giunte le rassicurazioni. Qualcuno ha dato e qualcuno ha ottenuto, e vedo dunque buone prospettive», spiega ancora Sirica. Il quale si dice pure soddisfatto «per il modo di fare politica» con cui è stata portata avanti questa larga intesa sul salario minimo, «con la volontà da una parte di migliorare il potere d’acquisto e, dall’altra, di non andare a intaccare i posti di lavoro».
A questo punto, sul fronte delle tempistiche, la Commissione avrà il tempo per svolgere gli ultimi approfondimenti. «Vogliamo coinvolgere il Dipartimento finanze ed economia – precisa infine il presidente della Gestione – per alcuni approfondimenti tecnici e per avere le cifre esatte» dell’impatto che avrà il salario minimo, così come concepito per il compromesso. Concretamente, dunque, è verosimile che il controprogetto possa giungere nell’aula del Gran Consiglio nella sessione di aprile. Portare il dossier in Parlamento già a marzo, infatti, richiederebbe la firma del rapporto nel giro di pochi giorni. Ma, chiosa Sirica, «non c’è la necessità di accelerare, perché le prospettive sono chiare».

