Chiasso

«Sì, quella sera tentò di assassinare la compagna»

Condannato a undici anni di carcere il 34.enne eritreo che la sera del 20 gennaio 2024 colpì la donna otto volte alla testa con un manubrio da palestra e un bastone da allenamento
©Chiara Zocchetti
Stefano Lippmann
30.04.2026 18:45

«Ha avuto l’intenzione di porre fine alla vita della compagna, oltre ogni ragionevole dubbio». Non lasciano spazio alle interpretazioni le parole pronunciate oggi dal giudice Amos Pagnamenta: la notte tra il 20 e il 21 gennaio 2024 il 34.enne eritreo ha tentato di uccidere la madre dei suoi figli. Da qui la condanna a 11 anni (altrettanti di espulsione dalla Svizzera) per il reato di tentato assassinio. L’uomo, quella notte del 2024 a Chiasso, ha colpito l’allora compagna otto volte alla testa: due con un manubrio da palestra, sei con un bastone per l’allenamento. Il tutto alla presenza dei due figli piccoli. Poi, dopo essersi più volte cambiato i vestiti e preparato lo zainetto dei bambini, aveva preso l’auto in direzione del Canton Berna (dove era stato fermato qualche ora dopo i fatti). La Corte delle assise criminali dunque, ha ritenuto valida la tesi accusatoria formulata dal procuratore pubblico Roberto Ruggeri. Procuratore che, durante la requisitoria, ha chiesto nei confronti dell’imputato una pena di 15 anni di carcere (e 15 d’espulsione).

«Agghiacciante lucidità»

Nel motivare la sentenza, il presidente della Corte ha ripercorso gesti, azioni e dichiarazioni che l’uomo ha compiuto e proferito quella sera, nei giorni precedenti e anche durante l’inchiesta. «Non accettava la separazione dalla compagna – ha sentenziato Pagnamenta – e ha tentato di dimostrare la presenza di un altro uomo». Il riferimento è alle registrazioni audio che il 34.enne ha effettuato i giorni precedenti l’efferato gesto nel tentativo di smascherare un presunto tradimento. Poi, come detto, la tragica notte. Si è avvicinato alla compagna mentre dormiva con i figli e l’ha colpita più volte «in modo codardo». Unitamente a quanto compiuto successivamente, per la Corte non vi sono dubbi: «Ha agito con agghiacciante lucidità», spinto dal movente da ricercare «nella gelosia, possessiva quanto infondata».

Il 34.enne si è macchiato di una colpa oggettivamente e soggettivamente «gravissima»: ha colpito «vigliaccamente la donna alla testa e nemmeno la presenza dei figli l’ha distolto». Durante l’inchiesta, inoltre, «sono poche le dichiarazioni che non ha mutato. Per essere un buon bugiardo – ha commentato il giudice –, bisogna avere buona memoria».

«D’impulso, senza riflettere»

La difesa – sostenuta dall’avvocata Carolina Lamorgese – dal canto suo durante l’arringa si è battuta per una pena di massimo 7 anni e, possibilmente, per evitare l’espulsione del suo assistito dal territorio elvetico. Questo considerando la sua colpevolezza per il reato di lesioni gravi, non di tentato assassinio. Lamorgese, durante il suo intervento, ha evidenziato come il 34.enne abbia «agito d’impulso, senza riflettere. Non ha agito a sangue freddo». Lo ha fatto a seguito «di consolidate dinamiche tossiche di coppia e non ha minimamente messo in conto che la compagna potesse morire». Tesi che non ha fatto breccia nella Corte.