Soldi sottratti alla Fondazione: «Tradita la nostra fiducia»

Per la Fondazione Paolo Torriani di Mendrisio, quanto vissuto, è stato un vero e proprio «tradimento della fiducia». Anche perché stiamo parlando di una Fondazione privata, di pubblica utilità e senza scopo di lucro, che ha una precisa missione: l’accoglienza residenziale, semi-residenziale e la presa in carico educativa di minorenni che, per ragioni diverse, vivono delle situazioni di grave difficoltà. Sgomento, dunque, quando due anni fa ci si è accorti che dai conti mancavano almeno 250.000 franchi. Artefice del maltolto una dipendente di lunga, lunghissima data che ieri è comparsa davanti alla Corte delle assise correzionali. La donna, una 66.enne cittadina italiana residente nel Luganese, è stata condannata – in procedura di rito abbreviato – a una pena di 20 mesi di carcere sospesi per un periodo di prova di due anni. Ripetuta appropriazione indebita e ripetuta falsità in documenti i reati – ammessi – per i quali è stata condannata. Stando a quanto ricostruito dall’inchiesta condotta dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli – avviata a seguito della denuncia sporta dalla Fondazione che si è accorta del buco al momento del «passaggio di consegne» causa pensionamento – la 66.enne indicava alla Direzione la necessità di prelevare denaro contante al fine di coprire i fabbisogni della Fondazione. Soldi che, di conseguenza, venivano prelevati in banca dal direttore e poi consegnati alla contabile affinché provvedesse ai pagamenti delle fatture. In realtà – tra il 2012 e l’ottobre del 2023 – quei soldi sono stati impiegati dalla donna per scopi personali. Per mascherare l’utilizzo indebito del denaro – si legge nell’atto d’accusa – la donna ha fatto figurare dei fittizi saldi contabili, sostanzialmente gonfiando le somme in giacenza. Non soltanto: l'ex contabile ha inoltre registrato transazioni fittizie relative al pagamento in contanti degli stipendi, che in realtà non sono mai avvenuti. Identica operazione nel registrare gli acconti inerenti sussidi cantonali.
Il gesto «mancato»
In aula, davanti al giudice Marco Villa, la 66.enne s’è detta dispiaciuta per quanto commesso. Ma, allo stesso tempo, è stato sottolineato come non abbia sostanzialmente fatto nulla, sua sponte, per rifondere il maltolto. Anche solo un piccolo gesto che, a conti fatti, è sinora mancato. Maria Galliani, legale e membro della Fondazione, ha infatti sottolineato come le parti siano arrivate a stipulare un accordo per il pagamento di 50 franchi al mese a titolo di risarcimento. Stando a quanto emerso, però, non è mai stato effettuato un solo versamento. «Un gesto che la Fondazione avrebbe apprezzato tantissimo» ha sottolineato durante il dibattimento l’avvocata Galliani. Sulla stessa linea il presidente della Corte il quale, al momento di pronunciare il dispositivo della sentenza, ha invitato la condannata «a fare un gesto di buona volontà nei confronti della Fondazione Torriani».
Attività mai in pericolo
A colpire, dal lato soprattutto etico, è stato il fatto che siano stati indebitamente utilizzati soldi appartenenti a una realtà, senza scopo di lucro, attiva nell’ambito dei minori che si trovano in difficoltà. Una realtà riconosciuta e consolidata: basti pensare che la Fondazione con sede a Mendrisio è iscritta nel Registro di commercio dal 23 settembre del 1932. Oggi gestisce tre strutture educative e due servizi ambulatoriali/residenziali: l’Istituto per minorenni Paolo Torriani, il Centro di Pronta Accoglienza e Osservazione (PAO), la Cellula Socio-educativa d’Urgenza per Minorenni (CSUM), Il Centro Educativo Minorile Itinerante (CEMI) e L’Accoglienza Time Out Personalizzato (TOP).
«La direzione è rimasta molto colpita da questo atteggiamento» ci ha spiegato a margine del procedimento Maria Galliani. «La Fondazione – si tiene inoltre a sottolineare – garantisce che non è stato intaccato il patrimonio relativo alle donazioni e l’attività è proseguita e prosegue senza particolari conseguenze». Il presidente Alessandro Guglielmetti, da noi contattato, ha dal canto suo ribadito che «l’attività non è stata intaccata. Noi non intendiamo e non abbiamo bisogno di usare i soldi dei nostri benefattori per risolvere questa problematica».

