L'intervista

«Sono già in corso procedimenti basati sulla legge che vieta Hamas»

Il 24 novembre del 2020, il Ticino era stato teatro di un attentato di matrice islamica: alla Manor di Lugano, una donna aveva ferito due persone con un coltello – Quanto è elevato il rischio di nuovi attacchi in Svizzera? Con Stefan Blättler, procuratore generale della Confederazione, parliamo di questa e altre minacce per la sicurezza interna
© Keystone/Alessandro Della Valle

Il 24 novembre del 2020, il Ticino era stato teatro di un attentato di matrice islamica. Alla Manor di Lugano, una donna aveva ferito due persone con un coltello. Quanto è elevato il rischio di nuovi attacchi in Svizzera? Di questa e altre minacce per la sicurezza interna abbiamo parlato con il procuratore generale della Confederazione, Stefan Blättler.

Sono passati cinque anni dall’attacco in centro a Lugano del 24 novembre 2020. Qual è la situazione a livello di terrorismo in Svizzera?
«A Lugano abbiamo avuto una brutta esperienza all’epoca con l’attacco alla Manor. Il processo ha portato alla condanna dell’autrice (10 anni e 6 mesi di reclusione, sospesi in favore di una misura stazionaria, ndr). È una realtà. Assistiamo alla diffusione di propaganda, in cui osserviamo che gli autori diventano sempre più giovani, e al finanziamento del terrorismo, che può assumere varie forme. Dei genitori si sono resi conto che inviare soldi al figlio che combatte in Siria per l’ISIS è punibile e non è un atto d’amore. Così come c’è chi dalla Svizzera prepara atti terroristici in altri Paesi. Attualmente ci sono oltre 140 procedimenti penali aperti (a gennaio erano 120 e rappresentavano già un record, ndr). Tutto ciò minaccia la sicurezza pubblica».

Sono i giovani radicalizzati il pericolo maggiore?
«I pericoli sono molteplici, ma come Stato dobbiamo avere un interesse particolare nell’evitare che i più giovani cadano in questa trappola. Senza voler dare lezioni di educazione, ritengo che dobbiamo occuparci di loro. Proprio per questo motivo abbiamo istituito legami particolari con le procure dei minorenni in modo da garantire uno scambio di informazioni e di esperienze. Questo funziona ed è cruciale».

Pochi mesi fa è stato sventato un attentato in Svizzera. Un giovane di 18 anni si è radicalizzato. È raro che simili azioni vengano attuate nel nostro Paese, ma ci sono indizi che potrebbe avvenire più spesso in futuro?
«In quel caso abbiamo dimostrato di poter intervenire rapidamente. È importante avere le risorse e la preparazione per poterlo fare, insieme ai nostri partner. Il problema di questo genere di intervento è proprio questo. Le autorità devono intervenire al più presto ed evitare rischi. Abbiamo una responsabilità, ma dobbiamo anche fornire le prove che il sospetto ha concretamente preparato un attacco che rientra nella definizione dell’atto preparatorio. Dobbiamo provarlo in tribunale. Ma quando c’è un minimo rischio, io sono sempre a favore di un intervento rapido».

Quali zone del Paese sono più esposte al rischio di attentati?
«Non credo ci siano regioni più a rischio. In questo ambito guardiamo alla Svizzera nel suo insieme e non facciamo differenze».

Dallo scorso 15 maggio è entrata in vigore la legge federale che vieta Hamas e le organizzazioni associate. Qual è il bilancio finora?
«La legge è entrata in vigore solo pochi mesi fa ed è ancora troppo presto per un bilancio. Ma posso confermare che siamo attivi in questo contesto. Il MPC ha avviato dei procedimenti penali sulla base della nuova legge. In questa fase non possiamo fornire ulteriori dettagli».

Quanto sta avvenendo all’estero: a Gaza, in Ucraina o altrove, che influenza ha con le attività del MPC?
«Ovviamente siamo tributari di quanto succede nel mondo. Siamo competenti per i casi che riguardano i crimini di guerra, a patto che l’autore si trovi in Svizzera al momento dell’apertura del procedimento. Tre anni fa abbiamo istituito una task force per il conflitto in Ucraina. I crimini di guerra costituiscono un aspetto. Ci sono anche altre questioni, come la violazione delle sanzioni. La SECO ci ha trasmesso alcuni casi di rilevanza penale e il MPC ha aperto dei procedimenti. Tre anni fa non era un aspetto di cui tenere conto, ma adesso lo è diventato e dobbiamo trattarlo in modo prioritario. Il MPC è l’autorità di perseguimento nell’ambito del diritto penale internazionale, motivo per cui dobbiamo prestare grande attenzione a questo genere di reati. Come detto, avviamo un’inchiesta se la persona sospetta si trova nella Confederazione: riceviamo tante segnalazioni, ma non possiamo fare nulla finché una persona non è fisicamente in Svizzera».

Ci sono casi concreti che riguardano Israele? Oppure la Russia?
«Sì, abbiamo ricevuto segnalazioni. Ma finora non abbiamo aperto indagini proprio perché manca l’elemento formale, ovvero la presenza della persona in Svizzera».

Fino all’anno scorso gli USA, anche tramite la loro ambasciata a Berna, accusavano la Svizzera di non applicare in modo adeguato le sanzioni contro la Russia. È cambiato qualcosa con la nuova amministrazione?
«Ci concentriamo sul quadro legale e lo applichiamo. Spetta semmai al legislatore cambiare qualcosa. Finora non ho sentito niente, da nessun Paese. Anche internamente non ci sono state pressioni. Credo che sia anche l’espressione della nostra indipendenza».

In questo momento a livello internazionale è in corso una guerra ibrida (spionaggio, disinformazione e attacchi informatici). Tra gli strumenti d’offesa c’è anche la cibercriminalità. Qual è il ruolo del Ministero pubblico della Confederazione?
«Siamo competenti, per esempio, per gli attacchi DDoS (che mirano a rendere un servizio online non disponibile sovraccaricandolo con un’enorme quantità di traffico, per causare danni o chiedere riscatti, ndr). Il nostro obiettivo è di identificare e localizzare gli autori e, se possibile, assicurarli alla giustizia, anche se operano dall’estero. In alcuni casi ci siamo riusciti. Recentemente, abbiamo fatto arrestare alcune persone in Thailandia. Attendiamo il loro trasferimento in Svizzera. Per me è importante disporre di risorse sufficienti e tecnicamente preparate per poter compiere le indagini».

Che contributo sta dando l’Ufficio federale della cibersicurezza?
«Premetto che il suo compito non è di indagare. La missione principale è prevenire e segnalare. I nostri rapporti sono ottimi. Le indagini, però, competono alla polizia. Per questo servono molti più inquirenti. Non abbiamo bisogno di agenti già attivi nei corpi cantonali, ma di persone con una formazione specifica che hanno competenze tecniche avanzate, per esempio che hanno studiato informatica. Questo sapere specifico, in alcuni casi, manca ancora. Se vogliamo avere una chance in questa guerra asimmetrica dobbiamo dotarci di questo tipo di esperti».

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