«Sul blocco dei ristorni fatico a capire il Ticino»

Non è solo Berna a tenere sott’occhio le mosse del Ticino sulla tassa sulla salute. A seguire con interesse le discussioni è anche la Lombardia, chiamata a chiarire come intende riscuotere il contributo a carico dei vecchi frontalieri. Eppure, come spiega al Corriere del Ticino l’assessore lombardo ai Rapporti con la Confederazione Massimo Sertori, a Milano sfuggono le reali motivazioni di Bellinzona. «Sinceramente, non capisco il collegamento tra l’eventuale blocco dei ristorni e il contributo alla salute. E questo per più motivi», dice Sertori. Innanzitutto, tiene a ricordare, «stiamo parlando di una norma nazionale italiana, che prevede un contributo da parte dei vecchi frontalieri, che le Regioni sono chiamate semplicemente ad applicare». Come dire: a decidere è stata Roma. E Milano, semmai, può essere «colpevole» di seguire le disposizioni e mettere in pratica ciò che il Parlamento ha approvato. Ma, soprattutto, ciò che Sertori fatica a giustificare è la mossa preventiva del Cantone. «Gli atti amministrativi della Regione per implementare la legge nazionale non ci sono ancora, quindi non capisco come si possa parlare di un blocco dei ristorni quando ancora manca il decreto attuativo. Si bloccano i ristorni perché forse, in modo ipotetico, arriveranno le delibere regionali? La pubblica amministrazione non si muove in questo modo - ossia basandosi su dichiarazioni politiche o articoli di giornale - ma in base agli atti. E di atti ufficiali al momento non ce ne sono. Per questo fatico davvero a comprendere le discussioni in Ticino».
«Le due cose non c’entrano»
Ma è anche entrando nel merito del provvedimento che le visioni appaiono distanti. Per Sertori, infatti, la cosiddetta «tassa sulla salute» c’entra ben poco con le imposte alla fonte pagate dai frontalieri in Svizzera e ristornate per il 40% all’Italia. «Il contributo sanitario è tutt’altra cosa, e non ha a che fare con il prelievo fiscale. Un frontaliere, lo ricordo, può decidere se farsi assistere dal sistema sanitario svizzero o da quello italiano. E sappiamo che per accedere alle cure in Svizzera occorre pagare una cassa malati, quindi mi chiedo perché, nel caso in cui il frontaliere decida invece di optare per il sistema sanitario italiano, si debba contestare il fatto che versi un contributo per accedere alle prestazioni».
Oltretutto, ricorda, «tra il 1974 e il 2000 i frontalieri che usufruivano della sanità italiana pagavano già una somma semestrale alle ASL (le aziende sanitarie locali, ndr). Un procedimento rimasto in vigore per quasi trent’anni senza che nessuno abbia mai avuto nulla da ridire». Il meccanismo si sarebbe poi interrotto nei primi anni Duemila «soltanto a causa di un vuoto normativo intervenuto in Italia nel momento in cui la legge è stata modificata e la sanità è diventata di competenza regionale. E non per una contrapposizione con l’accordo fiscale».
Visioni a confronto
Insomma, per la Lombardia la misura non sarebbe affatto in contrapposizione con l’intesa fiscale. Al contrario, il Ticino considera il provvedimento una violazione dell’accordo tra Italia e Svizzera. E questo perché, lo ricordiamo, il testo stabilisce che i vecchi frontalieri siano imponibili soltanto in Svizzera, escludendo quindi qualsiasi imposizione italiana. Secondo il Governo ticinese, in sostanza, la «tassa sulla salute» sarebbe assimilabile a un’imposta, risultando quindi in contrasto con l’intesa. Tesi respinta con forza da Sertori: «Secondo la normativa, considerando di applicarla al 3%, un frontaliere che percepisce 4 mila franchi netti al mese sarebbe chiamato a versare 120 euro al mese per la copertura sanitaria. Posso assicurare che chi lavora in Italia e versa l’IRPEF (l’imposta sul reddito delle persone fisiche, ndr) paga molto di più per il sistema sanitario. Oltretutto, lo ribadisco, fino al 2000 i frontalieri hanno sempre pagato il contributo per la sanità italiana. Quindi sono due cose che non c’entrano assolutamente nulla». Detto ciò, Sertori assicura di avere «ottimi rapporti» con i consiglieri di Stato ticinesi, dicendosi perciò fiducioso sul fatto che si troverà una soluzione. «Anche se qui, a mio avviso, siamo di fronte a un non problema».
Centinaia di milioni
La Lombardia, in tutti i casi, sta ancora ragionando su come applicare il provvedimento, che secondo alcune ipotesi potrebbe «fruttare» centinaia di milioni di euro. «Ne stiamo discutendo, ma gli applicativi non arriveranno prima di settembre o ottobre», dice Sertori, spiegando tuttavia che l’intenzione della Regione è di optare per la soglia minima di prelievo (al 3%) e senza un effetto retroattivo. Per la riscossione, invece, si fa strada l’ipotesi dell’autocertificazione. «Naturalmente con una serie di controlli a campione». Viste le tempistiche ipotizzate - con il decreto attuativo atteso per l’autunno - la prima mossa spetterà al Ticino, chiamato per legge a prendere una decisione sui ristorni entro il 30 giugno. Ancora da chiarire, poi, come si muoveranno le altre Regioni. Il Consiglio regionale del Piemonte ha recentemente votato all’unanimità per non applicare il balzello. E anche in Lombardia c’è chi - come Fratelli d’Italia e il Partito democratico - vorrebbe frenare. «Ma non funziona così», evidenzia Sertori. «Se il Parlamento vota una legge, chi deve applicarla è tenuto a farlo. Non è qualcosa di opzionale. In questo caso specifico, l’Italia ha stabilito di prelevare un contributo e alle Regioni spetta solo stabilire gli applicativi e fissare la soglia del prelievo». Le Regioni, quindi, non potrebbero affatto sottrarsi. «Ancora una volta, un conto sono le discussioni politiche, un altro sono le leggi».
