Ticino e Berna, sui ristorni la distanza rimane

Non è servito a colmare la distanza tra Berna e il Ticino l’incontro avvenuto a Palazzo delle Orsoline tra il consigliere federale Ignazio Cassis e il Consiglio di Stato. Una riunione definita comunque «opportuna» dal presidente del Governo Claudio Zali. Soprattutto alla luce «dei tanti temi che si sono accumulati nelle ultime settimane e che vedono al centro sia i rapporti tra il nostro Cantone e Berna, sia quelli tra noi e l’Italia». Sul tavolo, l’Esecutivo ticinese ha messo la questione della cosiddetta «tassa sulla salute» e di un eventuale blocco dei ristorni quale misura di compensazione per il provvedimento italiano. Ma anche la mancata revisione del calcolo sulla perequazione finanziaria intercantonale, che vede il Ticino penalizzato rispetto agli altri Cantoni.
Eppure, al termine dell’incontro, le posizioni tra la Confederazione e il Cantone sono rimaste le medesime. «Un qualsiasi intervento (come il blocco dei ristorni, ndr) che violi l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri creerà naturalmente una reazione da parte italiana. A mio giudizio, però, le ripercussioni più pesanti saranno nei rapporti tra il Cantone e la Confederazione», ha detto non a caso il direttore del DFAE Ignazio Cassis. «Berna - ha quindi chiarito - non vede di buon occhio un intervento non coordinato su questo punto». Pronta, però, è arrivata la replica del presidente Zali, il quale si è detto «consapevole» che un’eventuale mossa del Ticino non sarebbe affatto gradita a Berna. Tuttavia, ha rimarcato, «riteniamo di avere le nostre ragioni». E, soprattutto, «non siamo tanto noi a consumare uno strappo, ma sarebbe una reazione a quello che noi riteniamo essere un comportamento - da parte italiana - lesivo dell’accordo internazionale». Insomma, se Berna predica prudenza, il Ticino pare non sentirci troppo. Per Cassis, però, il punto è uno soltanto: prima di tutto, occorre stabilire se la tassa sulla salute violi o meno l’accordo fiscale. «La questione non è stata ancora chiarita giuridicamente», ha spiegato il consigliere federale. «Qualcuno pensa che si tratti di una tassa, mentre altri la ritengono un’imposta. Da parte mia, sono del parere che sia sbagliato intervenire senza aver prima chiarito la natura giuridica del problema». Ma gli approfondimenti del caso, finora, non sono ancora stati fatti. Anche perché manca ancora il decreto attuativo e quindi, nel concreto, capire in che modo le Regioni preleveranno il contributo.
Prima la chiarezza giuridica
In attesa di una mossa italiana, per il consigliere federale dovrebbe prevalere la prudenza: «Il Ticino ha delle buone ragioni, che fa valere. Ma lo stesso vale per la Confederazione. Per questo ho detto che rischia di diventare quasi più un bisticcio tra il Ticino e la Confederazione, che si può risolvere solo con un chiarimento giuridico della questione». Il Cantone, però, prende tempo. E non svela le sue carte. «Il Governo non ha ancora deciso nulla», ha tagliato corto Zali. «Arriveremo al dunque entro la data prevista, la fine di giugno», ha aggiunto spiegando che al momento «non sono stati fatti neppure i conti sul possibile ammontare della tassa sulla salute». In tutti i casi, il mese prossimo Zali vedrà il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. «Ed è probabile che avremo anche uno scambio informale su questo tema».
Il nodo della perequazione
A rendere particolarmente tese, nell’ultimo periodo, le relazioni con Berna è stato anche il nodo della perequazione intercantonale. La revisione del sistema di calcolo non avverrà prima del 2030, ha chiarito la Confederazione, lasciando a bocca asciutta il nostro Cantone, che da tempo chiedeva l’introduzione di un nuovo meccanismo per la ponderazione del reddito dei frontalieri nel potenziale delle risorse. «Il Ticino aveva delle attese che sono state solo parzialmente accolte dalla Confederazione», ha ammesso Cassis. «È una vicenda lunga, su cui il Cantone - anche con la mia collaborazione - ha lavorato molto negli anni. Berna riconosce il problema. Ma il Ticino avrebbe desiderato che il sistema perequativo venisse cambiato già dal 2027, mentre il Consiglio federale ha deciso che, per trattare equamente tutti i Cantoni, la via da seguire fosse quella di far entrare in vigore la modifica dell’ordinanza solo nel 2030».
Dal canto suo, il Governo ticinese - rispetto alle dure parole spese nelle scorse settimane nei confronti di Berna -ha voluto essere più conciliante, pur ribadendo il malcontento. «Per quanto riguarda la perequazione, abbiamo espresso la nostra contrarietà per come si è svolta questa tornata, che avrebbe dovuto portare a una piccola miglioria per il nostro Cantone. Torneremo sul tema, ma rimane il retrogusto amaro». In generale, «non posso dire che le relazioni con Berna siano cattive. Ma si sono sommate alcune tematiche in cui noi regolarmente usciamo perdenti e riteniamo che le nostre ragioni non siano mai comprese fino in fondo. Chiediamo perciò una maggiore attenzione». E il discorso vale per la perequazione, ma anche per il ribaltamento di oneri sui Cantoni. «Non ci fa per niente contenti. Non sono misure di risparmio, ma un reale ribaltamento di oneri. Come noi non ci permetteremmo mai di fare con i Comuni. Rischia di creare dei grossi strascichi finanziari su un Cantone che già soffre».

Maretta con Roma? «No, le relazioni restano buone»
Relazioni ai minimi storici tra Italia e Svizzera? Nient’affatto. Perlomeno secondo il «ministro» degli Esteri Ignazio Cassis che ha parlato anche dei rapporti tra la Confederazione e la Penisola, divenuti più difficili dopo la tragedia di Crans-Montana e le successive polemiche tra i due Paesi. «Le relazioni tra Svizzera e Italia sono buone», ha evidenziato Cassis. «Come fanno a essere buone se l’Italia ritira l’ambasciatore? Questo è un discorso mediatico. La verità è che, tra loro, i Paesi non si parlano tramite tweet o interviste televisive, ma attraverso i canali diplomatici, con vocabolari e strumenti che sono fatti apposta per questo». L’Italia, ha quindi aggiunto il consigliere federale parlando del ritorno a Roma per qualche mese dell’ambasciatore a Berna Gian Lorenzo Cornado, «non ha mai ufficialmente notificato il ritiro del proprio ambasciatore e durante la sua permanenza a Roma abbiamo continuato ad avere rapporti sia con lui che con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ma anche con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella». Insomma, la vicenda ha viaggiato su un doppio binario: «I rapporti corretti dal profilo istituzionale e diplomatico sono stati accompagnati da una confusione, quasi un po’ teatrale, del discorso mediatico. Questo non è un bell’esempio di chiarezza nei rapporti tra Stati».
Ma ora che con Roma le divergenze sembrano essersi ricomposte, potrebbe aprirsi un nuovo contenzioso con Bruxelles. Il tema sono ancora i frontalieri. Nello specifico l’indennità di disoccupazione, che in un prossimo futuro - se la riforma UE andrà in porto - potrebbe essere erogata non più dal Paese di residenza dei lavoratori, ma da quello di ultimo impiego. Un bel problema per la Confederazione, che potrebbe dover sborsare tra i 600 e i 900 milioni in più ogni anno. «È un discorso che l’UE sta portando avanti da dieci anni. Ora ha superato un ostacolo, ma ne rimangono altri. Il Consiglio federale è chiaramente preoccupato per i possibili sviluppi e, nel momento in cui l’UE dovesse decidere di far entrare in vigore il nuovo provvedimento, reagirà».
