Sull’iniziativa anti-dumping sarà battaglia in Gran Consiglio

L’iniziativa popolare «Rispetto per i diritti di chi lavora: combattiamo il dumping salariale e sociale», lanciata nel lontano 2019 dal Movimento per il socialismo (MpS), giungerà sui banchi del Gran Consiglio fra un paio di settimane, nella sessione di novembre. E lo farà con due rapporti agli antipodi: quello della maggioranza contraria alla proposta (firmato la scorsa settimana in Commissione economia e lavoro da PLR, Centro, Lega, UDC e Avanti con T&L) e quello della minoranza favorevole all’iniziativa (firmato ieri fa dal PS e dai Verdi). In aula arriveranno quindi due visioni diametralmente opposte in merito alla proposta dell’MpS.
In estrema sintesi: da una parte la maggioranza ritiene che non sia necessario un potenziamento così importante dei controlli da parte dell’ispettorato del lavoro; dall’altra la minoranza ritiene invece che andare in quella direzione sia più che necessario, soprattutto – citiamo dal rapporto pubblicato proprio oggi – alla luce dell’estrema «gravità del fenomeno del dumping salariale e sociale».
La diatriba tra i due fronti non riguarda però unicamente il contenuto dell’iniziativa, bensì anche la sua portata. Come avevamo anticipato sul finire di settembre (si veda l'articolo qui), tra maggioranza e minoranza vi era ancora una questione non indifferente da dirimere: il concreto impatto dell’iniziativa in termini di costo finanziario complessivo e di ulteriore personale necessario per implementarla. Una questione che, come vedremo, essenzialmente non è stata risolta e che, dunque, con ogni probabilità si trascinerà prima in Parlamento e poi fino al voto popolare.
Eccessive o necessarie?
Ma andiamo con ordine. Partendo, prima di tutto, dai contenuti della proposta. L’iniziativa, in estrema sintesi, poggia su quattro pilastri: l’obbligo di notifica per ogni contratto (nuovo o concluso) di lavoro; il potenziamento dell’ispettorato del lavoro(con un ispettore ogni 5 mila lavoratori); la creazione di una sezione dedicata alle discriminazioni di genere (con un ispettore ogni 2.500 lavoratrici); la pubblicazione di una statistica aggiornata dei salari e delle condizioni di lavoro.
Ora, stando alla maggioranza (relatrici del rapporto sono le deputate Cristina Maderni del PLR e Raide Bassi dell’UDC), queste misure non sono necessarie. E questo anche perché il Ticino, nel confronto con gli altri cantoni, è già ai vertici della classifica sull’attività di controllo delle aziende e dei lavoratori. Ma anche perché la maggioranza delle aziende rispetta la legge sul lavoro e, in generale, «non si denota un numero di infrazioni che giustifichino» l’introduzione delle misure proposte dall’iniziativa. Misure che, viene inoltre sottolineato nel rapporto, comporterebbero anche ulteriori oneri burocratici per le aziende e, più in generale, rischierebbero di minare la fiducia tra Stato ed economia.
Ora, sul fronte opposto, nel dettagliato rapporto di Fabrizio Sirica (PS) pubblicato ieri viene svolta una fotografia completamente diversa del mercato del lavoro. Il co-presidente socialista sottolinea, ad esempio, che tra il 2010 e il 2022 i salari in Ticino sono rimasti praticamente fermi (+3,9%), a fronte di una crescita media svizzera del 9,2%. Oppure evidenzia che in 21 rami economici i salari sono addirittura diminuiti in valore assoluto. Oppure ancora rileva che «oggi quasi un terzo della forza lavoro in Ticino è frontaliera – una percentuale cinque volte superiore alla media svizzera e raddoppiata dal 2005 (35.748) al 2023 (79.757) – e in molti settori i salari vengono calibrati su questa concorrenza al ribasso». Esempi, fra i tanti elencati nel rapporto, che evidenziano, a mente della minoranza, «l’estrema gravità del fenomeno del dumping salariale e sociale, che attanaglia il mercato del lavoro ticinese». E che dimostrano, appunto, la necessità di approvare l’iniziativa dell’MpS.
L’inghippo
Ora, come dicevamo all’inizio, in aula i due fronti con ogni probabilità si daranno battaglia anche sulla portata dell’iniziativa. La divergenza, in estrema sintesi, riguarda l’interpretazione della proposta originale. L’inghippo principale – riassumiamo una questione assai complessa – riguarda l’interpretazione del testo degli iniziativisti: secondo il Governo la proposta prevederebbe anche il controllo a tappeto di tutti i contratti nuovi o conclusi (stimati in circa 80 mila all’anno), che evidentemente richiederebbe l’assunzione di moltissimi ispettori (126 per l’esattezza); secondo la minoranza tale interpretazione è errata e, in sostanza, per ogni contratto nuovo o concluso basterebbe una semplice notifica (senza controllo).
In soldoni, dunque, secondo il Governo e la maggioranza per implementare l’iniziativa occorrerebbero oltre 160 nuovi ispettori, per un costo di circa 18,5 milioni di franchi (senza considerare i costi legati alla logistica, ossia alla necessità di nuovi spazi per i collaboratori). Secondo la minoranza, l’interpretazione fatta da questi ultimi «è solo funzionale all’obiettivo di denunciare l’iniziativa come eccessivamente onerosa» ed è «palesemente errata e in malafede». Secondo l’interpretazione della minoranza (e anche quella degli iniziativisti stessi) per implementare la proposta occorrerebbero circa 53 nuovi ispettori per un costo di poco inferiore ai 6 milioni. Una differenza, va da sé, non da poco.

