Tassa sulla salute, «un incontro con Berna» prima di decidere sui ristorni

«Tutelare gli interessi della Svizzera e del Canton Ticino». È questa la questione che ruota attorno all'annosa «tassa della salute» per i «vecchi frontalieri». Ed è per questo, ha spiegato questa mattina il direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (DFE), Christian Vitta, che è stato interpellato uno specialista di diritto tributario, il prof. Dr. iur. Pascal Hinny, ordinario della cattedra di diritto tributario all’Università di Friburgo. Ebbene, la conclusione dello studio è che «l’applicazione della tassa sulla salute rappresenterebbe una violazione dell’Accordo sulla fiscalità dei frontalieri o della Convenzione per evitare le doppie imposizioni tra Svizzera e Italia». E questo perché la perizia qualifica la «tassa sulla salute» come un’imposta. Che cosa succederà, ora?
A Berna per discutere
Il Consiglio federale ha recentemente dichiarato che il contributo sanitario non viola l’accordo sui lavoratori frontalieri. «Il semplice fatto che il contributo sanitario venga calcolato in base al reddito non giustifica la sua qualifica come imposta sul reddito», ha scritto rispondendo a un'interpellanza del consigliere nazionale Lorenzo Quadri (Lega-UDC). Ma, ha pure precisato, la tassa sulla salute non è ancora stata applicata e alla luce del fatto che finora nessun frontaliere sta effettivamente pagando questo contributo, non è possibile al momento rilevare una violazione dell'accordo sui frontalieri da parte dell'Italia. «A Berna sono stati preavvisati – ci ha spiegato Vitta a margine della conferenza stampa –, e stiamo programmando un incontro a breve per iniziare a discutere, forti di questa perizia che ci dà ragione e sostiene le tesi che abbiamo portato avanti in questi mesi».
Nell'incontro di metà maggio con il Governo ticinese, il consigliere federale Ignazio Cassis aveva dichiarato che la questione «si può risolvere solo con un chiarimento giuridico». Chiarimento (stando alla perizia) che ora il Ticino porterà sul tavolo della Confederazione. «Fino ad oggi da parte del Consiglio federale abbiamo solo avuto delle risposte, ma non abbiamo mai visto elementi concreti come perizie o studi a sostegno della tesi che non ci sia violazione dell'accordo», aggiunge Vitta. «Ed è anche per questo motivo che il Canton Ticino si è attivato in maniera autonoma e proattiva, per avere un elemento tecnico solido e concreto». Insomma, il Cantone si aspetta «l'apertura di una discussione sul tema», conferma Claudio Zali: «Finora loro erano forti di un presunto parere interno (che non abbiamo visto), invero sorprendente. La differenza tra un'imposta e una tassa si capisce abbastanza facilmente, anche senza essere un professore di Diritto fiscale all'Università di Friburgo. L'imposta è prelevata in percentuale sul reddito, con una controprestazione. Mentre la sanità è già inclusa nei diritti fondamentali degli italiani e i frontalieri pagano già le imposte in Italia con il ristorno. Perché spremerli ulteriormente? Sembra proprio un provvedimento per fare cassa, è discriminatorio, ed è gravato da diversi problemi. Quindi ci ha un po' sorpresi che nel corso di una discussione sulla perequazione il tema fosse stato affrontato ed evaso in questo modo. Ora, in presenza di un documento solido, credo si renda necessaria almeno una riunione di discussione».
Vitta: «Ci aspettiamo che la Confederazione stia al nostro fianco»
A Berna, molto probabilmente, non sarà possibile incontrare la consigliera federale Karin Keller-Sutter, ma «abbiamo sicuramente la segretaria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, Daniela Stoffel», dicono a Bellinzona. «Io credo che sia importante stabilire, a monte, chi ha ragione e chi ha torto in questa vicenda», aggiunge il presidente del Consiglio di Stato. «Non stiamo facendo gesti velleitari nella consapevolezza di avere torto. Li facciamo nella consapevolezza di avere ragione».
Non si teme, a questo punto, un ulteriore strappo con la Confederazione? «Noi dobbiamo salvaguardare innanzitutto l'interesse del Ticino e della Svizzera», ribadisce il responsabile del DFE. «Se questa tassa rappresenta una violazione, non possiamo fare finta di nulla. È giusto che portiamo questi argomenti al tavolo. Starà semmai all'Italia argomentare in maniera contraria. Però, adesso ci aspettiamo che Berna sia al nostro fianco in queste rivendicazioni».
Solo dopo sarà presa una decisione sui ristorni
Sul tavolo, come noto, l’Esecutivo ticinese ha messo un eventuale blocco dei ristorni quale misura di compensazione per il provvedimento italiano. Una decisione sarà presa entro la fine del mese e «dipenderà dall'esito dei colloqui con Berna», fa notare Zali. Il quale non si sbilancia: «Ovviamente, stiamo pensando a come muoverci qualora andassero male le discussioni con la Confederazione. Perché, a quel punto, noi manterremo comunque la nostra opinione che siamo in presenza di una violazione dell'accordo internazionale da parte dell'Italia».
«Tutti gli scenari sono aperti», conferma il responsabile del DFE. «Oggi però, prima di prendere
qualsiasi decisione, vogliamo avere un contatto con l'autorità
federale basato anche su questa perizia. Poi, a dipendenza di come andrà l'incontro, prenderemo una decisione come Consiglio di Stato». Un eventuale blocco dei ristorni «non rappresenterebbe solo una mossa politica», ha voluto precisare Vitta, poiché «si basa su elementi
tecnici. Noi siamo chiamati ad applicare questa convenzione («l'applicazione dell'accordo dei frontalieri spetta ai Cantoni», è stato ribadito in conferenza stampa, ndr.) e, se riteniamo che venga violata, è giusto rendere pubblica questa situazione, altrimenti non faremmo bene il nostro lavoro».

