Tasse aumentate per USI e SUPSI, il SISA: «Così gli studenti pagano il conto del riarmo»

Nella giornata di ieri USI e SUPSI hanno annunciato un aumentano delle proprie tasse semestrali. Una decisione che va ricondotta che alla significativa riduzione del sostegno pubblico e che rientra nelle più ampie strategie finanziarie delle due scuole universitarie ticinesi. Nel dettaglio, a partire dall’anno scolastico 2027/28 le rette ammonteranno rispettivamente a 2000 CHF (5000 per i non residenti) per gli studenti dell’USI e a 1000 CHF (2000 per i non residenti) per quelli della SUPSI.
Un aumento che ha inevitabilmente creato malcontento sia a livello politico che di sindacati, con la prima presa di posizione giunta già ieri da parte del VPOD che ha acceso i riflettori sulle conseguenze dei tagli di Confederazione e Consiglio di Stato, anche in altri rami universitari. In un contesto «di pressione», infatti, il sindacato teme possano esserci ripercussioni sul personale di USI e SUPSI. Eventuali misure che rischierebbero «di aggravare il precariato, aumentare i carichi di lavoro e comprimere gli impieghi universitari». Oggi anche l’MpS ha preso posizione, sostenendo – fra le varie cose – che tale annuncio sull’aumento delle tasse universitarie «conferma purtroppo quanto il Movimento per il socialismo aveva denunciato nei mesi scorsi: di fronte ai tagli decisi a livello federale e cantonale, la strada scelta è quella di far pagare agli studenti e alle loro famiglie il prezzo del definanziamento della formazione pubblica».
Parla il SISA
Un’ulteriore denuncia è poi arrivata sempre oggi da parte del Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti (SISA) denuncia l’aumento delle tasse semestrali di USI e SUPSI. «Le tasse universitarie ticinesi sono già da tempo ben al di sopra della media svizzera: a titolo d’esempio, nel 2026 ad uno studente svizzero un semestre di studio presso l’USI costa già 2000 CHF, mentre presso l’università di Friburgo costa 835 CHF, all’università di Ginevra 500 CHF, e a quella di Zurigo 720 CHF». Anche se nel resto della Confederazione – prosegue il comunicato stampa – le politiche di taglio alla spesa pubblica «non danno tregua alle università il divario fra i costi per gli istituti ticinesi e quelli d’Oltralpe permane».
Per il SISA questa misura si inserisce nei piani di risparmio federale e cantonale, con i quali si è infatti deciso di tagliare i fondi per la ricerca, «mentre d’altro canto si continuano a foraggiare senza sosta le forze armate. Ribadiamo a tal proposito quanto sia per noi inaccettabile che il nostro Governo, piuttosto che investire in un settore fondamentale per lo sviluppo socioeconomico quale la formazione e la ricerca, sostenendo università e scuole professionali, preferisca indebolirlo ulteriormente a beneficio dell’esercito, mirando insomma a sfornare armi e soldati piuttosto che ricercatori e studiosi».
Il SISA auspica dunque che la volontà degli istituti di «garantire un accesso equo e inclusivo ad una formazione universitaria di alta qualità» permanga e si concretizzi in misure di sostegno per gli studenti che non possono far fronte a tali cifre, «realisticamente insostenibili per un giovane in formazione e per di più costretto a fare i conti con una realtà cantonale che precarizza sempre più il lavoro giovanile». In un tale contesto, «in cui peraltro da anni si lamenta a gran voce la “fuga di cervelli”, è impensabile limitare ulteriormente l’accesso e il diritto allo studio».
Il Sindacato conclude la sua presa di posizione affermando che l’università pubblica «deve rimanere il faro di punta dello sviluppo di una società, e in quanto tale attrarre il maggior numero possibile di menti brillanti, per le quali a garantire l’accesso devono essere le potenzialità e le facoltà intellettive; non un ampio volume del portafoglio!».
Il SISA continuerà quindi «a lottare attivamente al fianco degli studenti e dei sindacati, come ha fatto negli ultimi mesi a sostegno della petizione VPOD contro i tagli su USI e SUPSI, per un’università pubblica che sia accessibile a tutti e che promuova una ricerca di qualità!».
