L'intervista

Ticino underground, il libro che racconta la new wave anni '80 tra Lugano e Ascona

Dal Morandi alle Stelle, dalle fanzine autoprodotte alle foto di Edo Bertoglio: Roberto Raineri-Seith rievoca la scena alternativa della Svizzera italiana
21.07.2026 12:20

Le serate in discoteca al Morandi di Lugano e alle Stelle di Ascona, le fanzine autoprodotte, le riviste come T-Ribalta, le foto di Edo Bertoglio che lavorava per Interview, la videoarte e la musica sperimentale. Sono alcuni degli argomenti di cui si parla nel libro Ticino underground – Arte, moda e sbraghi negli anni della new wave di Roberto Raineri-Seith. L’autore racconta in prima persona spaccati di vita, a mo’ di memoir, degli anni Ottanta nella Svizzera italiana e quella favolosa scena culturale alternativa che li ha percorsi. Il libro, edito da iet, ha un che di proustiano nel rievocare il tempo perduto cristallizzando i momenti più eclatanti del periodo vissuto nell’aura della giovinezza. Roberto Raineri-Seith è un autore transmediale di Ascona che spazia per lo più tra la fotografia di studio e la musica elettronica analogica, e va anche oltre per abbracciare un‘idea ampia di cultura. In queste pagine si respira la dimensione glocal del Ticino dove i migliori talenti hanno radici nel territorio e la mente aperta verso il mondo. Tra le righe si scorge il profilo di un testimone d’eccezione di un periodo irripetibile con la carica di novità che portava nella musica, nella moda e nella cultura.

Roberto Raineri-Seith, quali erano i luoghi principali della scena underground ticinese negli anni 80?
«Un luogo fondamentale di quella scena in Ticino era il Morandi a Lugano. La discoteca, dalla fine degli anni Settanta fino al 1983-84, diventava per l’apporto culturale di alcuni personaggi il centro di un certo tipo di musica e di stile che passava sotto l’etichetta di new wave, qualcosa di allora sconosciuto alle nostre latitudini. Il Ticino all’epoca era dominato dal rock, dal blues e dal jazz, in un contesto anche istituzionale. A Lugano c’era Estival Jazz da una parte, mentre dall’altra c’era il rock, meno legato alle zone urbane, ma piuttosto ai ragazzotti che risentivano del retaggio degli anni Sessanta e Settanta e ascoltavano Vasco Rossi».

Lei scrive in Ticino underground che per questioni di look e di gusti musicali si sentiva un alieno rispetto alla giovane fauna locale di fricchettoni che ascoltavano ancora Vasco Rossi e tifavano Ambri Piotta… Non è un vezzo un po’ snob?
«Ho tuttora dei carissimi amici che tifano Ambrì Piotta, ascoltano Vasco Rossi e mi mettono un po’ in imbarazzo, ma la realtà è questa: io in quel mondo non mi sono mai trovato. Per questo motivo ogni tanto lancio un’ironica frecciatina».

Come è cambiato il suo look negli anni Ottanta?
«Alla fine degli anni Settanta io stavo a Milano dove mia mamma lavorava come stilista. Venivo da quel mondo che si vestiva un po’ da Fiorucci e un po’ da Biffi. Ero un fighetto con i capelli a caschetto e il taglio alla Vergottini fino al 1980. Poi il vento era cambiato e cominciavo ad ascoltare il neo-ska degli Specials e altri che avevano un’immagine diversa. Così, dopo averci pensato molto, feci un cambiamento radicale: andai dal barbiere e mi tagliai i capelli a spazzola. Ho mantenuto quel taglio militare per diversi anni e anche il mio abbigliamento mutò e si fece austero con quegli impermeabili lunghi e chiusi. Il mio look diventa più aggressivo: non punk, ma una forma molto più raffinata che trova la sua continuità ancora oggi negli stilisti giapponesi».

Chi erano i personaggi che frequentavano il Morandi a Lugano negli anni 80?
«Pier Poretti, Edo Bertoglio, Vittorio Boeri e Maurizio Benadon giusto per fare qualche nome. Alcuni erano ticinesi d’origine, ma anche cosmopoliti e stavano un po’ a Parigi e un po’ a New York. In particolare Edo Bertoglio lavorava come fotografo per la rivista Interview di Andy Warhol e ha firmato molte cover di LP di new wave, ma anche di quel pop raffinato e nuovo che si creava in quegli anni e cito in particolare Parallel Lines dei Blondie. Insomma questi personaggi chiave del Morandi portavano esperienze, idee, stile e musica innovativa. Pierre Poretti, fotografo e artista, con altri si inventò la rivista T- Ribalta, ispirata a Interview di Warhol, con approfondimenti su vari personaggi, come Grace Jones e i Krisma (ndr. Maurizio Arcieri e Cristina Moser), e gli immancabili ritratti di Edo Bertoglio. Il magazine raccontava la scena underground, la ventata di novità e lo stile che arrivava musicalmente anche come moda. Siamo nell’era ancora della carta stampata e della fotografia analogica quando le cose nuove si andavano a cercare sulle riviste. Penso a Frigidaire con le recensioni musicali di Stefano Tamburini che adoravo e a trasmissioni come Mister Fantasy sulla Rai con Carlo Massarini. Il conduttore fu invitato nel 1983 al Videoart Festival di Locarno, promosso da Rinaldo Bianda, che era legato alle nuove tecnologie e ai nuovi media che prefiguravano, a livello teorico, Internet».

Come avvenne la svolta new wave al Morandi di Lugano?
«La svolta musicale al Morandi ci fu con la modella Bénédicte Siroux e il suo allora compagno, Maurizio Benadon, promotore immobiliare e artista luganese, che gravitavano tra New York e Parigi. La coppia portò a Lugano un po’ di quella new wave innovativa che si ascoltava nella Ville Lumière e nella Grande Mela. Su invito della direzione del locale in una notte, tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80, la modella Bénédicte vestì i panni del dj e propose una selezione di musica mai sentita prima in Ticino, che avrebbe poi invaso il mercato discografico pop e che ebbe un impatto folgorante sui presenti».

Di che cosa si trattava ?
«Era musica che andava dal neo-ska degli Specials con la meravigliosa Gangsters ai B-52’s con Rock Lobster o Lene Lovich con Say When e Lucky Number».

Che cosa aveva di speciale il festival di Locarno di David Streiff e Raimondo Rezzonico?
«Era una manifestazione a misura di cinefilo. Il festival di Locarno di allora era conviviale, non c’era tutta la sicurezza e i tappeti rossi di oggi, né il modello di marketing dominante per fare cultura. Gli attori si mischiavano tra la gente senza divismo. Capitava di andare al bar nella città vecchia di Locarno e incontravi nel tavolo accanto Jim Jarmusch e Johnny Depp. Avrei molti aneddoti da raccontare. In quegli anni la selezione avveniva in modo automatico e non era necessario securizzare i luoghi perché c’erano solo persone mosse da interessi simili».

Lei nel libro racconta anche di fenomeni non codificati che avvenivano in Ticino. Ad esempio, che cosa erano i deproparty?
«Io tendo a costruire delle narrazioni del tutto personali. I deproparty erano feste molto disinvolte, che si svolgevano all’aperto, in cui ognuno si abbandonava agli eccessi che preferiva e la riuscita era giustificata dall’arrivo dell’ambulanza».

Che cosa può dire invece della fanzine da lei ideata che ricorda le atmosfere cupe del De rerum natura di Lucrezio?
«Si intitolava Taedium vitae ed era una fanzine autoprodotta come quelle che si facevano in quegli anni con le fotocopie. C’erano immagini molto forti realizzate ad esempio schiacciando degli scarafaggi nell’ingranditore, per dirne una che ricordo, o foto di tipi agghindati in modo assurdo. La fanzine dark locale nata dalla mia mente era fondamentalmente una cosa fatta per épater le bourgeois».

Lei è anche un cultore di musica elettronica. Come ricorda il concerto di Laurie Anderson nel 1984 in Ticino?
«Il concerto di Laurie Anderson, organizzato da Rinaldo e Lorenzo Bianda nell’ambito del Videoart Festival di Locarno, si svolse all’Esplanade di Minusio. La cantante e artista statunitense venne col suo violino magnetico e fece una magnifica performance, cantò dei brani e ci raccontò un po’ di sé e del suo approccio ai video (mostrandone alcuni), alla musica e all’arte in generale. C’erano solo cinquanta persone perché Laurie Anderson all’epoca, nonostante la pubblicazione del suo singolo di maggior successo O Superman, era per i più ancora una perfetta sconosciuta. Fu bellissimo per questo motivo».

Spingendoci più a sud in Svizzera, tra i gruppi c’erano i Dr Chattanooga & The Navarones a Chiasso… Può raccontare qualcosa di loro?
«Bisognerebbe ascoltare i loro dischi perché descrivere questo gruppo non è semplicissimo. Si parla di un minestrone di stili e di generi che funzionava molto bene e non era indigesto. I Dr. Chattanooga erano dei provocatori divertentissimi e completamente fuori dagli schemi nella realtà musicale dei gruppi ticinesi dell’epoca. Nel 1981-82 chi faceva musica in Ticino si orientava sul blues e il jazz mentre loro arrivano con una proposta di rottura. Ebbero successo con alcuni personaggi dell’allora TSI per cui passeranno molto in televisione e alla RSI. Piacciono a una certa élite, se vogliamo di “sofisti della tv” come avrebbe detto Alex Delarge (il protagonista del film Arancia meccanica, ndr)».

Come fu coinvolto nella mostra di Mario Comensoli Non saranno famosi (1985) al Castello Visconteo di Locarno?
«La personale di Mario Comensoli, pittore zurighese d’origine italiana, fu curata da Rudy Chiappini al Castello Visconteo ed era dedicata alla scena punk svizzera. Fui coinvolto con Giuseppe de Giacomi e Michele Giacometti a fare da testimonial nei servizi fotografici e televisivi di promozione della mostra. Venivamo considerati punk, ma era un termine del tutto improprio perché non avevamo nulla di loro. Eravamo un gruppetto di dark locale, di ragazzi che frequentavano il Black Velvet e la scena dark locarnese, tuttavia ci piacque l’idea. Mentre Reza Khatir, che ci conosceva, fu chiamato dalla Triennale della fotografia di Friburgo a realizzare un progetto con la rara fotocamera a banco ottico Polaroid 50 x 60 in collaborazione con la fondazione omonima diretta da Barbara Hitchcock. Il fotografo d’origine iraniana pensò di intitolare la serie di ritratti Cronaca in nero e di immortalare i membri di quella che aveva definito in modo perfetto “la setta dei dark”. Per l’occasione fu allestito un set fotografico a Friburgo. Ci andarono i miei amici, ma non io perché ero molto snob e troppo pigro. Fu un errore che rimpiango ancora oggi».

Come era la comune di Casa Bacilieri a Locarno?
«È stato un esperimento di spazio autogestito durato circa tre anni verso la fine degli anni 80. Casa Bacilieri è uno stabile, all’epoca non ancora ristrutturato, nel centro storico di Locarno con appartamenti, negozi e cantine, che venne affittato da Alain Poroli, per gli amici Pocia, a personaggi della scena creativa. L’architetto e operatore culturale aveva delle idee vincenti, a lui si deve il progetto degli esordi della Rotonda del festival di Locarno. Vari artisti tra cui Franco Lafranca, Pam (Paolo) Mazzucchelli, Ingeborg Luescher esposero a casa Bacilieri dove c’era anche la galleria Arteria gestita da Christoph Zürcher e Daniele Jörg. Quello stabile funzionò come residenza per artisti e personaggi alternativi locali e come cantina per concerti, uno su tutti l’assordante live dei Dinosaur, non ancora Jr, gruppo tra i più importanti della scena grunge, che suonarono a Locarno da perfetti sconosciuti».

Lei c’era alla performance alla diga del Sambuco a Fusio o meglio alla macro-installazione elettroacustica Riflessione sonora di una diga del 5 agosto 1987?
«Qui entra in ballo un altro personaggio fondamentale che era Guy Bettini, neodiplomato all’Accademia di Brera in arti visive, ma soprattutto grande amante della musica sperimentale e contemporanea con buone connessioni con i protagonisti di quell’ambiente. Tra loro c’era Andres Bosshard, Gran Premio svizzero di musica nel 2017, allora quasi sconosciuto. Guy Bettini, in sintonia con l’esperienza del Monte Verità, nel 1987 realizzò ad Ascona il festival M.I.C. (Musica improvvisata e contemporanea). Tra le altre cose in programma ci fu una macro-installazione elettroacustica che sfruttava la parete della diga del Sambuco, a Fusio, come cassa di risonanza. Una volta piazzati gli altoparlanti si creava un mix tra la musica elettroacustica, amplificata e le sonorità rese dalle varie percussioni. Di questo evento c’è una mia registrazione su YouTube. Fu una serata memorabile con pubblico trasversale di circa quattrocento persone che spaziavano tra manager e direttori di banca, giovani appassionati e semplici curiosi. Eravamo all’aperto ai piedi della diga al tramonto e sembrava di essere in una scena del film Incontri ravvicinati del terzo tipo».

Che cosa rimane oggi del Ticino underground che racconta nel suo memoir?
«Il libro è un amarcord, una memoria autobiografica degli anni Ottanta in Ticino. Di quel mondo che descrivo rimane soprattutto la stamperia d’arte Hùrdega di Giuseppe De Giacomi a Locarno. Lui è uno dei protagonisti di quella scena oltre a essere tra i fondatori del Black Velvet di Locarno (negozio di dischi e laboratorio di musica indipendente) e uno stampatore che ha collaborato con i maggiori artisti ticinesi».