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Economia

Un diamante è per sempre: ma oggi torna anche a essere un investimento

Tra crisi geopolitiche e prezzi ai minimi storici, Mirko Rosati della F&H 18.81 di Lugano analizza una fase inedita: il diamante naturale resta simbolo, ma può diventare anche un bene rifugio con margini di rivalutazione
Mattia Sacchi
26.04.2026 09:05

Le guerre spostano capitali, cambiano le gerarchie dei mercati, alterano persino la percezione di ciò che viene considerato sicuro. In questo quadro incerto, in cui l’instabilità geopolitica pesa sui consumi, sul lusso e sugli investimenti, il mondo dei diamanti sta vivendo una fase che, a prima vista, appare quasi controintuitiva. «Ciclicamente ci sono crisi internazionali, ma quella che stiamo vivendo adesso è forse una delle più pesanti in assoluto e ha generato movimenti strani sul piano finanziario», osserva Mirko Rosati, anima di F&H 18.81 a Lugano.

«Nel caso dei diamanti siamo in un momento bassissimo e questo, in una fase di instabilità come quella attuale, è un elemento che fa riflettere. I prezzi sono veramente ai minimi storici, soprattutto se li rapportiamo al potere d’acquisto delle famiglie. In oltre trent’anni di esperienza non ricordo una fase in cui, con il reddito disponibile di una persona, fosse possibile comprare carature e qualità così alte a questi livelli».

Per capire come si sia arrivati qui, Rosati invita però a guardare oltre la cronaca delle ultime settimane. «La dinamica attuale non nasce, a mio giudizio, dalla situazione internazionale di oggi. Ha radici più profonde. Fino al 2019, se si guarda l’andamento dei prezzi dei diamanti, si vede una curva molto regolare: piccole risalite costanti, una media di crescita dell’1, 1,5, 2% l’anno. Era uno standard consolidato». Poi qualcosa si è spezzato. «Con il Covid si è congelato tutto. Alla ripartenza c’è stata una forte accelerazione, e il diamante, essendo un prodotto di lusso, ha seguito quella dinamica. Abbiamo visto prezzi salire anche del 25-30% in due o tre mesi».

È lì, secondo lui, che si innesta il meccanismo che porta alla crisi attuale. «Il mercato del diamante è libero, ma non completamente libero. Io faccio spesso il paragone con il petrolio: il prezzo si forma sul mercato, ma i quantitativi immessi vengono regolati dai grandi produttori». In questo equilibrio, un ruolo storico lo ha avuto De Beers, il gruppo sudafricano che per decenni ha dominato l’estrazione e la commercializzazione del diamante grezzo, diventando di fatto il principale regolatore dell’offerta mondiale insieme ad altri colossi minerari. «De Beers, insieme ad altri gruppi estrattivi, ha storicamente avuto la capacità di influenzare il mercato attraverso la quantità di grezzo immesso».

Per evitare che i prezzi salissero troppo dopo il rimbalzo successivo alla pandemia, racconta Rosati, sul mercato è stata riversata una quantità enorme di materia prima. «Il problema è che il diamante grezzo ha tempi tecnici lunghi: per trasformarlo in prodotto finito può servire anche un anno. Nel frattempo però l’economia globale ha rallentato e ci siamo trovati con bassa domanda e grande offerta. E il risultato inevitabile è stato il crollo dei prezzi».

Le parole che usa sono nette: «Dal picco che abbiamo visto dopo il Covid a oggi, in molti casi parliamo di un calo che porta il mercato a perdere dal 40 al 55%, a seconda del tipo di diamante. Siamo quasi a quotazioni dimezzate. Una situazione straordinaria, mai vista». E le ripercussioni, aggiunge, non si fermano al dettaglio. «Oggi tutta la filiera è in sofferenza. In India, che taglia la quasi totalità dei diamanti del mondo, ci sono aziende in difficoltà, cassa integrazione, chiusure. Se non arriva nuovo grezzo, il sistema si blocca. E infatti si sta bloccando».

Anche sul fronte dell’estrazione il segnale è eloquente. «Con queste quotazioni, in molti casi estrarre non è più conveniente. I costi sono troppo alti rispetto al valore del prodotto finito. Ecco perché vediamo miniere sospendere attività o rallentare, dal Botswana ad altre aree dell’Africa, fino al Canada». Ma proprio questa stretta, per Rosati, potrebbe preparare il riequilibrio futuro. «De Beers ha dichiarato più volte che non immetterà nuova merce sul mercato finché i prezzi non torneranno su livelli sostenibili, cioè almeno vicini a quelli del 2019. Questo vuol dire che l’offerta si sta restringendo artificialmente e che, se la domanda lentamente riprenderà a erodere lo stock esistente, ci sarà inevitabilmente una risalita».

È qui che il diamante rientra nella discussione come possibile bene rifugio, anche se Rosati preferisce precisare. «Il diamante non è mai stato un investimento speculativo. È sempre stato un bene fisico, conservativo, qualcosa da custodire. Oggi però stiamo vivendo una fase storica molto particolare. Se davvero il mercato dovesse semplicemente tornare ai livelli del 2019, dal punto attuale si parlerebbe di incrementi anche del 70, 80, 90, in certi casi 100%. È una dinamica che rende il diamante interessante anche sotto un profilo più utilitaristico, quasi speculativo. Naturalmente nessuno può garantire il futuro, e sarebbe sciocco farlo, ma il contesto oggettivamente apre una finestra».

A rendere il momento ancora più interessante per chi compra in Svizzera c’è anche la questione valutaria. «Il mercato dei diamanti è trattato in dollari. Negli ultimi mesi il franco si è rivalutato in modo significativo sul dollaro. Questo significa che, a parità di franchi investiti, oggi un cliente svizzero riesce ad acquistare più materia prima rispetto a un anno fa. Quindi non c’è solo il deprezzamento del diamante: c’è anche un effetto cambio che rende l’acquisto ancora più vantaggioso».

Naturalmente il mercato non si muove soltanto per ragioni industriali o finanziarie. Conta anche la società. «Sì, ci sono dinamiche sociali che incidono. In Cina, per esempio, il crollo di nascite e matrimoni ha un impatto fortissimo sul mercato. Negli Stati Uniti è diverso: lì la simbologia del diamante legato a fidanzamento e matrimonio resta molto forte. È un mercato che continua ad avere una base culturale importante». Proprio sugli Stati Uniti si innesta un altro tema decisivo, quello dei diamanti sintetici. «Molti pensano che il problema dei naturali dipenda dai lab-grown. Io credo che i due mercati non si sovrappongano davvero. Si assomigliano, certo, ma rispondono a logiche diverse. Il sintetico ha trovato spazio soprattutto dove conta avere una grande caratura a un costo contenuto, ma dal punto di vista dell’investimento non ha alcun senso».

Sul punto Rosati è drastico. «Un diamante sintetico, in sostanza, vale solo quando lo compri. Poi non ha mercato di rivendita reale. Il suo prezzo tende a dimezzarsi di anno in anno. È molto più vicino, come logica economica, a uno zircone che a un diamante naturale, il quale ha una storia geologica, una rarità, una tenuta di valore che il sintetico non può avere».

Se il quadro globale è complesso, quello svizzero presenta caratteristiche particolari. «La Svizzera è storicamente un ottimo mercato per il diamante. C’è un apprezzamento consolidato, un pubblico sensibile alla qualità, alla precisione, alla certificazione. E il Ticino, sotto certi aspetti, lo è ancora di più». Rosati insiste molto su questo aspetto. «Qui c’è un incrocio interessante di culture. Da una parte la mentalità svizzera, dall’altra l’influenza italiana sul gusto, sul design, sul piacere del gioiello. Il Ticino recepisce meglio proposte più evolute, più fantasiose, più contemporanee».

Conta anche la geografia. «Siamo vicinissimi a Valenza, in Piemonte, che è il principale distretto della gioielleria italiana e uno dei poli più importanti a livello europeo, dove si realizzano lavorazioni anche per molti grandi marchi. Questo significa avere accesso diretto a competenze, manifattura e rapporto qualità-prezzo molto attrattivi. Tant’è che spesso anche commercianti della Svizzera interna guardano al Ticino per avere un’idea di prezzi, di gusto, di qualità». Ma questo non cancella le difficoltà del momento. «Sul gioiello, inteso come acquisto emotivo, la crisi si sente eccome. Quando c’è incertezza, il primo acquisto che si rimanda è proprio quello non essenziale. Il nostro è un settore che entra per primo in crisi ed esce per ultimo».

Diverso è il discorso per chi guarda all’investimento. «Le condizioni oggi sono favorevoli, ma bisogna sapere cosa comprare». Rosati smonta anche un luogo comune. «Per anni si è raccontato che il diamante da investimento dovesse essere il massimo teorico: colore D, purezza flawless. Io non la penso così. Sono pietre bellissime, ma hanno poco smercio e costi molto più elevati. Se ragiono in termini di investimento, preferisco un diamante di alta qualità ma commerciale, che un domani possa essere rivenduto più facilmente».

La sua indicazione è precisa: «Meglio stare su colori tra D e G, purezze tra IF e VS2, con una buona caratura e soprattutto una certificazione GIA. Ma non basta. Quello che davvero determina il valore è una serie di elementi che spesso il pubblico conosce poco: taglio, simmetria, lucidatura, fluorescenza. Oggi, con la tecnologia disponibile, un diamante da investimento deve essere triple excellent. E dovrebbe avere fluorescenza assente o appena accennata. Basta cambiare uno di questi parametri per avere differenze di prezzo enormi, anche del 30 o 40% a parità di peso, colore e purezza».

Da qui l’importanza della competenza. «Il diamante non ha un prezzo identico ovunque. Non è come l’oro. Esiste il Rapaport come riferimento, ma ogni pietra è un caso a sé. Per questo io consiglio sempre di rivolgersi a specialisti, di confrontare, di non fermarsi alle sigle più note». È anche su questo che si basa il modello di F&H 18.81. «Lavoriamo direttamente con grandi taglierie indiane e importiamo senza intermediari. Questo ci permette di accorciare la filiera e di trasferire al cliente un vantaggio reale, senza compromettere qualità e trasparenza».

Eppure, anche dentro una conversazione così tecnica, Rosati torna sempre a un punto più profondo. «Io mi considero fortunato, perché dopo più di trent’anni non ho perso un millimetro del fascino che il diamante esercita su di me. È letteralmente un miracolo della natura. È carbonio, nient’altro che carbonio, eppure in certe condizioni estreme riesce a diventare la materia più dura che esista». E poi c’è la luce. «La sua rifrazione è qualcosa di straordinario. Sotto il sole dà il massimo. È una cosa che colpisce sempre, anche dopo tanti anni».

Da qui si torna inevitabilmente al gioiello. «La bellezza del diamante è che può essere investimento e piacere insieme. Può stare in cassetta di sicurezza, ma può anche essere montato e indossato senza perdere nulla del suo valore. Basta smontarlo, pulirlo, e torna esattamente nelle condizioni iniziali». E Rosati chiude proprio su questo doppio binario, economico e simbolico: «Siamo in un momento eccezionale, questo sì. Ma proprio per questo va letto con attenzione. Perché dietro il crollo di oggi potrebbe esserci una delle più interessanti occasioni di rivalutazione che il mercato abbia mostrato negli ultimi decenni. E la cosa più bella è che, nel frattempo, quel valore lo si può anche indossare. Non è solo per sempre, è anche per adesso».

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