Un salario (minimo) che divide ancora

Il dibattito sull’iniziativa del PS per una salario minimo sociale è ormai entrato nel vivo. Una settimana fa, a La Domenica del Corriere, erano state le schermaglie tra Fabrizio Sirica e Alessandro Speziali – riguardanti presunte riunioni segrete in seno al fronte borghese per ritardare la proposta – a chiudere la trasmissione. E, nella puntata andata in onda questa sera, inevitabilmente il vicedirettore del Corriere del Ticino Gianni Righinetti è ripartito proprio dalla querelle tra i due presidenti per rilanciare il tema. Che, come vedremo, al netto delle polemiche continua a far discutere.
«Non so assolutamente nulla» riguardo alle presunte riunioni segrete, ha esordito il deputato Tiziano Galeazzi (UDC), che in Commissione è relatore del rapporto contrario all’iniziativa. «Ho preso in mano il dossier per onore del ruolo che abbiamo in Parlamento. Ed è giusto cominciare a metterci le mani sopra», ha aggiunto il democentrista.
Che ci siano state «combine» segrete o no, ha ribattuto il capogruppo socialista Ivo Durisch, questa situazione «ha portato all’evidenza una cosa: che ad alcune iniziative viene riservato un certo tipo di trattamento (ndr. e vanno in aula in tempi celeri), mentre ad altre no». Il co-presidente Sirica, ha aggiunto Durisch, «con il suo carattere impulsivo ha esplicitato la sua preoccupazione, ma poi ci siamo chiariti (ndr. tra partiti) in Commissione». Come dire: polemica, almeno da questo punto di vista, finita. O quasi. Anche perché la diatriba tra le parti è già lanciata su un altro fronte, quello relativo al metodo di calcolo per stabilire un salario «sociale».
«Abbiamo chiesto al Governo se il calcolo degli iniziativisti – che stabilisce quel 22,50 franchi all’ora – è corretto oppure no», ha spiegato a tal proposito il deputato Luca Renzetti (PLR), per poi punzecchiare a sua volta i socialisti: «Sanno benissimo la risposta. E per paura che esca questa risposta» hanno fatto quelle accuse «campate per aria». Una risposta del Governo che, come scritto su queste colonne negli scorsi giorni (cfr. edizione del 30 gennaio a pagina 8), dovrebbe situare il salario minimo sociale attorno a 24,90 franchi all’ora. Una cifra che, ha aggiunto Renzetti, farebbe «traballare la sedia sotto l’iniziativa del PS».
A difendere la proposta socialista è quindi intervenuta Chiara Landi, responsabile del settore terziario di UNIA. La sindacalista ha infatti spiegato che il salario minimo attuale, così com’è, «ha forti limiti», perché «esclude i rami professionali che sono coperti da Contratti collettivi di lavoro» e, più in generale, perché il suo livello è troppo basso (oggi compreso tra 20 e 20,50 all’ora), con il rischio che non riesca «a rispondere all’impoverimento del lavoro e della società». Come dire: quell’asticella va alzata.
A ribattere su questo punto, più tardi, è stato Renzetti: «Non stiamo votando per passare da 20,50 a 22,50. Discutiamo di un nuovo sistema di calcolo», progressivo e che si adatta a parametri sociali di anno in anno, che rischia dunque di crescere in maniera incontrollata. Per Renzetti, dunque, «non è mettere una soglia» il problema, ma «cambiare metodo di calcolo», trasformando così il salario minimo attuale in un salario «politico».
«È esattamente il contrario», ha ribattuto Durisch: «Quello di oggi è un salario politico (...) mentre noi proponiamo un salario sociale, sulla base di una legge sociale ben chiara». Per il socialista, inoltre, un salario non deve unicamente essere la contropartita per una prestazione, ma deve anche consentire «una vita dignitosa e la pace sociale». E per Durisch, allo stato attuale, questi elementi non sono dati.
Dal canto suo, Galeazzi ha messo l’accento sugli effetti economici di una simile proposta. «Non si parla di datori di lavoro. Come fanno, con questi salari, a mantenere i posti di lavoro?», si è chiesto il democentrista. Secondo Galeazzi, infatti, il rischio è quello di scatenare un circolo vizioso. Con meno posti di lavoro da una parte (poiché i datori di lavoro sarebbero costretti a licenziare) e prodotti più cari dall’altra (poiché le aziende scaricherebbero il maggior salario sui prezzi dei prodotti).
Diametralmente opposta, va da sé, la visione del capogruppo socialista: «Un salario più alto dà più potere d’acquisto», ha affermato evocando, dunque, un possibile effetto virtuoso.
Insomma, come visto i fronti sono schierati. E la discussione sul salario minimo non è che all’inizio.
