Uno schiaffo da Berna che scuote il Ticino

La scorsa settimana, su queste colonne il presidente del Consiglio di Stato Norman Gobbi era stato chiaro: il Cantone da Berna attendeva «una piccola risposta», che avrebbe però rappresentato «un segnale politico importante di attenzione e rispetto nei confronti del Ticino». Risposta che, come vedremo, non è arrivata, provocando «grande delusione» da parte del Governo cantonale. Parliamo della modifica del complesso sistema di calcoli che stabilisce la perequazione finanziaria intercantonale. Per la precisione del nuovo meccanismo per la ponderazione del reddito dei frontalieri in queste formule matematiche. Il Ticino si reputa infatti penalizzato poiché a causa della presenza di frontalieri viene essenzialmente considerato più «ricco» di quanto non lo sia veramente. E, di conseguenza, riceve meno soldi da Berna. Da tempo, dunque, il Cantone sollecitava un cambiamento. Che, va detto, a questo giro sembrava potesse finalmente arrivare. Tantoché il Cantone aveva messo la misura a preventivo (per circa 9 milioni di franchi in più all’anno dalla già citata perequazione). Anche perché la maggioranza dei Cantoni, nella procedura di consultazione, si era detta favorevole. Tuttavia, il Consiglio federale oggi ha comunicato al Consiglio di Stato che qualsiasi decisione su questo fronte verrà presa non prima del 2029 (con effetto al 2030), in coincidenza della revisione del «rapporto sull’efficacia» della perequazione.
Toni perentori
Senza troppi giri di parole – e con toni perentori e inusuali per l’Esecutivo cantonale – il Consiglio di Stato ha parlato di una decisione che «mina la coesione nazionale e lo spirito di solidarietà svizzero». E ha quindi espresso «profondo rammarico e incomprensione» per la scelta del Consiglio federale che, sempre secondo il Governo cantonale, «contribuisce ad ampliare la distanza tra il Cantone Ticino e le istituzioni federali».
Concetti, questi, ribaditi al Corriere del Ticino dal presidente del Governo, Norman Gobbi: «È uno schiaffo. Non tanto al Governo, quanto ai ticinesi. Ma è anche uno schiaffo alla coesione nazionale e al principio di solidarietà, che sta alla base della perequazione». Per Gobbi, infatti, il Consiglio federale «si nasconde dietro a tecnicismi per rimandare tutto a dopo il 2029, ma la lettura politica di questa scelta è ben diversa: il Canton Ginevra, l’unico con un’importante presenza di frontalieri che sarebbe stato leggermente penalizzato da questa modifica, ha avuto un peso determinante sulla consigliera federale (ndr. Karin Keller-Sutter) e sul Consiglio federale».
In tal senso, anche il direttore del DFE, Christian Vitta, afferma: «Sull’altare di giochi di potere è stata ulteriormente indebolita la solidarietà nazionale, che a parole viene tanto decantata da Berna». Le autorità federali, dunque, «per non urtarsi contro realtà più ‘‘grandi’’ del Ticino, hanno preferito lo status quo». Una scelta che secondo Vitta «perpetua una situazione di profonda ingiustizia» e che, ribadisce anche il direttore del DFE, «riteniamo inaccettabile in quanto i presupposti tecnici e politici per apportare un cambiamento vi erano tutti». Ma il Governo, aggiunge il consigliere di Stato, «non intende demordere» perché «non possiamo attendere il 2030» di fronte a un sistema, quello della perequazione intercantonale, che «non funziona e contiene evidenti distorsioni» e che per il Ticino «è altamente iniquo». A dimostrarlo, ricorda Vitta, sono le cifre stesse, con il Vallese che riceve oltre 800 milioni, Friburgo circa 600 milioni, oppure i Grigioni circa 200 milioni, a fronte dei 100 milioni ricevuti dal Ticino. Cifre che, sottolinea il consigliere di Stato, «non rispecchiano quella che è la necessità e la realtà dei vari Cantoni che è sotto gli occhi di tutti». In tal senso, per Vitta «sarà necessaria una reazione decisa e collettiva».
Quali piste vengono valutate come contromisura? Per Gobbi, «essendo uno schiaffo a tutto il Ticino, la reazione dovrà essere coordinata e condivisa. Dalle istituzioni, ovviamente, ma anche dalla popolazione, che è la prima a subire le conseguenze di questa situazione». Anche perché, ricorda Gobbi, «siamo il Cantone maggiormente esposto al rischio di povertà». Una «situazione figlia della nostra posizione geografica». Ora, concretamente, «tra le misure ipotizzabili vi è quella di cui abbiamo già accennato nelle scorse settimane, ossia di un decurtamento dei ristorni». Ma non solo: «Dovremo prevederne altre, in maniera concertata». Insomma, nelle prossime settimane i toni del Ticino nei confronti della Berna federale potrebbero alzarsi.
Le spiegazioni di Berna
Da noi contattato, il Dipartimento federale delle finanze ha spiegato che «il 1. aprile 2026 il Consiglio federale ha esaminato i risultati della consultazione relativa all’adeguamento dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria», confermando che «la maggioranza dei Cantoni sostiene in linea di principio l’adeguamento proposto in merito alla ponderazione dei redditi dei frontalieri nel potenziale di risorse». Tuttavia, ha precisato il Dipartimento, «non esiste una posizione unanime per quanto riguarda il momento dell’attuazione: alcuni Cantoni considerano che gli adeguamenti sostanziali dell’ordinanza debbano essere effettuati nell’ambito del rapporto periodico sull’efficacia (ndr. quello nel 2029), come da prassi attuale, al fine di garantire la coerenza e la stabilità del sistema e di tenere adeguatamente conto dei diversi interessi dei Cantoni».
Apparentemente, dunque, il Governo federale per poter prendere una decisione simile si aspettava l’unanimità da parte dei Cantoni anche riguardo alle tempistiche. Una chimera, verrebbe da dire, soprattutto per un tema come quello della perequazione, che se da un altro premia qualcuno, dall’altro svantaggia qualcun altro.
Sia come sia, da Berna confermano che qualcosa in futuro cambierà, ma solo dal 2030. Il Dipartimento ha infatti spiegato che, di fronte a questa mancata unanimità, «il Consiglio federale, che sostiene il contenuto dell’adeguamento proposto, ha deciso di prevedere un’attuazione nell’ambito del prossimo rapporto sull’efficacia, con una possibile entrata in vigore nel 2030». E riguardo alla presa di posizione del Governo ticinese, il Dipartimento ha aggiunto che «il Consiglio federale prende atto del fatto che alcuni Cantoni non sono soddisfatti della situazione attuale», ma rileva che «allo stesso tempo, il sistema di perequazione finanziaria e degli oneri persegue l’obiettivo di garantire una perequazione equilibrata a livello nazionale». Come dire: non solo quella di singoli Cantoni.
«Ma la strada delle contromisure sarebbe un errore»
«Capisco la delusione del Governo ticinese, anche perché negli ultimi mesi sembrava che la decisione del Consiglio federale potesse andare in un’altra direzione, attraverso una modifica dell’ordinanza già a partire da gennaio 2027», commenta al Corriere del Ticino la consigliera nazionale dei Verdi Greta Gysin. «Ora, occorre concentrare gli sforzi sulla modifica legislativa in vista della perequazione del 2030, tenendo conto sia delle rivendicazioni sul reddito dei frontalieri, sia della questione del declivio». Secondo Gysin, sarà importante capire che cosa ha portato alla decisione del Consiglio federale, soprattutto considerando che la maggioranza dei Cantoni era favorevole alla modifica dell’ordinanza. «Occorre individuare dove si è verificato l’intoppo, così da poter apportare i correttivi necessari in vista della revisione complessiva del sistema a partire dal 2030».
Pur riconoscendo l’impegno del Consiglio di Stato ticinese, anche in collaborazione con la deputazione, Gysin non nasconde che, soprattutto negli ultimi mesi, siano stati commessi alcuni errori, come ad esempio la manifestazione pubblica di grande delusione in seguito all’incontro con Karin Keller-Sutter. «Come deputazione abbiamo avuto la sensazione che la ministra si sia irritata per questa uscita mediatica del Governo ticinese, così come per l’affermazione infelice del presidente Gobbi, secondo cui sarebbe più semplice ottenere un incontro con Giancarlo Giorgetti (ministro dell’economia italiano, ndr.) che con Keller-Sutter». Secondo Gysin, prese di posizione di questo tipo non hanno aiutato. Guardando al futuro, conclude, sarà fondamentale puntare sulla mediazione: «Andare allo scontro non è la soluzione. Se questa è la strada, non credo porterà a risultati positivi per il nostro Cantone. Inoltre, eventuali decisioni scoordinate rischierebbero di metterci in cattiva luce, compromettendo la solidarietà degli altri Cantoni, che invece sarà determinante nelle discussioni in vista del 2030». Ad ogni modo, conclude Gysin, il Ticino deve assumersi le sue responsabilità: «La perequazione va modificata, poiché si basa su principi chiaramente distorti. Ma non facciamoci illusioni: le finanze cantonali non si curano con la perequazione. Occorre fare un ragionamento più completo, su entrate e uscite».
«È uno schiaffo che il Consiglio federale avrebbe potuto risparmiarci», commenta dal canto suo il «senatore» Fabio Regazzi. «Per il Consiglio federale si trattava di adottare un correttivo tutto sommato modesto a livello di ordinanza, peraltro sostenuto dalla grande maggioranza dei Cantoni. Faccio quindi davvero fatica a comprendere questa decisione». Secondo Regazzi, una decisione positiva avrebbe rappresentato un segnale di apertura da parte di Berna nei confronti del Ticino, penalizzato da una palese ingiustizia nel sistema perequativo: «È una situazione evidente a tutti, e il Consiglio federale ne è consapevole. Sarebbe bastato un segnale, anche in vista della correzione sostanziale prevista dopo il 2030. Non mi capacito di questa scelta del Dipartimento delle finanze, che ritengo ingiustificabile». Per il consigliere agli Stati del Centro, le recenti tensioni con il Consiglio di Stato ticinese non bastano a spiegare quanto accaduto: «Dal Consiglio federale ci si attendeva una decisione di merito. Non credo che motivazioni personali abbiano influenzato l’esito finale». E riguardo alla reazione del Governo ticinese, che lascia intendere un possibile irrigidimento annunciando «ulteriori passi»? Regazzi invita alla cautela: «Sarei molto prudente. È chiaro che una decisione del genere non favorisce il dialogo, ma non è il momento di alzare il livello dello scontro. Il Consiglio federale ha perso un’occasione per stemperare le tensioni e dare un segnale che avrebbe potuto riportare un po’ di serenità. In ogni caso, entrare nella logica delle contromisure sarebbe un errore. Il mio auspicio è che non si imbocchi questa strada, dalla quale usciremmo tutti perdenti».
La posizione di PLR e Avanti con Ticino e Lavoro
A esprimere «forti critiche» nei confronti della decisione del Consiglio federale è stato oggi anche il PLR cantonale. Che, tramite un comunicato, ha ricordato che rinviare tutto al 2030 «significa, per il Ticino, dover subire per altri 4 anni un meccanismo che sovrastima la sua forza finanziaria». Per il PLR, dunque, si tratta di «un’autentica ingiustizia». Soprattutto di fronte al fatto che «mentre a livello nazionale i versamenti (…) aumentano e diversi Cantoni beneficiari possono permettersi sgravi fiscali, il Ticino deve continuare a confrontarsi con conti in rosso e misure di risanamento». Una situazione, appunto, che «non è più tollerabile e che mette a rischio la coesione nazionale: i ticinesi non possono essere chiamati ancora una volta a «tirare la cinghia» a causa di un sistema federale che ne sottovaluta sistematicamente le difficoltà». I liberali radicali, dunque, sollecitano una vera riforma del sistema, già nella prossima legislatura federale.
A criticare l’impostazione del Consiglio di Stato ticinese, invece, è stato Avanti con T&L, secondo cui occorrerebbe agire in maniera diversa nei confronti di Berna. In una presa di posizione, infatti, Avanti con T&L ricorda la sua mozione del giugno 2024 con cui il movimento non si è limitato a dire che il Ticino è penalizzato, chiedendo un passo in più, ossia quello di «incaricare un istituto indipendente di analizzare in modo sistematico la perequazione, per costruire una base tecnica solida in vista della prossima revisione federale». Mozione però bocciata dal Governo (e ora ferma in Commissione). Ma secondo Avanti con T&L è proprio «questo il nocciolo della questione» e la decisione di Berna «non è un caso», bensì «la conseguenza di un’impostazione». Poiché pensare di cambiare il sistema «senza un dossier forte, indipendente, difficilmente contestabile, è illusorio». Detto altrimenti: «Non si va a Berna con il cappello in mano. Si va con numeri, modelli, simulazioni».


