Il caso

«Vogliamo opporci a quel bar, ma la procedura non è chiara»

Un residente di Muralto sostiene che il Comune abbia creato confusione, impedendo di far valere i suoi diritti civili – La replica del sindaco, Stefano Gilardi: «Il Municipio non si esprime, la vicenda è ancora sub judice e riguarda soprattutto privati»
Tensioni di vicinato sulle rive del Verbano © CdT/Gabriele Putzu
Jona Mantovan
13.01.2026 22:30

«Ci è stata negata la possibilità di esprimerci a proposito dell’apertura di un nuovo bar, qui sotto casa». Lo racconta al Corriere del Ticino Mauro Mattei, titolare - tra l’altro - di un altro locale pubblico proprio di fianco a quello che vorrebbe contestare. E punta il dito contro l’Esecutivo di Muralto. Secondo lui, la procedura messa in piedi per autorizzare l’inaugurazione di un suo concorrente è perlomeno «poco chiara». La replica del sindaco, Stefano Gilardi: «Ci mancherebbe che il Municipio di Muralto si esprima su una tematica del genere, visto che è in corso l’iter ricorsuale e tanti aspetti della vicenda riguardano problematiche tra privati».

Uno spazio impiegato fino a quel momento soltanto come negozio cambia destinazione, agitando le acque

Tutto inizia due anni fa

«Abbiamo lasciato la vecchia boutique, investito nel nuovo locale, seguito ogni passo regolare e ottenuto ciò che volevamo», riprende Mattei. Dunque, dove sta il problema? «Beh, siamo amareggiati nel vedere altri fare lo stesso, tuttavia senza darci la possibilità, come residenti, di dire la nostra. Io, in quanto proprietario di un immobile sul lungolago, mi trovo di fronte a un valore differente se al piano terra c’è un rumoroso ritrovo oppure un negozietto più discreto e tranquillo».

La sua famiglia per trent’anni aveva gestito il negozio che oggi assume una nuova veste. «Due anni fa, la mia ex moglie aveva deciso di chiudere quell’attività e acquistare le mura dell’ex Verbano, trasformandolo nell’attuale “Idea Boutique Café”. Ha investito i risparmi di una vita e ha seguito ogni procedura necessaria. Il locale è regolarmente in funzione. Ma, mentre noi ci preparavamo ad aprire, abbiamo saputo che il nostro vecchio spazio sarebbe diventato un rivale. Nulla in contrario, ma ci aspettavamo fosse pubblicata la domanda di costruzione per poterci opporre, o almeno essere informati sui dettagli della cosa».

La questione si complica e si confonde

A questo punto, la vicenda si complica e si confonde: il nostro interlocutore afferma di aver chiesto più volte alle autorità chiarimenti in proposito, senza però ottenere l’esito sperato. E, tutto questo, già quando il cantiere era stato appena aperto e i vari lavori di allestimento erano ancora in corso. «Ci è sembrata una situazione assurda. E così, il 1. luglio, con i tavolini messi fuori, li vediamo operativi». Qualche tempo dopo, ecco arrivare i documenti richiesti. I quali, a suo dire, non sembravano in regola.

Dopo un intervento di Polizia e un ricorso al Consiglio di Stato da parte dei suoi avversari, la situazione è rimasta immutata. «Da lì, siamo stati dipinti come quelli che “rovinano la vita agli altri”». Il 58.enne sostiene di aver agito sempre in maniera corretta. «Abbiamo presentato i nostri piani e chiesto di poter inserire una piccola area dedicata alla vendita di capi d’abbigliamento, per non perdere la clientela storica. Anche in questo caso abbiamo ricevuto il via libera, ma dopo le nostre denunce abbiamo iniziato a subìre qualche pressione».

Pressioni «ma di poco conto»

Pressioni di poco conto, per sua stessa ammissione, tradotte in una serie di osservazioni sulla presenza di telecamere e di diffusori acustici all’esterno, «che in realtà hanno tutti nella zona, anche se parrebbe non siano consentiti. Noi abbiamo sempre detto: se la regola vale per chiunque, la rispettiamo. Ma non accettiamo due pesi e due misure».

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