Cerca e trova immobili
L'editoriale

Tra pubblico e privato il confine è nei fatti

Il caso Claudio Zali ha reso più netta questa distinzione
Gianni Righinetti
07.09.2026 06:00

Vita pubblica, vita privata e sfera intima. Tre spazi diversi, non tre stanze separate da porte blindate. Si toccano, a volte si sovrappongono e nei casi più delicati entrano in rotta di collisione. Vale per tutti. Ma per chi esercita il potere vale un po’ di più. Chi ricopre una carica pubblica non deve vivere in una casa di vetro senza tende. Non consegna alla collettività le chiavi delle proprie quattro mura, il telefono, gli affetti e le fragilità. Familiari, partner e figli non hanno scelto l’esposizione e non possono diventare comparse obbligate nella vita pubblica di un altro. La sfera intima va protetta. Punto. Non è trasparenza spalancare le finestre delle camere da letto. È voyeurismo. Ma la vita privata non è un salvacondotto. E l’intimità non è un mantello dell’invisibilità da indossare quando conviene. Un comportamento non diventa irrilevante perché avviene lontano dai microfoni e una parola non perde peso perché pronunciata tra quattro mura. Quando il privato cela un abuso del ruolo, un conflitto d’interessi, una distanza intollerabile tra ciò che si predica e ciò che si fa, allora smette di essere soltanto privato. Diventa materia politica, argomento di dibattito pubblico. Il confine non passa dunque tra ciò che accade in pubblico e ciò che avviene in casa. Passa tra curiosità e rilevanza. Tra il pettegolezzo, che non merita attenzione, e un fatto che incide sulla credibilità di chi rappresenta lo Stato. Chi esercita il potere deve rendere conto di come lo usa. Non di chi ama, di come vive o delle proprie debolezze, finché queste restano davvero sue e non producono conseguenze sugli altri.

Il caso Claudio Zali ha reso più netta questa distinzione. Non serve ripercorrerlo ancora, ne abbiamo scritto in maniera approfondita nelle ultime settimane, esprimendo un parere che, nel frattempo, non è mutato di una virgola. Ma è ora di ampliare gli orizzonti, perché basta il punto essenziale: definire «privato» ciò che era emerso non poteva cancellarne il rilievo pubblico. Non era in discussione l’intimità di una relazione, ma la compatibilità di determinate parole con la funzione esercitata. Altra cosa, completamente diversa, è usare quel caso come lasciapassare per qualsiasi insinuazione successiva. Lì la fermezza finisce e comincia la deriva forcaiola per ciò che non è stato provato. Ed è invece proprio quello che è accaduto dopo. Il pendolo è volato dall’altra parte: dai fatti si è passati ai collegamenti, dai collegamenti alle supposizioni, dalle supposizioni alle accuse che, seppure velate dall’ipocrisia, tali rimangono. Polizia e Ministero pubblico sono finiti nel tritacarne senza una prova provata di coperture, collusioni o insabbiamenti. Non è piaciuto come ha agito nell’ultima comunicazione all’Ufficio presidenziale per segnalare un secondo incarto penale aperto nei confronti del consigliere di Stato? Ci può stare.

D’altronde lo sappiamo molto bene. In una comunità piccola basta una frase lasciata a metà: qualcuno formula un dubbio, un altro lo rilancia come ipotesi e un terzo lo propina come verità. Poi tutto finisce sui muri e sui social, con tanto di colpevoli già scelti. La Giustizia ha i suoi tempi, mentre il giudizio morale, quello politico e della cittadinanza, sono immediati. E vanno rispettati. Talvolta anche considerati.

Marina Carobbio, nel ruolo di presidente del Governo, negli ultimi giorni ha espresso concetti fondati sulla ragione. Ha richiamato la separazione dei poteri, l’autonomia della Giustizia, il rifiuto di ogni violenza e la responsabilità nei toni. Finalmente. Perché il problema è anche quello dei tempi: parole giuste, ma purtroppo a scoppio ritardato. Dopo settimane di silenzio e dopo il teatrino governativo di fine luglio, quando l’Esecutivo apparve più impegnato a distribuire le parti che a dimostrare autorevolezza. Fogli, formule, turni di parola. Una recita ordinata nel momento meno adatto alle recite. Per fortuna, questa volta, la presidente del Governo si è elevata sopra quella scena e con lei lo ha fatto l’intero collegio, mostrando rigore e irreprensibilità nei confronti del collega. Il deludente collega. Carobbio ha poi fissato paletti che non appartengono alla destra o alla sinistra, ma allo Stato di diritto. La separazione dei poteri non è un alibi per tacere su tutto. È però il limite che impedisce alla politica, così come alla piazza e ai social, di sostituirsi a chi deve accertare i fatti. Il Ministero pubblico non è infallibile e può essere criticato, ma accusarlo senza riscontri non è coraggio civile. È irresponsabilità, finanche populismo sfrenato. E genera proprio quella sfiducia che si sostiene di voler arginare.

Ora occorre moderare i toni. Con fermezza, non con paura. Moderare non significa edulcorare la realtà, coprire errori o rinunciare a pretendere chiarezza. Significa chiamare ogni cosa con il proprio nome. Una violenza è una violenza. Un abuso è un abuso. Ma un sospetto rimane un sospetto, un’inchiesta non è una condanna e una coincidenza non diventa una prova perché migliaia di persone la condividono sui social.

Vale pure per la moda delle dimissioni. Ormai le si invocano per tutto e per tutti: una frase infelice, un’indagine aperta, un sospetto o una polemica. Dimissioni dal Governo, dal partito, da una commissione e, già che ci siamo, pure dal comitato della bocciofila. Alla fine, diventa quasi un esercizio ridicolo. Se ogni errore portasse automaticamente all’espulsione, la responsabilità politica si ridurrebbe a un interruttore: acceso o spento, innocente o colpevole, dentro o fuori.

Ci sono casi nei quali dimettersi è inevitabile e doveroso. Quando viene meno la credibilità necessaria per esercitare una funzione, il passo indietro è responsabilità, non resa. Ma farne una regola universale svuota le dimissioni del loro peso. Non tutte le crisi sono uguali e non tutte le responsabilità meritano la stessa conseguenza. Una democrazia adulta distingue; quella immatura assolve gli amici ed epura gli avversari. Fermezza, dunque, non sterile ostracismo. La fermezza accerta i fatti, misura le responsabilità e pretende conseguenze proporzionate. La proscrizione, invece, cerca una testa da esibire per potersi dichiarare moralmente ripuliti. La prima rafforza le istituzioni. La seconda offre qualche ora di soddisfazione vendicativa, poi lascia macerie e parte alla ricerca del bersaglio successivo. Insomma: vita pubblica, vita privata e sfera intima. La prima impone responsabilità maggiori. La seconda merita rispetto, ma non può occultare ciò che incide sull’esercizio del potere. La terza deve restare protetta da curiosità, opportunismi e vendette. Il metro non può cambiare secondo il nome o il partito: largo con gli amici, inesorabile con gli avversari. Il punto è tutto qui. Uno Stato serio non entra nelle camere da letto, ma non chiude gli occhi quando dal privato emerge qualcosa che riguarda tutti. E non condanna per sentito dire quando mancano i fatti. Accerta, distingue, decide. Senza sconti e senza forche: tutto il resto è rumore. E di rumore ne abbiamo sopportato fin troppo.

In questo articolo: