L'intervista

«Un intervento europeo nella guerra in Iran per ora è improbabile»

Lo storico Andrea Romano analizza il discorso del premier spagnolo Pedro Sánchez che ieri ha ribadito il no del suo Paese a un intervento militare nel Golfo
Il premier spagnolo Pedro Sánchez durante il discorso pronunciato ieri in diretta Tv. ©MONCLOA PRESIDENTIAL PALACE HAND
Dario Campione
05.03.2026 06:00

Andrea Romano è associato di Storia contemporanea all’Università di Roma Tor Vergata e tra i più apprezzati studiosi italiani di storia russa e di storia della sinistra politica. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato.

Professor Romano, in Europa prima il premier inglese Keir Starmer, poi il premier spagnolo Pedro Sánchez si sono “ribellati” a Donald Trump dicendo no alle richieste di sostegno militare dell’amministrazione di Washington. In un’Europa che fa sempre fatica a dare una risposta politicamente unitaria, che significato dare a queste prese di posizione?
«L’elemento caotico e insieme nuovo del trumpismo fa sì che tutti facciamo fatica ad applicare al presidente degli Stati Uniti le categorie tradizionali di destra e sinistra. Per carità, Trump non è certamente un fan dell’ordine internazionale e del multilateralismo, ma non è neanche un classico esponente della destra a cui siamo abituati. Questo sta, secondo me, sta generando una certa difficoltà a reagire in maniera chiara e prevedibile nelle grandi famiglie politiche europee. Mi ha colpito il fatto che né i Popolari europei né il gruppo del premier ungherese Viktor Orbán abbiano, per il momento, assunto una posizione chiara rispetto a quanto sta succedendo in Iran. Il caso spagnolo, effettivamente, aiuta la sinistra europea a collocarsi su una certa linea, ma è anche vero che la posizione di Sánchez è determinata molto dall’interesse nazionale spagnolo. O meglio, il modo in cui Sánchez legge l’interesse nazionale spagnolo».

Vuole dire che la Spagna può avere una reazione che altri non possono permettersi?
«Sì. Le reazioni di molti Paesi europei governati sia dalla destra sia dalla sinistra sono condizionate dalla paura di allargare la frattura tra Europa e Stati Uniti e dalle conseguenze che questa frattura avrebbe sul sostegno all’Ucraina, la vicenda che inevitabilmente più da vicino riguarda gli europei. Per questo motivo, io credo, le leadership del Vecchio continente si mostrano estremamente caute nel reagire. D’altronde, l’abbiamo visto in questo primo anno di amministrazione Trump: persino di fronte alle offese più violente verso l’Europa, le reazioni sono sempre state molto pacate, al di là della maggiore o minore vicinanza a Trump, come nel caso italiano. Lo stesso Starmer, fino all’ultima novità di questi giorni, è sempre stato molto cauto con la Casa Bianca».

Una cautela che però Sánchez ha deciso di mettere definitivamente da parte.
«È vero, ma lo ha potuto fare perché la Spagna è il Paese tradizionalmente meno coinvolto nella vicenda ucraina, per quanto il premier iberico abbia sempre sostenuto la resistenza di Kiev. Va aggiunto che Sánchez è stato anche l’unico leader europeo a dire che non sosterrà l’aumento delle spese militari all’interno della NATO. Questo un po’ lo aiuta a prendere le distanze da Trump».

Il caso inglese è diverso?
«Sì. Posso sicuramente sbagliarmi, ma a me pare che Starmer e il Labour stiano ancora oggi scontando il grande trauma della vicenda irachena del 2003. Il premier inglese lo ha anche detto: “Ci ricordiamo del 2003, lo sappiamo tutti cosa accadde”. Quell’errore è stato pagato carissimo, a lungo nel Labour il nome di Blair è stato tabù, nonostante che la decisione del 2003 fosse stata di tutto il gruppo dirigente laburista».

Merz, sostanzialmente, ha detto che comprende Trump; Macron, invece, è stato molto netto nel dire no alla guerra. C’è anche la posizione attendista di Roma: non si è capito bene cosa faremo noi italiani se domani ci chiedessero le basi

Al di là delle considerazioni di carattere nazionale, le scelte di Sánchez e di Starmer possono in qualche modo orientare l’Unione europea a fare qualcosa di diverso?
«Francamente, credo di no. Almeno finora, è emersa una frammentazione abbastanza evidente delle posizioni europee. Penso alla differenza, per esempio, tra la posizione sul caso iraniano del cancelliere tedesco Friedrich Merz e quella del presidente francese Emmanuel Macron. Merz, sostanzialmente, ha detto che comprende Trump; Macron, invece, è stato molto netto nel dire no alla guerra. C’è anche la posizione attendista di Roma: non si è capito bene cosa faremo noi italiani se domani ci chiedessero le basi. Ma questo rientra un po’ in una tradizionale posizione della presidente del consiglio Giorgia Meloni nei confronti di Trump. Per questo, non credo che la posizione di Sánchez avrà un concreto impatto politico sulla posizione dell’Unione europea».

Forse potrebbero giovarsene i socialisti e la sinistra europea nel suo insieme.
«Se volessimo usare uno slogan, si potrebbe dire che la sinistra europea ha trovato il suo campione. Ma attenzione a peccare di eccesso di entusiasmo. A chi dice “Viva la Spagna socialista” rispondo che non siamo nel 1936».

C’è chi sostiene che contrapporsi a Trump, la cui popolarità in Europa è molto bassa, potrebbe essere un vantaggio politico in chiave interna.
«È chiaro che, in questi passaggi, tutti guardano anche alle proprie opinioni pubbliche. Il presidente degli Stati Uniti ha fatto un grandissimo favore a Starmer che è, purtroppo dico io, un leader in grandissima crisi. Mi ha colpito, nella discussione pubblica britannica, come tutti abbiano detto “È il momento Love Actually”, con riferimento al notissimo film in una scena del quale Hugh Grant, a un certo punto, dice al presidente statunitense, “Basta con la special relationship, la relazione speciale, siete arroganti, un amico che agisce da bullo non è più un amico”. Non so se tutto ciò farà guadagnare punti a Starmer, però la martellata che ha preso da Donald Trump potrebbe in qualche modo aiutarlo».

Sánchez ha fatto comunque un discorso contro la guerra in generale, non soltanto contro le richieste di Trump. Pensa che possa esserci ancora, in Europa, qualcuno che segue il premier spagnolo su questo? Oppure siamo condannati, la dico così, a sentire parole simili soltanto dal Papa e da pochi altri intellettuali? E l’Europa, potrebbe veramente decidere di combattere?
«Non è facile rispondere. Le cancellerie europee, purtroppo, hanno pochissima leva su quanto accade in Iran. Una cosa, però, è chiara: se non saranno coinvolti direttamente, come nel caso di Cipro dove è stata attaccata a una base britannica, penso che sia improbabile che i Paesi europei partecipino al conflitto. E questo per due motivi. Primo: perché abbiamo il problema ucraino, tutte le risorse militari dell’Europa adesso sono giustamente concentrate lì, perché quella è una guerra contro l’Europa; secondo: perché la leadership statunitense è talmente unilateralista e isolazionista che non appare realistica una mobilitazione politica dei Governi europei a suo sostegno».

Lanciando missili contro la Turchia, e quindi diciamo contro l’Europa e la NATO, quale obiettivo pensano di raggiungere gli iraniani? Magari distogliere proprio lo sguardo europeo dall’Ucraina, facendo così un favore alla Russia?
«Penso che sia tutto in coerenza col tentativo iraniano di attaccare i Paesi del Golfo, moltiplicando così la guerra, i fronti bellici, e trascinare sempre più nazioni in questo conflitto. L’obiettivo è rendere la guerra ingestibile, e quindi fare pressione sugli Stati Uniti affinché si fermino. La leadership iraniana sa di non potere sconfiggere gli Stati Uniti in campo aperto. L’unica sua speranza è allargare il conflitto per scatenare una reazione politica e dell’opinione pubblica sugli Stati Uniti tale da fermare Trump».