«Una risposta estrema di controllo dell’informazione di guerra»

Oliviero Bergamini, giornalista e storico, è il responsabile esteri del Tg1 RAI. È stato a lungo inviato in aree di crisi e ha insegnato Storia degli Stati Uniti e Storia del giornalismo all’Università di Bergamo. In Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti armati da Napoleone a oggi (Laterza) ha trattato in dettaglio il rapporto tra guerra e informazione.
«L’avvento del Web, dei social e dei telefonini ha cambiato tutto; ormai, chiunque è potenzialmente cronista di qualsiasi cosa - dice Bergamini al Corriere del Ticino - E questo vale anche nei contesti di guerra dove però, a fronte di una grande quantità di immagini e notizie prodotte da tante e diverse fonti, diventa cruciale il problema della verifica della completezza, dell’attendibilità, dell’equilibrio di chi produce queste informazioni».
In tal senso, diventa ancora più decisivo «che ci sia una professionalità giornalistica che organizza questo mare di contenuti - aggiunge Bergamini - Per certi versi, è quasi più importante la parte di post-produzione rispetto a quella iniziale. Pensiamo alle tantissime immagini provenienti da Gaza: bisogna verificarle, contestualizzarle, spiegarle. E questo, ovviamente, avviene con molta maggiore difficoltà nel momento in cui Israele non permette l’accesso nella Striscia alla stampa internazionale indipendente».
Quella di Israele, spiega ancora Bergamini, «è una sorta di risposta estrema di controllo dell’informazione di guerra, e fa da contraltare a una produzione enorme di contenuti. In tempo di guerra, il potere si chiede sempre come controllare l’informazione e come limitare sia il generico bisogno di verità dell’opinione pubblica sia il desiderio dei giornalisti di documentare la guerra per il proprio pubblico».
Il cosiddetto citizen journalism, il fatto cioè che tutti possano “farsi” giornalisti grazie a una tecnologia ormai diffusa, ha probabilmente accentuato la crisi di credibilità del mestiere. «Crisi che, però, è legata in generale a tendenze di ampio spettro della società - dice Bergamini - Sui social media, come sappiamo, si affermano le eco chambers: ciascuno va a cercare fonti di informazione che consolidano la propria visione delle cose. Viene meno la fiducia negli operatori dell’informazione, anche se questi ultimi sostengono di essere equilibrati e imparziali. A questo problema strutturale del rapporto tra giornalismo e social media, si aggiunge la questione specifica della guerra. Una situazione estrema, nella quale può sorgere la sensazione che molto giornalismo non sia più necessario, oppure sia timido rispetto al racconto dei fatti».
Non è facile, oggi, far capire quanto conti il giornalismo autentico, soprattutto quando sono proprio i potenti i primi a dire che più a niente serve avere cronisti liberi e indipendenti. Una realtà che non meraviglia chi, come Oliviero Bergamini, da decenni studia il rapporto tra informazione e potere.
«Tanti aforismi spiegano questa situazione - dice lo storico e giornalista italiano - Si sa che “la prima vittima della guerra è la verità”. Winston Churchill diceva che “la verità è un bene così prezioso in guerra che va circondata da una scorta di bugie”. Sì, la verità è qualcosa di molto scottante, e in guerra può esserlo molto di più, motivo per cui tutti i poteri tendono e tenderanno verso il controllo dell’informazione. È sempre stato così, con alcune rare eccezioni come il Vietnam: lì c’era stata una sorta di impreparazione dell’apparato di controllo statunitense rispetto alla potenza della televisione, che era un “nuovo medium”. Un codice internazionale condiviso dagli Stati per dare pieno accesso ai giornalisti negli scenari di guerra sarebbe sicuramente auspicabile, ma credo anche assolutamente utopistico».