Uno scudo per l’Ucraina che verrà

Dell’ultimo incontro di Volodymyr Zelensky con Donald Trump - e con i media - alla casa Bianca, ci è rimasta impressa in particolare una risposta del presidente ucraino. Interrogato su quali garanzie di sicurezza servissero all’Ucraina, guardando oltre la guerra, lui aveva risposto: «Tutte!». E aveva sorriso. Quello è uno dei due nodi, verso una possibile eventuale pace. L’altro è quello dei territori da cedere all’invasore, alla Russia. Ma tornando alle garanzie di sicurezza, oggi il Financial Times ha riportato, basandosi su affermazioni di funzionari europei e ucraini, quanto segue: «Gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere pronti a fornire risorse di intelligence e supervisione sul campo di battaglia a qualsiasi piano di sicurezza occidentale per l’Ucraina del dopoguerra e a prendere parte a uno scudo di difesa aerea guidato dall’Europa per il Paese». La posizione dello stesso Trump, in merito, è stata sin qui piuttosto ambigua, non chiarendo una volta per tutte il ruolo degli Stati Uniti nell’ambito di un discorso dissuasivo nei confronti di eventuali futuri attacchi della Russia. Da allora, sottolinea sempre il FT nel suo articolo, «alti funzionari statunitensi hanno detto alle controparti europee in molteplici discussioni che Washington sarebbe pronta a fornire abilitatori strategici, tra cui intelligence, sorveglianza e ricognizione, comando e controllo e risorse di difesa aerea per consentire qualsiasi dispiegamento a terra guidato dall’Europa». O meglio, dalla coalizione dei volenterosi, con Francia e Regno Unito in prima linea. Ma l’impegno degli Stati Uniti sarebbe comunque subordinato all’invio di migliaia di soldati europei in Ucraina. Va ripetuto: soldati europei, non statunitensi. Washington resta contraria all’invio di proprie truppe in Ucraina. E c’è chi, all’interno dell’amministrazione, eviterebbe ogni tipo di coinvolgimento. Insomma, tutto quanto ipotizzato in questo caso rimane teoria, materia pre-decisionale, come hanno insistito i funzionari raggiunti dal quotidiano britannico. Non a caso, negli scorsi giorni era stato dichiarato l’impegno a evitare, da parte della Casa Bianca, ogni commento pubblico sui negoziati.
Le mani avanti del Cremlino
Difficilmente la Russia potrebbe però accettare un coinvolgimento americano nel post-guerra, lì sul confine ucraino. Il Cremlino non vuole neppure truppe europee, per dirla tutta. Serghei Lavrov, ministro degli Esteri russo, lo ha ripetuto più volte. E oggi lo ha ribadito, una volta di più, anche il portavoce Dmitry Peskov. «Siamo contrari». E per quanto l’Ucraina non possa fare a meno di garanzie future, la Russia allo stesso modo - ma dall’altra parte del conflitto - si rifiuterà sempre di consentire simili piani. Come se ne esce? Una risposta non c’è, se non nei colloqui che verranno. Parliamo, infatti, di un nodo negoziale, difficilmente districabile. Peskov ha chiarito: «Non esistono “militari europei” in generale, ma militari di specifici Paesi, e la maggior parte di questi Paesi sono membri della NATO». Insomma, dal punto di vista disegnato da Mosca per giustificare la propria «operazione speciale in Ucraina», si torna a una delle origini della guerra: la pressione della NATO alla frontiera. Il portavoce del Cremlino si è rifiutato di rispondere, oggi, a una domanda relativa proprio alle eventuali garanzie da dare a Kiev. «Non vorremmo discuterne in pubblico. Riteniamo che ciò non sia vantaggioso per l’efficacia complessiva». Ma ha comunque riconosciuto l’esistenza di un groviglio. «È uno degli argomenti più importanti nel contesto degli sforzi per trovare un accordo e, naturalmente, in un modo o nell’altro, compare sempre all’ordine del giorno dei contatti in corso». Anche così, in fondo, si può spiegare la prudenza di Trump. Ognuno ha un ruolo da giocare, nella ricerca, così complessa, di una pace. L’Europa stessa si stringe attorno a Kiev e alla figura di Volodymyr Zelensky e spinge affinché nei negoziati si possa arrivare a definire un modo per difendere una volta per tutte il fronte che divide - oggi più di oggi - l’Occidente dalla Russia. Non solo l’Ucraina. L’Europa è coinvolta e sa che la sua sicurezza dipende anche dai supporti americani, perlomeno in termini di intelligence.
L’unità di intenti
Ma è un’Europa che non può dirsi davvero unita. Sul tema non lo è neppure nei suoi singoli Stati. Forse anche per questo, da noi intervistato negli scorsi giorni, Yaroslav Trofimov, capo corrispondente per gli affari esteri del Wall Street Journal, rifletteva: «L’unica vera garanzia di sicurezza per l’Ucraina consiste nell’esercito ucraino. Se gli americani e gli europei non sono pronti a combattere oggi per l’Ucraina, perché dovrebbero esserlo domani? Non è logico. Se non c’è la presenza militare americana, oltre a quella europea, sul suolo ucraino, con licenza di combattere, allora ogni discorso in questo senso è inutile». A conferma di questa dichiarazione, proprio il WSJ, oggi, evidenziava: «Il piano di inviare migliaia di truppe europee in Ucraina, qualora si raggiungesse un accordo di pace tra Kiev e Mosca, si scontra con uno dei principali scettici: l’opinione pubblica europea». E allora sì, è proprio un nodo.